La stupidità del giornalismo dei “mi piace”

Qualche giorno fa, come è mia abitudine, gironzolavo per il web alla ricerca di qualche notizia curiosa o semplicemente per informarmi su quello che accade nel mondo e mi imbatto in questo articolo, la testata è l’Huffington Post, un quotidiano web che frequento per la presenza di blogger interessanti e tutto sommato perché poco incline a perseguire l’inflazionata abitudine giornalistica italica che è perennemente alla disperata ricerca della notizia (anche inventata, non importa) che possa scatenare la morbosa curiosità del popolo abituato a intavolare discussioni che nemmeno al Bar Sport avrebbero cittadinanza.

È per questo forse che mi sono stupito e non poco della tesi portata avanti dall’autore: in un periodo di terrorismo sarebbe stato meglio sospendere le gare olimpiche di tiro con armi da fuoco. Come principale ragione viene riportato quel “rumore” così tanto simile agli spari del Bataclan o di altri drammatici eventi.

Premessa numero 1: si può stare a discutere sull’opportunità di considerare sport olimpico il tiro a piattello o magari semplicemente di considerarlo uno sport, ma partendo dalla considerazione che alle Olimpiadi queste specialità sono ammesse e che gli atleti non sono né membri di truppe d’assalto e nemmeno dei cecchini che abitualmente sparano sulla folla inerme, ma sono uomini e donne che si applicano con dedizione e sacrificio a questa attività sportiva, credo che si debba comunque avere un po’ di rispetto nei loro riguardi e non schernirli con frasi del tipo “tutti sparatori indefessi e maniacali, tutti pistola, sacrifici e famiglia”.

Premessa numero 2: non amo le armi. Anzi, le detesto e mi fanno paura, ma come anche nell’articolo si ricorda, alle Olimpiadi e nello sport in generale, viene riprodotta la simulazione della guerra, per decidere chi è più forte senza provocare morti, sofferenze e dolori infiniti. Dati i tempi potrà essere considerato ipocrita, ma è comunque così e mi sembra decisamente meglio che sia così. D’altra parte dai tempi antichi si fanno queste cose anche per dirimere questioni internazionali. Gli stessi romani, maestri di pragmatismo dell’antichità, optarono per far scontrare due drappelli, gli Orazi ed i Curiazi, di tre uomini ciascuno per evitare la guerra e risolvere una questione politica. Insomma, l’aggressività fa parte del lato animale sempre vivo nel genere umano, ma lo sport sembra essere il vaccino in grado di alleviare questo bisogno degli uomini di uccidersi a vicenda. Anche se poi negli stadi del calcio si vedono cose che nemmeno nei combattimenti tra gladiatori. Ma qui rischiamo di scivolare in altri discorsi.

Premessa numero 3 (ed ultima): nel guardare i volti di due signore dai visi paciosi, non mi è venuto in mente nemmeno per un momento che quello che stavano facendo era comunque un atto violento. Potevano usare al posto di una carabina (che al confronto di un AK47 è una spada di latta, non dimentichiamolo) un sasso, ma la cosa stupefacente è stata l’incredibile capacità di concentrazione nell’esecuzione dell’esercizio. Ho trovato la cosa particolarmente bella come particolarmente bello mi è sembrato il dopo gara con il pianto di prammatica e l’abbraccio tra le due signore italiane, così diverse da quelle atlete dai fisici “spartani” e costellate di tattoo spesso di cattivo gusto e dal simbolismo violentissimo (teschi, spade, aquile); tutti simboli riconducibili a culture di destra molto violente e per niente disposte alla “sportività”.

Bacosi

Fatte queste premesse mi domando: perché tirare fuori in un contesto come quello olimpico, così lontano dalla violenza proprio per la natura stessa dell’evento, una questione così insulsa? Non ne capisco proprio il nesso e non riesco a seguirne nemmeno l’utilità del mettere in luce un eventuale “allarme” che sinceramente faccio fatica a riscontrare.

L’unica risposta che mi viene in mente non è lusinghiera per il giornalismo nostrano che, per vocazione o anche soltanto saltuariamente, si occupa di sport: tiriamo fuori qualcosa che faccia scatenare il web (si, proprio il web, ritenuto ormai l’unico vero palcoscenico su cui confrontarsi) perché si parli di noi. Non importa il senso di quello che si dice, tanto nella modalità “Bar on” dell’utente medio dei social, l’importante è scrivere un titolo su cui far partire un’epidemia di fesserie. E a ben vedere ne ho lette di meravigliose, pur andando contro una legge della mia religione che mi vieta di leggere i commenti agli articoli, per ovviare ad una probabile infezione da stupidità acuta.

Poi, riflettendo ancora un po’, mi sono reso conto che questo è proprio il modo in cui testate giornalistiche di ogni tipo parlano abitualmente di calcio. La ricetta è facile: l’atleta ha a disposizione alcune possibilità di peccato:

  1. Ha incontrato un/a uomo/donna segreto/a prima dell’impegno sportivo quando avrebbe dovuto soffrire da solo in camera sua spaccandosi il fegato per la tensione dell’evento. Non è importante il fatto che poi magari abbia vinto.
  2. Nel suo passato ha vestito un abito femminile/maschile durante un carnevale e quindi ci sono sospetti che sia gay
  3. Ha da poco iniziato una relazione con un/a uomo/donna famoso/a e quindi non è più concentrato per poter vincere, salvo poi essere stato rigenerato da questa nuova relazione se è stata conseguita una vittoria. (L’ultimo caso eclatante è la vittoria di Iannone in MotoGP accreditata di fatto alla sua presunta relazione con Belen; ok non è calcio, ma potrebbe benissimo esserlo).
  4. Nel passato dell’atleta ci sono punti “oscuri” (di vario genere) che minano il significato di una vittoria.
  5. Varie ed eventuali dettate dalla fantasia dello scrittore.

In sintesi: la trasformazione dello sport in un rotocalco di gossip, perché questo vuole il popolo e questo gli si dà. Passati i tempi in cui per leggere e capire un articolo di Gianni Brera bisognava aver fatto almeno il liceo.

Se leggete l’articolo del Huffington Post non troverete altro, come giustificazione del fatto che non si sarebbe dovuto “sparate” alle Olimpiadi, solo ed esclusivamente il fatto che gli spari “ricordano quelli del Bataclan”. Come dire che siccome ascolto Richard Clayderman allora sono un amante della musica classica.

Per estremo rispetto per i morti che gli atti di terrorismo causano ed hanno causato, non mi sarei mai permesso di associare le due cose. Ma il bisogno di avere “clic”, “mi piace” o altri generi di commenti, e quindi scalare la classifica Google di chi occupa le prime posizioni nelle ricerche, fa fare anche queste cose. Magari un po’ meno di cinismo avrebbe acceso delle luci, seppur flebili, nelle menti di chi scrive e di chi avidamente legge questa nuova forma di “pornografia” ed il riconoscimento dell’impegno, anche di coloro che solo apparentemente non fanno uno sport atletico, avrebbe fornito un miglior servizio informativo di quanto si possa leggere in questi giorni in quello ed in tanti altri articoli.

Se penso che mi trovo a difendere lo sport del “tiro”, mi viene da sorridere. Io che per non voler prendere in mano un arma decisi a vent’anni di fare 17 mesi di servizio civile.

Bacosi e Cainero

A me di tutta questa storia resteranno impresse la faccia da massaia emiliana sorridente e soddisfatta delle due strepitose tiratrici italiane e di tante e tanti loro colleghi con la faccia più buona dell’orso Yoghi.

Amen

Loading Disqus Comments ...