Roma e la difficile gestione post Porto

Il 28 agosto Spalletti reagiva così al gol di Sau che è valso il pareggio del Cagliari nei minuti finali. Una foto che dice molto della tensione del tecnico per tutto l’inizio della stagione più che per i due semplici punti persi per la rimonta subita dopo essere stati in vantaggio di due reti, e dopo una partita giocata male.

Una vittoria non avrebbe fatto passare i malumori per l’uscita dalla Champions e per un mercato in quel momento ancora incompleto e da cui si aspettava almeno un colpo da parte della società, ma avrebbe rasserenato almeno parzialmente un ambiente che, come tutti, dopo una sconfitta pesante sotto ogni punto di vista aveva già fatto partire processi a società, tecnico e giocatori, anche dal proprio interno.

Cosa sia successo solo pochi giorni prima è in realtà qualcosa che ad occhi più attenti poteva persino essere previsto ed è riassumibile in pochi numeri: 3 su 22 e 6 su 7.

james-pallottaSono rispettivamente le vittorie che ha ottenuto la Roma americana in Europa e le eliminazioni delle squadre italiane al preliminare per entrare in Champions League nelle ultime 7 stagioni. Numeri pesanti e da approfondire per fare una valutazione della sfida giocata contro il Porto e fare anche un quadro completo della Roma attuale.

Una squadre che, nonostante sia ormai costantemente ai vertici del campionato, non è mai stata in grado di farsi valere in Europa nemmeno contro squadre abbordabili.

Clamorose e passate alla storia le sconfitte con Bayern Monaco e Barcellona, ma non da meno le brutte figure fatte per esempio contro il Bate Borisov, perdendo prima in Bielorussia e poi pareggiando in casa per uno scialbo 0-0 che le era sì valsa la qualificazione agli ottavi (grazie ad un miracolo di Ter Stegen a tempo ormai scaduto a Leverkusen e con il punteggio più basso di tutta la storia della Champions), ma che erano anche valsi i tanti fischi da parte dei propri sostenitori e che non erano stati compresi dalla società stessa che aveva prolungato l’agonia della gestione Garcia.

Ma quei numeri non valgono solo per la Roma: valgono per tutto il calcio italiano. Il primo è la giusta percezione dei nostri avversari, sempre troppo poco considerati a meno che non siano le grandi storiche d’Europa o che abbiano emiri o magnati come proprietari.
Il secondo è l’approccio ad una stagione che deve iniziare al massimo già da metà agosto.

E in questo aspetto non conta solo la preparazione fisica (fondamentale) problematica soprattutto se effettuata tra una tournée e l’altra, ma anche la tempistica con cui si costruiscono le squadre.

Tante volte, troppe, si aspetta il passaggio del turno per completare una rosa con dei giocatori di livello che invece sarebbero serviti maggiormente proprio per superare il turno in questione. O si aspetta fine agosto per provare un “saldo dell’ultima ora”, causa situazione economica sempre ai limiti della sopravvivenza.

Era capitato a Benitez che aveva richiesto per settimane l’arrivo di un centrocampista e che poi si è ritrovato De Guzman acquistato fra un incontro e l’altro della sfida con l’Athletic Bilbao e David Lopez acquistato il 31 di agosto, ritrovandosi Gargano che avevano cercato di cedere in ogni modo ma che poi furono costretti a far giocare da titolare il preliminare (e non solo).

LUCIANO SPALLETTI ALLENATORE DELLA ROMA DAL 2005 AL 2009 (Foto Bartoletti)
LUCIANO SPALLETTI ALLENATORE DELLA ROMA DAL 2005 AL 2009
(Foto Bartoletti)

Ed è capitato anche ora a Spalletti: l’arrivo di Vermaelen è avvenuto una settimana prima della sfida di andata, mentre la partita ad Oporto è stata la prima con Manolas come compagno di reparto. Ancora peggio è accaduto con Bruno Peres, arrivato il giorno stesso mentre i suoi futuri compagni partivano alla volta del Portogallo, poi sceso in campo contro l’Udinese con pochi allenamenti nelle gambe.
Entrambi senza il minimo affiatamento con i compagni di squadra, una scarsa conoscenza di ciò che richiedeva il tecnico e con una preparazione fisica mirata ad arrivare al massimo in tempi diversi.

Un altro caso emblematico è stato l’utilizzo di Paredes.
Abbiamo detto quanto sia stato sempre al centro delle trattative di mercato in uscita e lo stesso Spalletti non aveva voluto e potuto garantirgli un buon minutaggio durante la stagione perché reputato troppo inesperto per certi livelli, salvo poi trovarsi costretto a utilizzarlo nel finale della partita di andata contro il Porto, poi da titolare nell’esordio in campionato, nonché nella partita che valeva una stagione a livello sportivo e molto di più a livello economico-societario.

E qui possiamo iniziare a valutare i tanti errori commessi da Spalletti nel ritorno.

A partire dal portiere, dove prima si è fatto confusione nel mettere alla pari Alisson e Szczesny come che fossero due giocatori di un qualsiasi altro ruolo, salvo poi scegliere il secondo nonostante i pochi allenamenti. In realtà la titolarità del ruolo è stata sempre ben salda sulle spalle del portiere polacco e solo il suo ritorno a Trigoria pochi giorni prima della partita di andata lo avevano reso il secondo ad Oporto. Se questo è un vantaggio come gestione del ruolo è altrettanto vero che la parola di Spalletti rischia di perdere di credibilità di fronte ai giocatori.

La difesa composta dal neo arrivato Bruno Peres a destra, Manolas e De Rossi al centro e Juan Jesus a sinistra era totalmente nuova. Gli unici reduci dall’anno scorso erano Manolas e Szczesny.

