Usain Bolt: tutti lo amano (tranne la IAAF, forse)

È di sabato notte l’ennesima, straordinaria impresa del più grande sprinter di tutti i tempi, Usain Bolt, capace di vincere i 100 metri piani in tre edizioni consecutive dei Giochi Olimpici — traguardo mai raggiunto da altro essere umano.

In finale, come ormai accade da qualche anno a questa parte, era previsto il duello con Justin Gatlin. E, come sempre accade, alla fine è stato Bolt a prevalere, e questo nonostante una partenza piuttosto complicata che l’ha costretto a rincorrere più del solito e a superare Gatlin “soltanto” agli 80 metri.

Non entro nel dettaglio tecnico della finale, perché, semplicemente, non ha importanza. Tutti l’avete vista, tutti avete avuto modo di ascoltare i commenti tecnici dei telecronisti o di leggere le disquisizioni tecniche sui giornali e sul web.

Ha molta più importanza la strana — e apparentemente incomprensibile — situazione in cui si trova Usain Bolt.

Lo strano caso di Justin Gatlin

Anche l’altra sera — come è giusto che sia — il pubblico ha fatto chiaramente intendere fin da subito da che parte pulsava il suo cuore e il suo tifo: la bordata di fischi con cui è stato accolto Justin Gatlin sia all’ingresso nello stadio che alla successiva presentazione dei finalisti è stata fin troppo chiara: al pubblico — al grande pubblico — i dopati non piacciono.

E — con buona pace di chi continua a far finta di nulla, compresi i telecronisti RAI — Justin Gatlin è un dopato. Lo è stato, per ben due volte. E non un dopato qualsiasi — i cosiddetti “dopati occasionali”, quelli alla Borriello, per intenderci — bensì un “dopato sistematico”. Ovvero un uomo che ha fatto ricorso sistematicamente a sostanze atte a migliorarne le prestazioni fisiche per un periodo protratto di tempo. Anzi, per due periodi protratti di tempo.

Gatlin: non doveva esserci
Gatlin: non doveva esserci

Ora, il regolamento IAAF dice che, alla seconda positività conclamata — e quelle di Gatlin lo sono state entrambe — dovrebbe scattare la squalifica a vita. Ciò non è accaduto (misteri dello strano mondo della IAAF e della WADA, che magari un giorno scopriremo) e Gatlin è tornato a gareggiare — più forte che mai.

Ovviamente. Perché, come è stato anche spiegato in modo esauriente da Stefano Tilli e Franco Bragagna durante i turni preliminari (perché non poco prima della finale, a spiegazione dei fischi di un intero stadio olimpico?), chi si dopa per anni aumenta la “cilindrata” del suo motore. E questo effetto a lungo termine non cessa di esistere nemmeno quando l’atleta smette di doparsi. Quindi, che abbia smesso o meno, Justin Gatlin si ritrova un fisico che non avrebbe mai ottenuto in anni di allenamenti leciti. È come avere in garage una Lamborghini: anche se non la si usa da anni, la si mette in moto e, dopo qualche giro di rodaggio, la “polvere” degli anni se ne va e il motore torna a rombare.

DopingIl pubblico questo lo sa. E, proprio come accaduto con la pluri-dopata del nuoto, Yulia Efimova, ha sommerso di fischi Gatlin dal primo turno all’ultimo. Solo che, per la finale, gli spettatori erano decine di migliaia, e lo stadio era pieno che non ci stava manco uno spillo.

Tutti, nessuno escluso, speravamo vincesse Usain Bolt. E, quando l’ha fatto, abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. E, in parte, abbiamo anche goduto nel vedere Justin Gatlin correre da solo con la sua bandiera a stelle e strisce per festeggiare l’argento, ben lontano dagli altri due (Bolt e il canadese De Grasse) e, anzi, seguendoli a distanza perché, così, sapeva che avrebbe ricevuto meno fischi e sarebbe finito nella “coda” degli applausi per i due vincitori puliti.

