E tutto il resto è… Tour de France 2016

In archivio il Tour 2016, edizione numero 103 de ‘La Grande Boucle’. Verrebbe da dire una delle più noiose di sempre, se non fosse una tendenza ormai ricorrente per la corsa a tappe francese, che resta sempre l’appuntamento più mediatico, ambito, centrale e fagocitante il resto del calendario internazionale.

Vince Froome, come previsto, con ancora meno difficoltà del previsto. D’altronde gli altri vincitori di Tour in attività e in corsa erano Contador e Nibali, il primo vittima della sfiga che lo colpisce con imbarazzante regolarità quando entra in territorio francese nel mese di luglio, il secondo reduce dal bel successo al Giro e presente come guastatore di giornata senza velleità di classifica e soprattutto in veste di sostegno al capitano designato Fabio Aru.

A bocce ferme, idealmente seduti sul marciapiede dei campi elisi mentre smontano il podio, proviamo ad abbozzare un bilancio dell’evento con un giudizio su alcuni dei principali protagonisti, non solo in ottica classifica generale.

Peter Sagan: fenomeno vero, per tanti versi il migliore, non solo al Tour. Reduce da una primavera sontuosa culminata con il successo al Giro delle Fiandre in maglia iridata, al Tour dà spettacolo vincendo tre tappe e portando a casa la maglia verde per la quinta volta.

Peter Sagan maglia verde su la maglia idiridata
Peter Sagan: maglia verde su maglia idiridata

Tra i pochi personaggi veri dello sport del pedale, la sua popolarità travalica i confini di un movimento talvolta stantio e che rincorre le novità e la visibilità sulle strade sbagliate, ci torneremo su. Patrimonio dello sport, perché è mediatico sì, ma soprattutto è un atleta straordinario. Giusto per rifarci alla parafrasi del titolo, il Califfo qui è lui!

Chris Froome: come scritto vince senza sbattimenti particolari, dà pochi e decisivi colpi alla concorrenza e poi gestisce senza patemi, grazie a una squadra strapotente e a una forma scientificamente tarata per l’evento. Offre anche un gustoso fuori programma, suo malgrado, con la corsa a piedi sul Mont Ventoux, nell’unico momento di vero pathos, tra l’altro extra tecnico (una caduta causata da tifosi idioti e da moto troppo vicine ai corridori), della corsa alla maglia gialla. Se non fosse un costante insulto alla storia estetica del ciclismo, direi che vorrei vederlo anche in altre corse. Veni, vidi, vici, e sono già tre…

Romain Bardet: l’esile francese sale sul secondo gradino del podio con una gara d’attacco, alzando più volte il volume della radio, conferma di avere coraggio e quindi di essere una mosca bianca nel gruppo che corre il Tour. Temerario ed efficace anche in discesa, al momento gli manca qualcosa a cronometro per essere un serio candidato alla vittoria nei prossimi anni. Coraggio e fantasia non gli fanno difetto, in crescita costante.

Nairo Quintana: avrebbe la stoffa dell’attaccante, dovrebbe essere portato ad attaccare, essendo forte in salita e non esattamente brillante a cronometro, ma forse arriva all’appuntamento clou della stagione non al top della condizione. Ciò nonostante riesce ad acciuffare il terzo gradino del podio grazie alle note capacità di fondo che emergono nella terza settimana di corsa. E’ giovane, anche lui come Bardet, Pinot e Aru è nato nel 1990 (nel ciclismo attuale i migliori interpreti per le corse a tappe raggiungono il massimo rendimento in prossimità dei trent’anni), quindi avrà spazio in futuro. Deludente ma non troppo.

Adam Yates: una sorpresa, soprattutto per come tiene anche nell’ultima settimana, il più sbarbato (è del 1992) nella top 5 della classifica finale. Maglia bianca di miglior giovane ovviamente e potenziale da sviluppare.

Fabio Aru: la giornataccia nell’ultima tappa alpina lo fa precipitare al tredicesimo posto, quando noi tifosi italiani speravamo invece in un miracolo che lo portasse sul podio a Parigi. Deve crescere, era al suo primo Tour, l’esperienza gli gioverà in futuro, magari già per puntare al Giro del 2017, al momento più alla sua portata (ricordiamo che il ragazzo sardo ha già vinto una Vuelta l’anno passato). Da aspettare, senza mettergli troppa pressione.

Fabio Aru in crisi verso Morzine, circondato dai compagni dell'Astana
Fabio Aru in crisi verso Morzine, circondato dai compagni dell’Astana.

Vincenzo Nibali: come scritto era in Francia per dare sostegno ad Aru e provare il colpo in qualche tappa di montagna. Ci è andato vicino, beffato da Jon Izaguirre, il basco che ‘va come una moto’

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La classe è sempre assoluta, il coraggio e la fantasia non gli mancano. Lo aspettiamo all’Olimpiade, dove comunque non starà a guardare.

Joaquim Rodriguez: Purito si piazza nei dieci, ed è la terza volta alla grande boucle, ma soprattutto è al suo ultimo Tour, a maggio ha compiuto 37 anni (il tempo… cinico e baro) e quest’idea spiace parecchio a chi ama il ciclismo. Al suo palmarès, comunque ricco, manca un Giro, perso per un pugno di secondi dietro a un carneade canadese nel 2012. Il catalano mancherà tanto al gruppo e soprattutto ai tifosi.

Joaquim "Purito" Rodriguez, col sigaro cui deve il soprannome.
Joaquim “Purito” Rodriguez, col sigaro cui deve il soprannome.

