Rio 2016 – Il recap del nuoto olimpico

Nella notte tra sabato e domenica sono terminate le gare del nuoto olimpico in vasca: attraverso alcuni personaggi-chiave, analizzeremo una settimana che ha regalato emozioni e prestazioni straordinarie, consegnato atleti alla storia, consacrato altri fenomeni, tracciato la strada per i prossimi anni e, ammettiamolo, un po’ deluso i colori italiani.

I “gemelli del cloro” all’arrivo dei 1500 SL

Italia: Paltrinieri, Detti… e dopo il nulla

Non possiamo che partire dai risultati dell’Italia in questa nostra analisi del nuoto olimpico in vasca. Non fosse stato per la chiusura straordinaria di Gregorio Paltrinieri (oro nei 1500 SL), accompagnata dal forse ancor più sorprendente bronzo di Gabriele Detti (che già aveva “timbrato” il gradino più basso del podio nei 400 SL), avremmo potuto parlare di spedizione fallimentare. Certo, pur sempre un miglioramento rispetto alle zero medaglie di Londra 2012, ma il vuoto di prestazioni e di condizione dietro la premiata ditta Detti & Paltrinieri è stato sconcertante. Anche Federica Pellegrini, pur grandissima, è andata al di sotto delle aspettative. Inutile nascondersi: la nostra nuotatrice di punta — chiamata spessissimo “la Diva della vasca” o “la Dea della piscina” con un po’ di eccesso di patriottismo — non ha raccolto nulla. Anzi, la nostra portabandiera chiuderà la sua carriera olimpica (difficile che ci sia a Tokyo 2020, nonostante le dichiarazioni) con sole due medaglie all’attivo: l’argento ad Atene 2004 e l’oro a Pechino 2008. Un po’ pochino per giustificare simili appellativi.

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Federica Pellegrini

Quello che ha stupito in negativo, però, è stato il “disco rotto” che abbiamo ascoltato ogni volta — ed è capitato spessissimo — che i nuotatori azzurri firmavano una contro-prestazione. “Non so cosa è successo”, “Non so spiegarmelo”, “Forse abbiamo sbagliato qualcosa, ne parleremo.” Il fatto è che, se tutti, indistintamente, arrivano ai Giochi Olimpici e fanno registrare tempi molto al di sotto dei crono fatti registrare durante la stagione, qualcosa è stato sbagliato — o nella preparazione, o nell’approccio alle competizioni.

Peccato. E, però, complimenti ai nostri due “gemelli del cloro”, Detti e Paltrinieri, che hanno reso questa settimana un po’ meno buia per l’Italia.

Michael Phelps: prima leggenda, ora mito

Non avessimo dovuto rendere conto della debacle italiana, avremmo dovuto partire da lui. Con il suo clamoroso ritorno in vasca l’anno scorso, Michael Phelps si è trasformato da leggenda in mito. In quattro edizioni dei Giochi Olimpici ha conquistato un totale di 28 medaglie, di cui 23 d’oro. Mai nessuno come lui. Nemmeno Leonida da Rodi, che più o meno duemila anni fa — raccontano le cronache — vinse dodici titoli individuali. Ebbene, Phelps è arrivato a 13 (le altre 10 medaglie d’oro sono state vinte con le varie staffette USA).

Ai sei ori di Atene 2004, Phelps ha aggiunto le otto medaglie d’oro di Pechino 2008, le quattro di Londra 2012 e le cinque di Rio. Ha vinto per quattro volte consecutive l’oro nei 200 misti (unico nuotatore nella storia, ça va sans dire) e, nelle 31 finali olimpiche a cui ha partecipato, ha mancato il podio soltanto tre volte — di cui una a Sidney 2000, quando aveva appena compiuto quindici anni.

E potremmo andare avanti all’infinito (per esempio parlando dei 39 record mondiali battuti), ma sarebbe inutile. E riduttivo.

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Phelps commosso

Meglio, molto meglio ricordare Phelps che, finalmente in lacrime — fino a questi Giochi Olimpici era sempre stato tacciato di eccessiva “freddezza” — ha salutato il mondo intero che gli tributava un’infinita standing ovation.

