In trincea con Frank

Nota: Scrivo questo articolo prima di Inter-Juventus, perché il risultato della partita di oggi pomeriggio non ha alcuna rilevanza sul messaggio. Ma proprio zero.

È ora che la società Inter, e soprattutto gli interisti, si diano una svegliata. Questa volta sul serio. Non è più il tempo di dire “okay, ma tanto” oppure “si vabbe’ ma comunque”. No. Il titolo vergognoso (quello sì) della Gazzetta dello Sport dell’altro giorno — di cui ha già parlato ampiamente Alberto Di Vita nel suo articolo — ha toccato l’apice della violenza verbale nell’accerchiamento mediatico di Frank De Boer. Un apice, si badi bene, che già si pensava essere stato raggiunto quest’estate e che, invece, è stato superato. E che quindi, come logica impone, sarà superato di nuovo.

Il bar

Il luogo della battaglia

Sta a noi, e soltanto a noi, fare sì che ciò non condizioni il nostro allenatore e la nostra squadra più di quanto non siano già condizionati. Sì, dico proprio noi, i tifosi interisti: quelli di noi che vanno allo stadio, che seguono le partite in TV o in streaming, che scrivono articoli… ma soprattutto quelli di noi che vanno al bar.

Io faccio parte delle ultime tre categorie: seguo le partite in TV o streaming, scrivo articoli… e vado al bar.

Il bar in cui vado è anche un Inter Club. Il proprietario e gestore mi sta simpatico. E capisce di calcio — al contrario di molti altri consumatori di “Campari col bianco, grazie”. Eppure, ieri, dopo aver concordato con me che “l’allenatore va difeso”, ha aggiunto questa postilla: “La colpa è della società” — e fin qui ero ottimista, ma poi l’ha conclusa con: “Non si può prendere un allenatore che manco parla italiano.”

Non ce l’ho fatta a discutere. Non ce l’ho fatta. Non ne avevo voglia. Non avevo voglia di spiegargli che all’Inter, se non parli italiano, è meglio, e non perché in squadra di italiani ce ne sono quattro o cinque, ma perché, non parlando italiano, hai una barriera naturale tra te e la stampa. Non ne avevo voglia e non ho detto niente. E ho sbagliato.

Se tacciamo, sbagliamo. Se ci facciamo condizionare da questa guerra feroce e spietata (il titolo “Frank Di Burro” del Corriere dello Sport era da querela), portata avanti non solo dai media in generale, ma soprattutto dagli amici di Mancini — eh sì, tifosi manciniani, fatevene una ragione: Ciuffetto gli amici nei giornali ce li aveva, e ora si fanno sentire, proprio come ce li aveva Mazzarri — e si facevano sentire. E, soprattutto-bis, dai vari siti “interisti” che, mendicando click, fanno gli avvoltoi sulla pelle della squadra. L’unica eccezione che ho letto in questi giorni è stata InterNews che ieri ha diffuso un bel pezzo di Andrea Turano che vi invito a leggere per intero.

La società Inter

State attenti, China boys. Non si può sbagliare. Non si può fare i “duri” sul mercato e poi sbracare con i media. Non è consentito. In questo servirebbe davvero un referente italiano con i controcazzi, uno che sappia com’è il sistema, quello vero, quello orfano della Cupola biancorossonera del bel tempo che fu — mi permetto di fare un nome, visto che, cara Inter, ce l’hai già in casa: Roberto Monzani — uno che sappia guidare i signori Zhang nella melma mefitica dei giornali e dei giornalisti sportivi.

Forza China

I mali di questa società nascono a monte… proprio tanto. A sei anni fa, per la precisione, quando Moratti evitò di rinnovare la squadra che aveva vinto il Triplete. Da allora, un errore dietro l’altro: la cessione di Sneijder, sputtanato da Branca in diretta TV; la cessione di Coutinho e di Thiago Motta; l’acquisto di Cassano; il “pensionamento” anticipato di Walter Samuel; il “pensionamento” tardivo di Zanetti; l’assurdità masochistica delle assunzioni di Gasperini e Mazzarri… e queste sono solo le più eclatanti. In sei anni è stato distrutto un patrimonio che, se gestito con più oculatezza, ci avrebbe visti ora sullo stesso piano del Bayern Monaco.

Cari Zhang & Co, non fatelo. Non fate anche voi quello che hanno fatto i vostri predecessori (Thohir incluso). In Italia non basta difendere l’Inter e il suo allenatore con le parole, ci vogliono i fatti. Bisogna blindare Frank De Boer con un contratto inattaccabile e renderlo pubblico, come è stato fatto quest’estate con Icardi, e mostrare la stessa splendida arroganza con cui sono stati mandati a rastrellare il mare De Laurentiis e Agnelli quando volevano prendersi Icardi e Brozovic.

Il fatto che Brozovic sarebbe meglio fosse andato via non c’entra, perché non è questo il punto. Il punto è che Brozovic è rimasto perché voi, cari Zhang & Co, avete voluto far vedere al mondo che c’avete le palle.

Ce le avete? Secondo me sì. Bene, dimostratelo ora. Scavate la trincea e ficcatevici dentro con Frank De Boer. Affidatevi a un italiano che sappia davvero come vanno le cose e fate ciò che vi dice.

I tifosi

E noi? Noi che non abbiamo quote di minoranza e di maggioranza, ma che siamo gli unici azionisti di riferimento?

Beh, gente… se ci siamo mobilitati per Guarin, non vedo perché non farlo per Frank De Boer. O forse sì, il perché lo vedo… leggiamo troppo. Ci facciamo condizionare troppo dalle Gazzette e dai mendicanti di click che si annidano sotto i nostri stessi colori.

Materiale per querele

Bene, svegliamoci pure noi. Mostriamo di avere le palle quadrate come i cinesi quest’estate.

Smettiamo di comprare e di leggere qualsiasi giornale sportivo. Non clicchiamo sugli “aggregatori” che diffondono le notizie sparate dai giornali sportivi. Non abboniamoci a Sky o a Mediaset Premium.

Difendiamo il nostro allenatore, che è arrivato qui tardi perché quell’altro, quello che tanto amiamo, ha passato un’estate a vagire “yayatouré yayatouré” invece di rassegnare le dimissioni a giugno.

Se non lo facciamo… beh, se non lo facciamo, mi permetto di citare un post della pagina facebook de ilMalpensante.

Se non lo facciamo, se non ci schieriamo compatti con uno dei migliori allenatori che potevamo sperare di avere, ci meritiamo un altro Mazzarri.

Che si chiami Prandelli, o Capello, o Mazzarri, o Gasperini, ce lo meritiamo.

E, se non facciamo il nostro dovere di interisti, lo avremo.

E allora sì che sarà finita ancor prima di cominciare.

E’ questo che vogliamo?
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