Un Murray non brillante supera Raonic e torna re di Wimbledon

Immagine REUTERS/Andrew Couldridge

(di Stefano Massaron) Alla fine, è andata come tutti avevano pronosticato: è stato sufficiente che Andy Murray facesse “il compitino” per avere la meglio su uno spuntato Milos Raonic. D’altra parte, se da una parte hai il miglior servizio del circuito (e poco altro) e dall’altra hai la miglior risposta al servizio del circuito (e molto altro), ecco che il risultato di una delle finali londinesi con meno pathos degli ultimi vent’anni è scritto in partenza.

E scritto era, nel vero senso della parola: in piena regressione post-Mauresmo — che ha abbandonato la panchina di Murray perché, stando a quanto dichiarato dall’ex-campionessa francese, non sopportava gli insulti che Andy rivolge di continuo al suo box durante i match — e riaffidatosi alle cure di Ivan Lendl, Murray è stato sorpreso più volte dalle telecamere mentre, ai cambi campo, “ripassava” gli appunti scritti sul quadernetto nascosto (non bene) nel lembo della sacca delle racchette.

La cura-Lendl ha avuto il suo effetto: il tennista che tutti avevamo cominciato ad apprezzare per le sue verticalizzazioni ai tempi della Mauresmo è tornato ad appiccicare le chiappe alle recinzioni di fondocampo, senza mai proporre iniziative e limitandosi a distruggere tatticamente un Raonic che, dal canto suo, ha anche provato a fare qualcosa, ma che è ancora troppo limitato alla strapotenza del suo servizio e del suo diritto per poter competere a questi livelli. Forse tra un paio d’anni le cose cambieranno, ma per ora è così: la differenza tra il n.2 e il n.7 della classifica ATP è sembrata davvero abissale.

Il match

Come già detto, la finale ha seguito il copione preannunciato e ha visto prevalere Murray in tre set (6-4, 7-6, 7-6) in 2 ore e 48 minuti. I due tie-break sono stati emblematici: nel primo Murray si è ritrovato addirittura 6-1, con cinque set-point consecutivi, grazie a un doppio fallo (l’unico in tutto il match) di Raonic. Nel secondo (quello poi risultato decisivo), Murray è andato subito 5-0, prendendosi subito due mini-break sul servizio — ieri spuntato — del canadese.

Proprio questa, se vogliamo, è stata la chiave del match. Raonic — che nel torneo aveva tenuto una media di 22 ace a partita, perfettamente rispettata nella semifinale contro Federer — ieri si è fermato a 8. Addirittura, sul 5-4 del terzo set, abbiamo assistito al “sorpasso” (riequilibrato poco dopo) di Murray anche in questa statistica: 7 ace contro 6. Tanto per capirci, il primo ace di Raonic è arrivato nel nono game del primo set. La “colpa” di questa performance è da suddividersi equamente, secondo me, tra la prestazione un po’ contratta di Raonic e il fatto che, indubbiamente, Andy Murray possiede la risposta al servizio migliore del circuito. Le velocità del servizio di Raonic non erano molto differenti da quelle esibite contro Federer — solo che, questa volta, le palline martoriate dal buon Milos tornavano quasi sempre indietro.

Nel primo set c’è stato il primo e unico break di tutto l’incontro. Nonostante l’indubbio vantaggio — anche psicologico — sull’avversario, però, Murray ha mancato diverse occasioni nel secondo e nel terzo, portandoli entrambi al tie-break. Una possibile svolta si è avuta sul 4-4 del secondo set, quando Raonic, sul 30 pari, ha chiamato un falco che, se non gli avesse dato ragione, avrebbe consegnato a Murray una fondamentale palla-break. Palla-break che poi Murray ha avuto per ben due volte e che ha malamente sprecato, firmando proprio in quei punti importantissimi gli unici suoi errori non forzati del set. (Esatto, Murray ha concluso il secondo set con solo 2 unforced errors: statistica incredibile, ma se andiamo a vedere quando li ha commessi, questo forse ci fa capire qualcosa in più sullo stato d’animo e sui fantasmi dello scozzese.)

Come già detto, i due tie-break non hanno avuto storia. Dopo un terzo set avarissimo di emozioni e di spettacolo, un Andy Murray visibilmente commosso ha stretto tra le braccia il trofeo che, fino al 2013, era stato un tale tormentone da intaccare persino il consueto aplomb degli spettatori inglesi che, pur di vedere di nuovo un britannico sul trono di Wimbledon (l’ultimo era stato Fred Perry nel 1936), si erano lasciati andare a espressioni poco british di tifo calcistico.