Rafal Maika: guastatore di buon livello, si prende la maglia a pois, ma arriva a un’ora e quattro minuti dal primo in classifica, con ritardi simili persino Trenitalia rimborsa il biglietto. Segno dei tempi, si corre per obiettivi, anche minimi, e per la visibilità.

Aggiungiamo una menzione speciale per alcuni protagonisti di giornata che hanno comunque animato una corsa noiosa come un fine settimana di gennaio a Rovello Porro.

Tom Dumoulin: l’olandese, già maglia rosa al Giro e testimonial di uno shampoo, vince due belle tappe, una sul suo terreno ideale (a cronometro), l’altra con un bel numero in salita. La sfortuna gli presenta poi un conto salatissimo, privandolo probabilmente del sogno olimpico, visto che a Rio avrebbe potuto dire la sua, forza Tom!

Tom Dumoulin alla partenza di una tappa.
Tom Dumoulin alla partenza di una tappa.

Thomas De Gendt: il belga vince sul Ventoux ‘dimezzato’ dopo una bella fuga, per lui poche vittorie, ma mai banali.

Greg Van Avermaet: vincitore di tappa e maglia gialla per tre giorni, attaccante indomito, sulle orme del suo capitano e connazionale Gilbert.

Marc Cavendish: prepara l’olimpiade piazzando tre volate vincenti nelle quali svernicia il gotha mondiale dei velocisti, ma si ritira presto dalla corsa pensando a Rio.

Jarlinson Pantano, Ilnur Zakarin, Marcel Kittel, André Greipel, Michael Matthews, anche loro battono un colpo e soprattutto il primo, colombiano che avremmo definito ‘atipico’ fino a qualche anno fa, dà colore a una carovana giallo spento.

Pantano ad Andorra: scende la grandine ma che fa...
Pantano ad Andorra: scende la grandine ma che fa…

Per il resto corsa blindata da un pronostico scontato, con Contador e Nibali fuori causa per motivi diversi, il triste gioco dei punteggi UCI che rende vitali per le squadre anche gli anonimi piazzamenti, con conseguenti marcamenti incrociati che bloccano la corsa anche quando potrebbe diventare interessate.

I grandi giri assegnano punti UCI fino al ventesimo in classifica generale (il Tour regala anche più punti di Giro e Vuelta per intenderci), i punti sono soldi, i soldi sono linfa per le squadre, soprattutto in tempi di crisi economica, nei quali sono sempre di meno gli sponsor munifici disposti a investire nel ciclismo.

Una vittoria di tappa è ossigeno, lo stress è a livelli assoluti e spesso le prime vittime sono i corridori, e anche su questo ci piacerebbe tornare in futuro, ho trovato indicativo questo video delle reazioni delle ammiraglie twittato dalla Orica-BikeExchange il giorno della vittoria di Michael Matthews a Revel, vi ho letto sollievo e sfogo liberatorio da stress più che gioia.

https://twitter.com/ORICA_BE/status/752904408795533313

Mi piace anche menzionare chi ha raccontato questo Tour in televisione, perché Pancani e Martinello, pur nella ristrettezza dei mezzi, sono per me fra le poche eccellenze rimaste in rai. Il toscano pecca forse di memoria storica non essendo molto che si occupa delle due ruote, l’ex campione olimpico di Barcellona ’92 è invece una versione meno formale e più scanzonata del sempre ottimo Cassani, ora c.t. della Nazionale, per anni punto di riferimento del commento tecnico. Non fosse per la presenza urticante di Alessandra De Stefano e per le sopracciglia ad “ala di gabbiano” del pur puntuale Garzelli, il ciclismo in diretta rai sarebbe un prodotto con uno standard qualitativo pari a quello delle migliori pay tv. Su Europort Magrini dà sempre spettacolo, riuscendo ad animare con le consuete verve e ironia (la competenza la diamo per scontata) anche le tappe più soporifere.

il duo RAI del ciclismo in diretta: Martinello e Pancani
il duo RAI del ciclismo in diretta: Martinello e Pancani

Ora inizia la stagione delle classifiche d’estate, in attesa delle Olimpiadi e della Vuelta, una sorta di esame di riparazione per molti e di trampolino di lancio per i mondiali per altri.

In chiusura un rilievo: solo cinque frazioni su ventuno superano (di poco) i 200 chilometri, nessuna delle quali definibile come “tappa di montagna”. Non è un fatto nuovo, negli ultimi anni questa tendenza è condivisa da tutte e tre i grandi giri, soprattutto la Vuelta.

Qualcuno fa finta di dimenticarsi che la distanza rende le corse comunque più dure e fa emergere gli atleti di fondo, regalando quindi selezione naturale e di conseguenza incertezza e spettacolo, noi invece vorremmo dimenticarci in fretta di questo tour sciapo. Credo succederà presto.

CLASSIFICA GENERALE FINALE
1 – Chris Froome (GBR-Sky)
2 – Romain Bardet (FRA-Ag2r La Mondiale) a 4’05”
3 – Nairo Quintana (COL-Movistar) a 4’21”
4 – Adam Yates (GBR-Orica Greenstar) a 4’42”
5 – Richie Porte (AUS-BMC) a 5’17”
6 – Alejandro Valverde (ESP-Movistar) a 6’16”
7 – Joaquim Rodriguez (ESP-Katusha) a 6’58”
8 – Louis Meintjes (RSA-Lampre Merida) a 6’58”
9 – Daniel Martin (IRL-Etixx Quickstep) a 7’04”
10 – Roman Kreuziger (CZE-Tinkoff) a 7’11”

13 – Fabio Aru a (ITA-Astana) 19’20”

27 – Rafal Majka (POL-Tinkoff) a 01h 04′ 25”

30 – Vincenzo Nibali (ITA-Astana) a 01h 19′ 59”

 

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