Giacinto, 10 anni dopo

Era il 4 settembre 2006, esattamente 10 anni fa, quando ci salutava non solo uno dei talenti più manifesti e accecanti dello sport, ma soprattutto una persona di straordinarie doti umane.

Non l’ho mai visto giocare dal vivo eppure, come ogni interista (e non solo), si vive con quel mito sullo sfondo, che si appropria della scena  principale non appena possibile: per una discesa sulla fascia, per un gol del terzino, quando devi spiegare cosa significa “fluidificante” o la parola “lealtà”. Ecco, Giacinto Facchetti è un monumento, dell’Inter e della Nazionale: diciotto anni con la maglia dell’Inter, quindici con quella della Nazionale

Come calciatore è stato esempio per stile, modo di gioco, ha reinventato un ruolo che ancora oggi non ha trovato un interprete così pieno, completo e compiuto: lui, il primo terzino d’attacco della storia, che lo diventa nella squadra troppo spesso ricordata per il “catenaccio”. Era anche questo il bello di Giacinto: sapeva distinguersi anche di fronte ai luoghi comuni, essere diverso anche all’interno di una stupida generalizzazione. Quella macchia di azzurro anche dove non c’erano più colori.

In campo anche, e soprattutto, esempio di correttezza e lealtà: “el pica mia, l’è trop bù”, non picchia mica, è troppo buono si diceva. Una sorta di comandamento per tutta la sua carriera, quando è (sempre stato) più facile lasciare lì una manata o una gomitata, una simulazione o una spinta maliziosa. No, non Giacinto, quel capitano senza arroganza, il simbolo di attaccamento alla maglia, l’esempio estremo di correttezza: una sola espulsione in tutta la carriera, ad opera di un arbitro esibizionista a cui non regaleremo un grammo di notorietà in questa storia.

Una carriera straordinaria condita da 4 scudetti, due coppe dei campioni, due intercontinentali, con l’Europeo in nazionale e la finale di Messico ’70, che eppure viene trascesa e eclissata dalle doti umane, che sono sempre le prime cose che si ricordano del Cipe. È una rarità nello sport: vuol dire che quell’uomo era davvero straordinario ben più dell’atleta, e in questo caso parliamo di un atleta di livelli inarrivabili.

Non credo esistano impronte in qualche “walk of fame” nostrana, ma il tocco di Giacinto è percepibile in una infinità di racconti, di aneddoti: i segni lasciati valgono più di un’impronta. Un simbolo autentico che niente e nessuno, neanche le manipolazioni ad arte e le becere guerre del tifo facinoroso e idiota potrà mai neanche lontanamente macchiare.

Perché Facchetti era così come lo vedevi, sempre a testa alta, in campo e fuori. Sempre. Con quegli occhi che sorridevano, che sapevano mescolare la poesia di una strana malinconia e una pacata gioia interiore, che troviamo in molti racconti ma mai in una biografia: forse troppo ritroso, troppo riservato.

Oppure (in)consapevole che c’è una dimensione dell’uomo, di quell’uomo, che travalica il raccontabile, qualcosa che non riesce a esprimere il mondo dietro le spalle di quell’uomo alto e atletico; qualcosa che ha a che fare con la sua bellezza e la sua innata eleganza, dentro e fuori dal campo, un fascino mistico nascosto dalla sua semplicità. (due vere eccezioni librarie l’eroe di “Azzurro tenebra”, il romanzo di Giovanni Arpino, suo grande amico e padrino di Gianfelice; e il nuovo graphic novel “Il rumore non fa gol”).

Magari un giorno, nello stadio nuovo, in questo calcio troppo dominato da affaristi, procuratori, soldi e povertà umana, qualcuno darà spazio alla storia e alle emozioni, e noi tifosi riusciremo a leggere da lontano un nome nuovo… non che San Siro o Meazza non ci piacciano, ma chissà che brivido per ogni interista vedere da lontano quei due nomi messi insieme, uno accanto all’altro, due anime, due colori, due bandiere, due grandi amori e uomini straordinari: lo Stadio Prisco e Facchetti.

(il saluto su www.inter.it, ad opera di Roberto Monzani con la collaborazione del figlio Gianfelice)

 

 

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