Si potrebbe parlare dei limiti difensivi di Bruno Peres o in fase di spinta di Juan Jesus, ma avrebbe senso ma fino ad un certo punto: pur essendo vere entrambe, si sarebbero potute limitare grazie a un lavoro di squadra che però, in quel momento poteva essere stato solo accennato.

http://www.ilmalpensante.com/wp-content/uploads/2016/09/de-rossi-intervista.jpgStesso problema per Vermaelen: la seconda ammonizione è frutto di una mancata conoscenza del modo di difendere della Roma di Spalletti e del mancato affiatamento tra i giocatori (solo Manolas e Florenzi i reduci).

Se sull’arrivo di giocatori all’apprestarsi del preliminare le colpe sono chiaramente della società, a Spalletti si imputa De Rossi spostato dietro in una difesa a 4, dove non si è mai trovato particolarmente bene: ha fatto bene, talvolta giocando nel mezzo di una difesa a 3, ma non è un centrale. Col rischio di rendere inutile l’acquisto di Fazio, cioè un giocatore di ruolo.

Conseguenza dello spostamento di De Rossi è stato l’utilizzo in mezzo al campo di Paredes, giocatore interessante ma che non ha (giustamente) l’esperienza per guidare una squadra in un momento chiave della stagione, soprattutto dopo aver giocato così poco ed essere stato sempre sul punto di essere ceduto. Probabilmente è stato proprio Paredes che non riusciva ad entrare nel vivo del gioco a costringere De Rossi a salire più del previsto, cosa che ha contribuito al nervosismo di De Rossi (già alto per ruolo e risultato, oltre che per suo istinto naturale) che poi ha portato all’espulsione per un intervento senza alcun senso, in una zona del campo in cui non avrebbe dovuto esserci, dando l’ennesima prova di alcuni limiti mentali che non è mai riuscito a superare nella sua lunga carriera.

Ed è proprio l’aspetto mentale ciò che ha reso impossibile il passaggio del turno e che ha reso complicata la gestione del post eliminazione.

Non si tratta del famoso ambiente romano, perché così come accade in casa Inter, nessun allenatore e nessun giocatore è libero di lavorare e di sbagliare senza essere imputati in qualche processo. Quello che è accaduto a De Boer, criticato aspramente a pochi giorni dal suo insediamento per i risultati delle prime due giornate di campionato è solo l’ultimo caso di una lunga sequenza, anche se forse il più emblematico.

Per aspetto mentale si intende proprio l’aspetto della crescita e della consapevolezza di tutta la società del proprio valore ma anche dei propri limiti e della capacità di superare i momenti difficili sia fuori che dentro il campo. Si può pensare in grande se le fondamenta sono solide e se tutti sono in grado di reggere il peso di certe responsabilità, remando tutti nella stessa direzione.

Cosa è restato di questa eliminazione?

L’uscita dalla Coppa è stata traumatica e le reazioni non sono sembrate all’altezza, anche se nell’immediato la società ha tentato di minimizzare. Nel prepartita il DG Baldissoni diceva:

pallotta-sabatini-baldissoniLa squadra è piuttosto completa, nonostante qualche infortunio grave, in tutti i reparti abbiamo diverse opzioni e programmiamo il futuro a prescindere dal risultato di stasera“, rinforzato da Sabatini che nel post gara affermava che “Il risultato della partita non avrebbe cambiato le strategie di mercato, avremmo fatto le stesse cose”.

Ma era chiaro che non poteva essere così, visti i conti sempre al limite e le restrizioni che il FPF comporta: giugno 2017 porterà con sé la cessione di un big. 

Visto lo sfumare del sogno Borja Valero (impossibile fare una offerta congrua), si è tentato di acquistare a condizione economiche favorevoli: Wilshere, su tutti, avrebbe accontentato allenatore e piazza dal punto di vista tecnico, la società dal punto di vista economico. Col grande punto interrogativo, però, dei tanti problemi fisici avuti in carriera.

La scelta di restare in Inghilterra al Bournemouth ha creato ancora più malumore all’allenatore e ai tifosi che si sono ritrovati senza l’acquisto sperato. Un colpo devastante che ha contribuito, e non ce n’era bisogno, a aumentare ancora la tensione. Spalletti dopo l’eliminazione aveva accusato il colpo e non lo aveva nascosto: “Risultato duro da digerire, questa partita ci spezza in due. Le espulsioni? Serviva più calma“. Quella reazione non è altro che la conferma.

ORA TOCCA AL CAMPIONATO… E ALL’EL

spallettiLa Roma ha i mezzi per migliorare il cammino, soprattutto nel lungo termine, e il campionato italiano non è l’Europa, anche se la chiusura del mercato ha visto migliorate notevolmente le rose di Napoli ed Inter, mentre a Roma non è arrivato il tassello mancante che si cercava a centrocampo, soprattutto dal punto di vista qualitativo ma anche numericamente parlando.

Il banco di prova sarà l’Europa League: se verrà affrontata con piglio serio e volontà di vincerla vorrà dire che si è fatto qualche passo avanti come mentalità. Con ottimi ritorni certi anche in ottica campionato, vista anche la possibilità di alzare il minutaggio di tutti.

Una società che non ha mai vinto nulla a livello europeo non può (o non dovrebbe almeno) snobbare alcuna competizione: puntare alla vittoria finale è un obbligo, nei confronti dei tifosi anzitutto, ma soprattutto per dare alla squadra quella scossa giusta e l’input necessario alla crescita di tutto l’ambiente. Altrimenti sarà l’ennesimo anno perso… a meno di una vittoria in campionato.

 

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