Dati da SlamTracker

Come Murray ha vinto la partita

Il piano tattico contro un giocatore molto alto e macchinoso come Raonic — servizio straordinario, diritto ottimo, gioco di rete in via di sviluppo e poco altro — è abbastanza semplice: farlo muovere. Non dargli mai la possibilità di colpire da fermo, costringendolo a tirare in corsa e, quando scende a rete, offrirgli passanti molto bassi costringendolo a tirarli su “dalle stringhe delle scarpe”, come si dice in gergo. Murray ha saputo fare tutto questo alla perfezione, rinunciando a colpi raffinati che pure sono nelle sue corde — un solo dropshot in tutto il match — e, soprattutto, rimanendo solidissimo al servizio (ha vinto l’87% dei punti giocati sulla sua prima di servizio, servendo con il 67% di prime e concedendo soltanto due palle-break all’avversario).

E sbagliando poco. Anzi, pochissimo. Stesso numero di colpi vincenti (39), ma solo 12 unforced errors commessi da Murray in tutto il match — e soltanto 2 nel secondo set, quello che ha di fatto cambiato il volto, psicologico e reale, della partita.

In risposta, Murray ha adottato una tecnica spavalda che, sommata alla sua abilità quasi ultraterrena nella ribattuta, ha creato non pochi problemi a Raonic: incurante delle bombe che gli piovevano addosso a oltre 210 km/h di media, Murray ha sempre fatto uno o due passi avanti per incontrare il servizio di Raonic, mossa che in diverse occasioni si è rivelata vincente.

Come Raonic ha perso la partita

Dal canto suo, Milos Raonic non ha saputo approfittare della sua Arma Letale: il servizio. Oltre a una bassa percentuale di prime in campo (solo il 64%), Raonic si è inspiegabilmente intestardito a servire la seconda sul rovescio di Murray, notoriamente il colpo migliore dello scozzese. Per quanto si sia avvalso della consulenza di John McEnroe, il suo gioco a rete è ancora troppo grezzo per poter contrastare con efficacia i passanti di Murray per quasi tre ore di match. La sensazione è che Raonic abbia dato tutto ciò che, al momento, è in grado di dare, e che ciò non sia bastato.

Ma di sicuro lo rivedremo a questi livelli: nel tennis di oggi, sempre più potente e veloce, un servizio come il suo, in special modo sulle superfici veloci (erba e cemento, più quello australiano che quello americano), non mancherà di dare i suoi frutti. Inoltre, Raonic è in costante miglioramento anche sugli aspetti (tanti) del suo gioco che ancora sono lacunosi: la rapidità nei movimenti, il rovescio, il gioco a rete.

Murray: e adesso?

Ora, qui si pone un dilemma: meglio il Murray con Lendl, noioso e monocorde ma vincente, o quello finalmente spavaldo con Mauresmo, apprezzabile nei gesti tecnici ma a volte inconcludente? Dal punto di vista di Murray, non c’è molto da discutere: con Ivan Lendl ha vinto, con Amelie Mauresmo no. Quindi, è facile supporre che proseguirà la sua collaborazione con l’ex campione cecoslovacco.

Dal punto di vista dello spettatore, invece? Qui si entra nei gusti personali: a me il Murray finalmente “libero” piaceva molto. Avrei voluto vedere un Murray più propositivo e, come me, penso molti altri che ieri sono rimasti un po’ spaesati dalla noia della finale — mi sono ritrovato a pregare che finisse in tre set, e ho visto molti altri tweet sullo stesso tenore.

Il fatto è che Murray, re di Wimbledon per la seconda volta dopo l’affermazione del 2013, è forse uno dei tennisti dotati di maggior tecnica, oltre che di una resistenza fisica fuori dal comune e di una capacità nel gioco difensivo pari soltanto a quelle di Nadal e Djokovič. Ma è sempre rimasto “in ombra” proprio per un limite, vuoi di personalità, vuoi di scarsa sicurezza in se stesso, che gli ha impedito — e continua a farlo, per certi versi — di esprimere tutto il suo innegabile talento.

È bene ricordare che Murray, pur essendo da anni considerato uno dei “Fab Four”, è soltanto al terzo slam della carriera (su 11 finali). Voglio dire: fino a ieri, in questa importantissima classifica, Murray aveva gli stessi titoli slam (2) di Stan Wawrinka.

Con tutto il rispetto per “Stan the Man”, non una gran cosa.