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La grinta di Katinka

Katinka Hosszu: la Lady di Ferro

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Mr and Mrs Hosszu

La nuotatrice ungherese sarebbe stata fuor di dubbio la dominatrice assoluta di queste Olimpiadi se non fosse tornato Michael Phelps a rovinare tutto. Abituata da sempre a tabelle di marcia massacranti, quest’anno Katinka — guidata benissimo dal pittoresco marito-manager — si è “limitata” a sole cinque gare. E meno male (per le altre)… dopo aver vinto i 200 e i 400 misti, Iron Lady si è messa al collo l’oro anche nei 100 dorso (58”45) e l’argento nei 200 (2’06”05) dietro alla sorprendente Maya Dirado. Ma non basta: oltre a vincere, ha stabilito (2’06”58) il recordo olimpico dei 200 misti e ha letteralmente annichilito il record mondiale sulla distanza doppia — uno straordinario 4’26”36 che ha mandato definitivamente in pensione il record “sospetto” della cinese Ya Shiwen. In Ungheria è una star assoluta, la sua biografia è stata in testa alle classifiche di vendita per mesi. Il marito-manager è personaggio almeno quanto lei: ha fatto la gioia delle TV di tutto il mondo seguendola a bordo vasca e incitandola come un ossesso. Si è persino arrabbiato con lei perché voleva il record mondiale anche nei 200 misti…

Katie Ledecky

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La simpatia di Katie Ledecky

Nessun aggettivo possibile per Ledecky, nemmeno nel titolo. Basta il suo nome. A soli 19 anni, è già la più forte stileliberista della storia del nuoto. Dopo aver vinto a sorpresa la medaglia d’oro negli 800 SL a Londra quattro anni fa, ai mondiali dell’anno scorso a Kazan e quest’anno ai Giochi Olimpici Katie ha fatto tripletta: oro nei 200 (1’53”73), nei 400 (3’56”46) e negli 800 (8’04”79).

Il che sarebbe già un’impresa da scolpire nella storia dei Giochi. Ma, in più, i suoi crono dei 400 e degli 800 sono stati altrettanti record mondiali. E non battuti di poco: cancellati, distrutti. Negli 800 ha dato 12 secondi di distacco alla medaglia d’argento Jazmin Carlin.

In molti l’hanno definita The Missing Link. L’anello mancante. Ovvero, l’anello di congiunzione tra il nuoto femminile e quello maschile. Dotata di un fisico lontano dalle muscolosità eccessive di molte sue colleghe, ha una linea di galleggiamento che la fa somigliare più a un pesce che a un essere umano… eppure è molto umana: sempre pronta a sorridere, ad aiutare le compagne, a concedersi alle interviste e ai selfie dei fans.

Lei diventerà la più forte nuotatrice di ogni tempo. Se si pensa che deve ancora sistemare la partenza — determinante nelle gare più veloci — e che, come già detto, ha soltanto 19 anni, ci si può rendere conto del suo enorme potenziale, un potenziale che nessuno ancora ha capito fin dove potrà portarla.

Ah, dimenticavo: ai tre successi individuali, ha aggiunto l’oro con la 4×100 SL (e i 100 non sono certo la sua gara) e l’argento nella 4×200 SL.

Penny Oleksiak: il futuro è già qui

Penny Oleksiak

Se l’ancora adolescente Katie Ledecky si sente già definire “anziana” e “esperta” da qualcuno, buona parte della colpa va attribuita a Penny Oleksiak. La canadese, prima atleta nata negli anni 2000 a vincere una medaglia olimpica (in realtà due) non è il nuovo che avanza, è il nuovo che è già arrivato.

Straordinaria in acqua e fuori — i suoi sorrisi sono una delle immagini più belle che resteranno del nuoto di questi Giochi Olimpici — la sedicenne ha sorpreso tutti vincendo — ex-aequo con Simone Manuel — la gara regina, ovvero i 100 SL, con tanto di record olimpico (52’70”) e aggiudicandosi la medaglia d’argento nei 100 farfalla in 56’46”, dietro soltanto alla fuoriclasse svedese Sarah Sjöström.

Persino più completa di Ledecky — che nuota soltanto lo stile libero — Penny Oleksiak è destinata a fare incetta di medaglie nei prossimi appuntamenti internazionali del nuoto.

