Il Football in Italia e le occasioni perse

Era il 1984 quando, anziché scoccare l’ora del Grande Fratello (Orwell, non Endemol), sembrò arrivare la Grande Occasione per il football americano in Italia.
La trasmissione di partite in TV, con relative telecronache folkloristiche dei vari Mike Bongiorno, Dan Peterson o Guido Bagatta, non era una novità, ma per la prima volta si vedevano riviste patinate mensili dedicate a questo sport meraviglioso (“Superbowl” la prima, diretta dallo stesso Guido Bagatta e con un Flavio Tranquillo che muoveva i primi passi nel giornalismo su carta, seguita a breve da “Touchdown”), ed era palpabile l’aumento di interesse ed entusiasmo nel pubblico giovane, che cominciava a seguire anche i primi stage e ‘recruitment’ delle già tradizionali squadre italiane, concentrate nel nord e centro Italia e attive da qualche anno (Rhinos e Rams Milano, Giaguari Torino, Warriors Bologna, Grizzlies Roma, i Frogs di Busto Arsizio, Panthers Parma, ecc) ed erano anche gli anni di proprietari importanti, quali Armani, e di grossi sponsor come Chesterfield o Motta.

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Naturalmente la NFL la faceva da padrona, e i più appassionati passavano le domeniche cercando di sintonizzarsi sulle frequenze radio AM delle basi Nato, che trasmettevano una sorta di “Tutto il calcio minuto per minuto” del football americano, con partite in diretta e successivi approfondimenti. Per il sottoscritto, quindicenne all’epoca, si trattava di ore e ore passate a studiare non la partita doppia di ragioneria per il lunedì, ma la partita singola dei Washington Redskins contro i Dallas Cowboys; intere nottate a sentir gracchiare la radio, nella speranza di captare almeno pochi minuti di trasmissione sufficienti ad avere i risultati, per i quali altrimenti si doveva attendere l’uscita dell’Herald Tribune la mattina successiva, per le partite giocate in prima serata, o addirittura l’edizione del martedì di USA TODAY, per il tabellone completo (incredibile, se pensiamo che oggi con NFL Game Pass o altri mezzi si può seguire live qualunque partita, in qualunque continente ci si trovi, preseason e allenamenti compresi).

roger graig 1984 49ersE’ in questo contesto che si cominciava a vedere un primo incremento di pubblico alle partite italiane, giocate nei weekend da generosi appassionati che si allenavano in settimana, una volta usciti dall’ufficio, o da studenti universitari alle prime armi. Erano i tempi in cui si giocava un po’ dove capitava, poteva essere il semi-professionale velodromo Vigorelli nel capoluogo lombardo (utilizzato fino al 2015), un campo di calcio adattato in periferia a Roma, oppure un terreno sterrato in un liceo alla periferia di Milano, adibito a campetto con tribune laterali, come l’Omnicomprensivo (e malgrado le nuvole di polvere che si alzavano ad ogni singola azione, erano comunque 5.000 lire ben spese per i biglietti, che arrivavano fino a 10.000 per il Super Bowl).

Non c’era pochissima gente, sugli spalti, relativamente parlando; i numeri per partite ‘di cartello’ erano equiparabili a quelli di una squadra di basket professionistico di livello medio. Saltava subito all’occhio una considerazione, però: la gran parte del pubblico era composta da giocatori di altre squadre, delle giovanili, parenti dei giocatori in campo, o amici e fidanzate. Chi non faceva parte di alcuna delle categorie citate era considerato una mosca bianca, ma ci si aspettava un notevole miglioramento di li a poco, con afflusso di grande pubblico e spazio sui media.

biglietti partite football americano in italiaFast forward to 2016. Secondo molti l’ora del Grande Fratello pare essere ormai vicina e arrivare sotto forme insospettate, la mia conoscenza della partita doppia è la stessa di metà anni 80 (cioè nulla), in Italia si gioca ancora a football americano, e oggi come allora la differenza la fanno soprattutto gli oriundi, i Bruce Malpica di allora sono diventati i Nick Ricciardulli di oggi. Ma il boom del 1984, e soprattutto gli ulteriori sviluppi che ci si aspettava dal movimento, sono un lontano ricordo; dopo anni di parziale crisi, scioglimento di alcune delle squadre più importanti e storiche, morte e nascita di federazioni nazionali e internazionali, campionati di vario tipo e livello prima in declino e ora in lenta ripresa, gli spalti presentano non soltanto numeri inferiori all’epoca (e in alcuni casi anche molto, basti pensare che oggi una Finale del campionato italiano porta circa 4/5000 spettatori, mentre per il Super Bowl del 1986 arrivarono in 26.000), ma ancora la stessa tipologia di pubblico: ‘colleghi’ di altre squadre, famiglie al seguito, amici e compagni di palestra, e poco più. Nei migliori casi si parla di alcune migliaia di spettatori, e nei peggiori di diverse centinaia, anche se va aggiunto che è fisiologico che uno sport non largamente diffuso ma amato fortemente, veda appassionati darsi all’agonismo e viceversa (in fondo, anche allo stadio di calcio moltissimi spettatori sono anche praticanti, almeno a livello scolastico).

