La favola di CR7: il re dal sospensorio di ferro

CR7Quelli della mia età hanno sognato di diventare calciatori ascoltando i racconti su Ferenc Puskás o Peppino Meazza. Hanno visto Pelè battere di testa Burgnich, non uno qualunque. Hanno visto Yashin  compiere parate incredibili senza nemmeno spettinarsi. Si sono innamorati di Cruijff e del suo inarrestabile caracollare con la palla tra i piedi. Poi venne Maradona a fare la rabona sotto la Curva Nord, sbeffeggiando il popolo nerazzurro che arrivò ad odiarlo a morte, ben sapendo che davanti avevano il calciatore più forte della storia. Siamo stati fortunati, perché abbiamo attraversato la storia del calcio, traendone linfa per sogni infantili e non. Per poter vedere vette di bellezza artistica nell’arte pedatoria che oggi non sappiamo nemmeno cosa siano.

Però ci sono due ragazzi, due giocatori, due campioni che siedono su scranni uguali ed opposti nella globalizzazione del tifo odierno: Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Insieme rappresentano in assoluto il meglio del calcio di questi anni. Accomunati da palloni d’oro vinti a mani basse sulla concorrenza, da trofei che a grappoli hanno portato nelle bacheche delle società in cui hanno militato e gol, gol e ancora gol. Tantissimi gol.

Ma tra i due la differenza vera fino a qualche giorno fa l’ha fatta l’aspetto. Bello, arrogante e irriverente il lusitano, ma disponibile e sempre pronto ad abbracciare i suoi fans; bruttino, timido e umile l’argentino, un po’ più scorbutico con i fans e con le imposte dirette. Dico fino a qualche giorno fa perché il Ronaldo che ho visto nella finale di Saint Denis è stato per me una rivelazione.

Chi segue il calcio da 50 anni e passa, come il sottoscritto, ahimè, la caccia all’uomo sa che è una prassi abbastanza diffusa, soprattutto quando ci si gioca qualcosa di molto importante e l’intimidazione, se non addirittura l’azzoppamento, dell’avversario più forte è una strategia che viene studiata scientificamente nello spogliatoio e un compito assegnato agli uomini di fiducia, esperti in queste missioni.

Mi vengono in mente due casi clamorosi: la finale di Coppa Intercontinentale Estudiantes-Milan del 22 ottobre 1969 dove, in una generalizzata caccia all’uomo dentro e fuori dallo stadio, il principale obiettivo fu Combin, argentino naturalizzato francese e considerato “traditore” dalla tifoseria locale; l’altro caso fu il ritorno di Coppa Uefa a Madrid il 16 aprile 1986 tra Real Madrid e Inter, quando le merengues ebbero licenza di uccidere per tutto il tempo dell’incontro, aiutati dall’arbitro olandese Keitzer che si macchiò di apologia di reato consentendo a Camacho, Sanchis e Gordillo di picchiare impunemente Spillo Altobelli e Kalle Rummenigge fino a quando furono costretti ad uscire per infortunio.

Payet l’altra sera deve aver ricevuto lo stesso mandato plenipotenziario per quanto riguarda Cristiano Ronaldo, naturalmente con la connivenza di un arbitro decisamente inadeguato a fischiare una finale europea.

L’uscita di Ronaldo mi ha fatto pensare: “Come sarebbe bello se adesso i portoghesi, non avendo più il pilone a cui appoggiarsi, si trasformassero in undici Superman e battessero 4-0 i galletti”. Vabbeh, non si sono trasformati in superuomini, ma alla fine hanno vinto. E cosa c’entra tutto questo con Ronaldo? Semplice: lui, il bello, quello che prima di superare un avversario tende ad irriderlo con passi di tango e finte che sono fini alla raffinata arte del piacersi, è come se si fosse trasformato da anatroccolo in cigno.

Ronaldo piangePrima di tutto le lacrime. Umanissime lacrime che nascevano dal dolore, dalla rabbia e dalla disperazione di perdere forse l’ultima occasione per vincere un torneo per nazionali. Lacrime spontanee, di tristezza. Lacrime che hanno aperto una piccola porta sull’anima di un giocatore che ha sempre l’abitudine di mostrarsi sorridente e un po’ spaccone. Ma fosse stato soltanto questo, ora forse staremmo qui a raccontare un’altra storia.

Invece lui, Cristiano Ronaldo, per i più CR7, quando si è dovuto arrendere all’impossibilità di giocarsi la finale, è stato lì. Ai bordi del campo. A continuare a fare paura ai francesi. A far sentire la sua statura di giocatore fortissimo, cercando di trasmettere ai suoi compagni forze e qualità che non hanno. Vivendo e facendoci vivere in diretta la sua mutazione, come in una favola.

Ronaldo e SantosAndando a rompere i coglioni al povero Fernando Santos, aggrappato al filo sottilissimo della resistenza al limite dell’area, indicandogli come muovere i suoi, saltandogli addosso o prendendo sottobraccio Moutinho per iniettargli coraggio e spirito guerriero che il povero certo non ha.

Alla fine ha vinto lui. Alla fine è stata la sua presenza, come dire “mi avete sbattuto fuori, bastardi, ma io da qui non mi muovo. Perché io sono questa squadra e questa squadra è me e voi non siete un cazzo” … (beh, magari non l’avrà proprio pensata così, ma wtf, lasciatemelo credere, no?).

Ecco, in queste immagini che ancora mi scorrono davanti agli occhi, ho visto chi è realmente Ronaldo nel calcio di oggi e perché Messi non può reggere il confronto con un ragazzo che in 120 minuti si è trasformato in condottiero. Si, proprio quel Messi che non avendo mai vinto nulla con l’Argentina, ha deciso che non ne farà più parte. Questione di stile e, permettetemi, di palle.

Per me da oggi CR7 sta lì, tra i miti del calcio; tra i re che portano i sospensori di ferro. Amen.

KS