Anthony Ervin: Lazzaro, alzati e cammina

Anthony Ervin ha vinto “soltanto” (virgolette d’obbligo) i 50 SL — crono fermato a 21”40, lo stra-favorito Florient Manadou (FR) battutto di un centesimo — la gara più veloce di tutte. Non sarebbe da segnalare se non nel sommario finale, non fosse che…

Non fosse che Anthony ha 35 anni. E ha vinto — primo atleta nella storia — la stessa gara a distanza di 16 anni. Era il 2000, infatti, quando Anthony saliva sul gradino più alto del podio a Sydney. E poi… e poi si è ritirato. Giovanissimo. Da numero uno. “Voglio fare altre esperienze”, ha detto. E così ha fatto: finito più volte nei guai con la giustizia, ha fatto il tatuatore, ha girato il mondo, ha messo su una specie di comune. E ha anche messo all’asta su Ebay la sua medaglia d’oro per aiutare le vittime dello tsunami del 2004.

Anthony Ervin

Poi, l’anno scorso, ha detto “quasi quasi torno”. E tutti si son messi a ridere. Nessuno l’ha preso sul serio, finché non ha nuotato i trials americani guadagnandosi un posto per Rio 2016.

È arrivato in finale, e ancora in molti si stupivano, scuotendo la testa. “Raggiungere la finale a distanza di sedici anni è già un traguardo immenso e insperato”, hanno scritto i giornali USA.

E poi, il tatuato Anthony, in finale ha battuto tutti.

Ryan Murphy, Adam Peaty, Sarah Sjöström e tutti gli altri

Lo statunitense Ryan Murphy si è aggiudicato la doppietta sui 100 e 200 dorso — e già sarebbe un risultato straordinario — ma, non pago, ha abbattuto il record mondiale dei 100 dorso nella prima frazione della staffetta USA — la prima frazione delle staffette, infatti, è l’unica il cui tempo può essere omologato, essendo l’unica con partenza da fermo — fermando il cronometro a 51”85.

Adam Peaty

Il pallido Adam Peaty passerà probabilmente alla storia per aver cambiato il modo di nuotare — e di concepire — la rana. Contrariamente a tutti i suoi predecessori, Peaty ha stravinto (con tanto di record mondiale a 57”13) i 100 rana aggredendo l’acqua, prendendola quasi a testate. Il suo stile aggressivo e potentissimo — e questo a dispetto di un fisico “quasi” normale — è destinato a fare scuola nei prossimi anni.

Sarah Sjöström si è finalmente liberata dall’etichetta di “perdente olimpica” vincendo il suo primo oro olimpico nei 100 farfalla. Non ci era mai riuscita, pur essendo da anni ai vertici sia della farfalla che dello stile libero. Una volta libera da questo fardello, ha vinto poi l’argento nei 200 SL e il bronzo nei 100 SL. Era ora, per un’atleta che, oltre a sprizzare simpatia da tutti i pori, aveva raccolto molto meno di quanto effettivamente meritasse.

Per finire questa nostra carellata sul nuoto in vasca di Rio 2016, non possiamo non citare la statunitense Maya Dirado — capace di vincere quattro medaglie e soprattutto l’oro nei 200 dorso (2’05”99) lasciandosi alle spalle nientemeno che Katinka Hosszu — e la sorpresa Simone Manuel (anche lei USA), oro nei 100 SL ex-aequo con Penny Oleksiak in 52”70: per lei il record olimpico (seppure in coabitazione), ma soprattutto la soddisfazione di essere stata la prima nuotatrice afroamericana a vincere un’oro ai Giochi Olimpici.

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Simone Manuel e Penny Oleksiak

Quello che resta del nuoto

Ciò che rimane è un’impressione di continua evoluzione. Messo definitivamente da parte lo squallido equivoco dei costumi “gommati”, in queste Olimpiadi di nuoto l’essere umano ci ha dato prova del superamento continuo dei propri limiti. Ormai sono pochissimi i record “gommati” che ancora sopravvivono (e, per fortuna, sono destinati a scomparire del tutto nel giro di pochi anni).

Le emozioni vissute in questa settimana — non ultima la splendida galoppata finale di Gregorio Paltrinieri nei 1500 SL — difficilmente ci usciranno dagli occhi e dai ricordi.

Fino a Tokyo 2020. Perché è vero i mondiali, è vero gli europei, è vero i trials… ma le Olimpiadi sono un’altra cosa.

Sempre.

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