Amarcord: l’Inter è davvero Ibradipendente?

Lo dicono tutti: l’Inter è Ibra-dipendente. Ma è davvero così?

Mi sono già esposto con chiarezza: ritengo che Ibra sia al 4° o 5° posto come “punto fondamentale” della nostra squadra. Perché nella nostra “normalità”, quella che ci permette di imporre il nostro gioco, di dominare l’avversario, di anestetizzarlo e renderlo inoffensivo, ci sono giocatori che reputo INDISPENSABILI per la nostra manovra: Samuel, Cambiasso, Maicon e Stankovic (se recuperato come adesso). Fatemi mancare tutto ma non loro. Sarà un caso, ma ultimamente i migliori in campo sono sempre gli stessi. E sono proprio questi qui.

Posizione che è di certo scomoda e che ha portato molti frequentatori della community ad una levata di scudi: Ibra non si tocca, senza lui non c’è Inter possibile.

Non la penso così. Sarei stupido se non dicessi che Ibra fa fare il salto di qualità, almeno in Italia. D’altra parte, cosa sarebbe la Roma senza Totti, se non una squadra neanche da Uefa, come dimostrato ad inizio stagione? E il Milan senza Kaka, una squadra scriteriata e senza lampi (Ronaldinho escluso)? E la Juve senza l’anima di Del Piero, il punto di riferimento che viene a mancare, come nella scialba prestazione contro il Bate? Per non dire del Manchester senza Ronaldo, del Barca senza Messi o del Real Madrid senza Ruud: squadre magari forti comunque, ma depotenziate di molto. Come l’Inter senza Ibrahimovic.

Il cui apporto è fondamentale in Italia ma che è sempre stato (e credo sarà sempre) limitato e condizionante fuori dai confini patrii. Non fucilatemi: Ibra in certi casi è persino limitante tatticamente, perché non è un centravanti, non è una seconda punta tipica, non è velocissimo, non è un opportunista ed ha caratteristiche che impongono all’Inter, se vuole sfruttare la sua immensa classe, di giocare sempre e comunque con due punte: perché lui è un “10” nella testa, pur non avendone il dna.
Per inciso, è questo il motivo per cui con l’Inter il 4-3-3 non funzionerà mai davvero, a meno di non trovare seconde e terze punte del calibro di Aguero, Podolski, Van Persie o simili, non certo Quaresma (ho mai detto che è un pacco?) o Amantino Mancini (chi li farà i gol?).

Sarà un caso, ma la partita più bella della stagione, la più importante, quella che ci ha dato la svolta, è stata giocata con un Ibra molto al di sotto delle sue potenzialità.

Senza Ibra sarebbe una squadra così scarsa?

Può darsi che un giorno voglia fare il salto e provare a vincere qualcosa di grande: è nella natura dei professionisti. Ma non è necessario che l’eventuale cessione significhi indebolirsi. Ibra “vale”: senza lo svedese si potrebbe puntare un altro attaccante di livello (un Eto’o, un Torres, un Drogba o chi per loro) e rimarrebbero spiccioli per completare la squadra e avere un profilo più da competizione europea. Non farebbe certo schifo ed il campionato si vincerebbe comunque. Perché la struttura è di cemento armato, mancano solo dei “dettagli”, come li chiama Mourinho. I dettagli: come uno che la mette dentro quando serve, o che si sacrifica per la squadra quando serve, o che fa giocare i compagni meglio di quanto in realtà non possano. 

I pennivendoli dovrebbero, però, chiedersi: è Ibra a rendere l’Inter così forte, o è l’Inter che permette ad Ibra di giocare a questi livelli? Con la Juventus non ha mai raggiunto queste vette, la maturazione è avvenuta in nerazzurro, la presa di coscienza d’essere leader e non lo zingaro solitario e geniale che fa quel che vuole. Il goal di testa contro il Chievo… è opera sua? Nessun merito a Maicon? E nel 4-2, Crespo che gli libera 2 metri avrà un po’ di merito? E Stankovic che gli dà una palla col contagiri?

L’alchimia è magica e non si può scindere: Ibra serve all’Inter, e l’Inter serve ad Ibra. Ma, se mai dovesse andare via, sono convinto che sarebbe lui a perdere di più.

(prima edizione su “IoStoConMancini” di Simone Nicoletti)

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