Quel gol di Ronaldo che non sapevo descrivere

14/09/1997. Quando Ronaldo segnò al Bologna la sua prima rete con la maglia dell’Inter non seppi descriverlo. Ricordo benissimo quando mi venne posta la domanda:
Com’è stato il gol di Ronaldo?
E io senza girarci troppo attorno:
“Bello!”
Bello,  bello, bello. Perdonatemi ma all’epoca non seppi trovare altre parole.

D’altronde avrei compiuto 10 anni soltanto tre giorni dopo, avevo iniziato la quinta elementare da poco e il concetto di bellezza assoluta e relativa mi era del tutto sconosciuto. Quell’anno avrei invece cominciato ad avere le prime confidenze, sempre grazie alle vicende calcistiche nerazzurre, con il concetto di ingiustizia, imparando a distinguerla dalla bontà d’animo e dall’etica. E da quell’anno capii anche da che parte schierarmi per tutta la vita.

Ma tornando al gol di Ronaldo no, non seppi descriverlo, e non me lo perdonai mai.

Ronaldo gol bolognaDa allora mi sono imposto una missione, quella delle parole, affinché una cosa del genere non si fosse più ripetuta. Non c’è nulla di peggio, soprattutto per uno che vuol vivere grazie alle parole, di non saper descrivere una cosa effettivamente difficile da descrivere, e quel gol entrava in questa categoria, per il contesto storico, per l’attesa che aveva addosso e per la sua difficoltà d’esecuzione .

Ma oggi mi rendo conto che sono passati 19 anni. 19 anni. Il tempo è stato molto più rapido di quell’attaccante brasiliano, e io mi chiedo come descriverei la rete di Ronaldo al Dall’Ara.

Se vogliamo limitarci alla cronaca sportiva è fin troppo facile: il fenomeno punta l’ex interista Paganin (definito uno dei migliori prospetti difensivi italiani dal Guerin Sportivo di quella settimana), finta di andare a destra e con un cambio di passo e di direzione repentino vira a sinistra, supera definitivamente il rossoblu e poi, davanti al portiere, sceglie il palo più vicino anziché l’incrocio sul secondo (soluzione che scelse poi sette giorni più tardi a San Siro contro la Fiorentina, quando trafisse Toldo).

E poi fu aeroplanino sotto la curva.

Ma anche così è facile e, parliamo chiaro, inutile.
Per descrivere quella rete dovremmo scomodare i canoni dell’arte, non perché la più bella che abbiamo visto, ma per quello che ci fece provare all’epoca. Mettetevi nei panni di ragazzini delle elementari instupiditi dalle storie disneyane e abituati alle partite di Holly e Benji; il concetto di diagonale difensiva ancora sconosciuto, l’attacco come istinto primordiale, la voglia di gol spettacolari, di giocate veloci. E soprattutto l’uomo (o la donna, o il re, o il principe, o la principessa) che ci potesse far sognare.

E Ronaldo, per un’intera stagione, ci aveva fatto sognare.

Solo che alla prima partita non aveva segnato ed erano piovute le prime critiche: in Italia è diverso, le difese sono più chiuse, durerà poco. Grazie Signore per averli perdonati, non sapevano cosa dicevano.

Nel tentativo di descrivere quel gol iniziai, fin dall’approccio alle medie dell’anno successivo, a leggere con attenzione i vari termini che comparivano sul libro di Storia dell’arte: estetica, sezione aurea, concezione del bello.

Non bastarono.

Poi quando ebbi il primo contatto con la filosofia, mentre il Fenomeno era già passato al Real Madrid, lasciandomi da solo in un pomeriggio d’estate, provai a coniugare il tutto calandomi nella metafisica, nelle concezioni superiori, nel Socratico “sapere di non saper descrivere quel gol”. E poi la letteratura, cercando di plagiare qualche grande scrittore:

Sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso” dice il Sommo poeta Dante.

Ch’ ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, Ternea Rinaldo (che ha una strana assonanza con Ronaldo, ndr) aver sempre alle spalle” scrive Ludovico Ariosto.

Poi col passare del tempo avevo rinunciato.

Oggi che ci ho riprovato sapete cosa vi dico? Non so descriverlo quel gol, se non con una parola sola:

BELLO.

Sono banale e scontato ma è così.

E’ stato bello viverlo, è stato bello sognarlo.

Ed è bello ricordarselo.

Perché è solo con i ricordi che si può battere il tempo.

Tempo che corre più in fretta di un centravanti brasiliano (anche se per poco).

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