Perché l’atletica ha (ancora) bisogno di Usain Bolt

Semplicemente, perché Usain Bolt è l’atletica. Bolt è l’uomo-simbolo che ha portato l’atletica al di fuori degli stadi olimpici e l’ha fatta diventare un fenomeno mondiale, di cui si discute nei bar proprio come per una partita di calcio (in Europa) o di baseball (in America).

La sua simpatia, la sua pulizia, il suo modo di interagire con il mondo intero hanno fatto sì che l’atletica uscisse dalla cerchia ristretta di appassionati e valicasse i confini inter-disciplinari.

In questo momento, tutti sanno chi è Usain Bolt. Io, che sono appassionato di atletica da decenni, non avevo mai avuto l’opportunità di parlare, che so, di salto in alto — o del triplo leggendario di Jonathan Edwards, o della bellezza dei 400 ostacoli — con il macellaio, o con il barista, o con la maggior parte dei miei fratelli di tifo nerazzurro. Ora, invece, grazie a Bolt, quando compro la fesa di tacchino ci si dice “peccato per l’infortunio di Jimbo Tamberi, eh?” oppure “Ma hai visto che fenomeno il sudafricano nei 400, ieri?” [Wayde Van Nieekerk, NdA — ne parleremo]

qui si parla di Bolt
qui si parla di Bolt

Ripeto: tutto questo grazie solo ed esclusivamente a Usain Bolt.

E allora perché si ha la sensazione sempre più netta che Bolt stia cominciando a dare fastidio? No, non al pubblico… al sistema.

Una sensazione strana

È quella che serpeggia intorno al superman giamaicano. Persino negli stessi commentatori — RAI e non solo — l’altra notte si è avvertita quasi una punta di “fastidio” per l’ennesima vittoria di Bolt. Quasi che stia cominciando a diventare un po’ troppo “ingombrante”.

E il fastidio della IAAF aumenta quando, come l’altra notte, lo stadio olimpico di Rio si ritrova pieno in ogni ordine di posto per la finale del 100 metri salvo poi svuotarsi in meno di dieci minuti una volta terminati i festeggiamenti di Bolt.

La sensazione — brutta — è che, nell’ambiente dirigenziale mondiale, non si veda l’ora che Bolt appenda le scarpette chiodate al chiodo. E il sospetto — ancora più brutto — è che si stia cercando un modo per accelerare questo processo.

Bolt e De Grasse al traguardo
Bolt e De Grasse al traguardo

Bolt ne è perfettamente consapevole: a parte l’oro in staffetta del 2008 che probabilmente gli verrà tolto, stante la positività di Nesta Carter (anche questa “modello-Schwazer”, primo esame negativo, controesame positivo a distanza di mesi), lo stesso Bolt ha messo le mani avanti più volte. Nelle interviste pre-Rio non ha mancato di far notare i cerotti sulle braccia, raccomandando ai giornalisti di riferire che erano tutti dovuti a controlli antidoping a sorpresa. Ha parlato di Gatlin (indirettamente), dicendo “in finale ci sarà chi non dovrebbe esserci, ma lo batterò lo stesso”.

Ma l’aria che si respira intorno a Bolt è pesante, inutile negarlo.

Le nostre conoscenze a Rio ci parlano di un Bolt piuttosto in paranoia, che rifiuta persino le bottigliette d’acqua che vengono offerte a fine gara a chiunque le chieda da parte dei volontari presenti a bordo pista — lui prende soltanto l’acqua che gli dà il suo staff.

D’altra parte — i casi Pantani e Schwazer insegnano — non ci vuole molto a “siringare” un’innocua bottiglietta d’acqua naturale e a metterla nelle mani della persona giusta…

Sono solo sensazioni, ma sono sensazioni inquietanti. Che la IAAF stia cominciando a pensare che l’iper-mediaticità del fenomeno Bolt vada a detrimento del sistema-atletica è una cosa che soltanto i meccanismi delle stanze del potere possono comprendere e giustificare.

A noi, al pubblico, non resta che sperare.

Usain Bolt è il nostro idolo. Non toccateci Bolt.

Non toccateci Bolt
Non toccateci Bolt
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