Eppure si ha davvero la sensazione che quello del football americano sia un ‘circolo chiuso’, con livelli di partecipazione emotiva e fanatismo elevatissimi, ma limitati a un ristretto gruppo di appassionati; ed e’ un peccato, perché questo sport è capace di essere spettacolare anche lontano dagli spalti americani e dalle riprese professionali dei canali d’oltreoceano.

13709838_10154368919939508_7509934177471549925_nProprio quello dello spazio TV e dei media è uno dei tasti dolenti per la diffusione del football americano in Italia. E’ evidente che l’offerta di immagini sportive nel nostro paese e nel resto del mondo è mutata notevolmente negli ultimi 25 anni, passando da una diffusione limitata ma libera sui canali nazionali, a una capillare, dettagliata, e ricchissima su piattaforme a pagamento; questo determina la possibilità di poter vedere perfino partite del campionato di calcio delle Far Oer in piena notte o una emozionante sfida pomeridiana della League 2 scozzese fra lo Stirling Albion e il Cowdenbeath, ma comporta anche un pubblico più limitato per discipline sportive che fino agli anni 90 facevano numeri molto superiori (tennis, per esempio).

Se questo ha ripercussioni sugli sport principali, l’effetto che ha su una disciplina di culto per pochi eletti è certamente amplificato, e la politica di distribuzione, le scelte di marketing (ove presenti, la richiesta comunque non è alta) e di diritti di trasmissione non può non tenerne conto.

L’ideale sarebbe convincere un grosso network a trasmettere in chiaro almeno delle sintesi di partite, e in diretta gli avvenimenti più importanti, con più promozione possibile.

Negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito a diversi tentativi, dalla trasmissione in chiaro su canali difficilmente reperibili, a qualche tentativo mainstream (nel 2011 perfino Eurosport e Rai Sport, in altri anni qualche servizio su Sky) portato avanti senza continuità, fino a trasmissioni streaming con risultati altalenanti. Ma sempre senza informazione, senza vera promozione, senza attirare quegli spettatori casuali che potrebbero, una volta guardata una partita, interessarsi a tutto il movimento.

L’ultima occasione persa in tal senso, prima ancora che il recente Super Bowl italiano (cioè l’Italian Bowl, trasmesso solo da Fox Sport e non in chiaro, vinto agevolmente dai Rhinos Milano sui Giants Bolzano pochi giorni fa), è stata la semifinale del 25 Giugno fra gli stessi Rhinos, autori di una perfect season, e i concittadini dei Seamen, campioni nei due anni precedenti e ancora in carica al momento della semifinale. Non me ne vogliano i Giants, ma è parere unanime che la vera finale sia stata quella disputata al Centro Sportivo Gianni Brera di Pero, un 35-34 deciso all’ultimo minuto che è già storia, oltre ad essere una delle più belle partite mai disputate su suolo italico.

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Eppure, per vedere match come questi, bisogna ingegnarsi, cercare per ore collegamenti su internet, abbonarsi a volonterosi ma poco conosciuti canali streaming su YouTube, come IFL Mag TV o, nel caso dell’Italian Bowl appunto, essere abbonati al pacchetto che comprende Fox Sport. Insomma, in proporzione bisogna faticare come negli anni 80 quando la radio gracchiava a notte fonda.

Parliamoci chiaro, è già buono che ci siano alternative, anche se difficili da trovare, ma si tratta di soluzioni che vanno bene solo ad appassionati, cioè a quelle poche migliaia di drogati di football che comunque si vedono da sempre sugli spalti insieme a mogli, parenti e amici. Per fare proselitismo, aiutati da partite meravigliose come quella fra Rhinos e Seamen, ci vuole ben altro (a cominciare dalle riprese, che quando ci sono vengono quasi sempre effettuate con telecamere posizionate sullo stesso lato delle tribune affollate e inquadrando quello opposto, dando così il colpo d’occhio di uno stadio vuoto o addirittura senza spalti).

A breve ci sarà un’altra possibilità: le Final Four europee che si svolgeranno a Wrocław, in Polonia, dal 22 al 24 Luglio, a cui si sono qualificati i Campioni d’Italia 2015 Seamen Milano, gli austriaci Danube Dragons, la squadra locale dei Panthers, e i turchi dei Koç Rams, sperando che questi ultimi riescano a partecipare malgrado i disordini in patria. Eppure a tutt’oggi, a pochi giorni dall’evento, “si sta lavorando per trovare un canale TV o streaming che trasmetta la partita”.

Ho la brutta sensazione che anche l’anno prossimo, sugli spalti, avrò di fianco solo il cugino del Quarterback e gli zii del ricevitore.

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