Il burro di Frank

Alla fine, checché ne pensino i giornalisti del Corriere dello Sport, Frank De Boer è stato tutto tranne che “di burro”, come recitava il titolo da querela pubblicato un paio di settimane fa e di cui abbiamo già ampiamente parlato su questo sito — negli articoli “In Trincea con Frank” e, prima ancora, in “L’Inter e la (non) vergogna della Gazzetta dello Sport”.

Ma non per la vittoria di ieri sera. Frank De Boer ha dimostrato di che pasta — oh cielo, dovremmo smetterla con i paragoni alimentari — è fatto non facendo nemmeno un plissé — frase molto in voga nel milanese, la diceva sempre la mia nonna — di fronte alla pioggia (ma che dico, alla grandinata, al tornado) di critiche ingiustificate e feroci che gli sono franate addosso da ogni punto cardinale della Rosa (rosea, tanto per citar la “vergogna” di qualche altro titolo) dei Venti.

FIORELLO DOVE SEI?

Frank De Boer ha proseguito per la sua strada, e per la sua strada proseguirà — sempre che noi interisti gliene daremo modo. (Ah, a proposito, non ho visto, oggi, nessun ficcante e pensoso tweet di Fiorello, un altro — uno dei tanti, tantissimi — che si scopre interista soltanto perché l’idea romantica del “perdente” fa molto figo e poi, che diamine, se dai contro all’Inter vieni ritwittato e citato, non sia mai).

Una strada, quella di FDB, che sarà ancora irta di ostacoli e non scevra di qualche caduta lungo il percorso (vi piacciono i luoghi comuni e le frasi fatte? mi sto divertendo a usarli/e, più che altro per fare il verso — muuuhhhal “giornalismo” sportivo che, dai tempi gloriosi di Gianni Brera, ha vissuto e sta vivendo un’involuzione preoccupante verso l’analfabetismo di ritorno, roba che manco alla fine della Grande Guerra), ma che — finalmente — ha dato un’idea chiara a noi — e magari anche ai “giornalisti” sportivi — di quello che potrà essere l’Inter targata Frank (bello “targata X”, eh? Altra frase fatta. Scateniamoci).

Purtroppo, l’Olanda è famosa per i mulini a vento, i tulipani e il formaggio (il famoso “formaggio olandese”, non è fantastico che si chiami proprio così, visto che dall’Olanda viene? Non come il Gorgonzola, che non viene fatto a Gorgonzola — provincia di Milano — ma altrove). Non per il burro. Un vero peccato, perché sarebbe stato bello poter postare una bella foto di un burro olandese, e invece mi tocca corredare le mie parole con un semplicissimo e anonimo burro qualsiasi su una fetta di pane tostato.

L’UOGOCOMUNIZZANDO S’IMPARA

un accessorio indispensabile

Il caro Frank — precipitato ignaro nella patria delle Menti Sopraffine del Calcio, il Club Mensa della panchina — ha dimostrato che non solo si impara alla svelta, ma a volte anche si può insegnare qualcosa nel paradiso del QI calcistico dell’Itaglia nostra. Che poi è ovvio che, essendo quell’altro — l’allegrone di ieri sera, intendo — nato e vissuto a pane e Coverciano (accidenti, altra frase fatta e altra metafora gastronomica, non riesco a farne a meno oggi), non si può dirgli che ha fatto una minchiata a mettere lì Pjanic, perché non sia mai. Noi esportiamo i Mazzarri che battono i Mourinho — e poi ne parlano quaranta minuti buoni — e siamo stati noi a inventare il calcio, non gli inglesi. Siamo stati noi la squadra più bella della storia, non l’Olanda del 1974.

E intanto Frank, che per imparare l’italiano sta andando a lezione da Nonno Nanni (“il nonno che viene sulla tua tavola”, recitava lo slogan poi censurato della prima campagna pubblicitaria del marchio), come effetto collaterale, oltre che mandare a memoria frasi-chiave quali “sono soddisfatto della prestazione” e “il gruppo è fondamentale” (assai difficili da tradurre quando vengono recitate “I’m satisfied of our performance” e “The group is very important”), intanto si è dotato di “zangola” (vedi foto) e ha imparato anche a fare il burro.

VIOLENTATA SUO MALGRADO

“Santa famiglia, sacrario dei buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo.”

Queste sono le parole che Marlon Brando costringe Maria Schneider a ripetere ossessivamente in una delle scene più famose della storia del cinema, la famosa “scena del burro” di Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972).

Il brutto è che, come si è scoperto di recente, per stessa ammissione di Bertolucci, la Schneider quel giorno non sapeva che sarebbe stata sodomizzata. Un episodio di gravità enorme (che personalmente mi ha fatto rivalutare al ribasso l’intero film), che però non ha avuto “levate di scudi” e “indignazione popolare” perché, si sa, Bertolucci fa parte dell’elite (e qui, signori, il parallelo tra registi e allenatori fatelo voi, che avete un po’ di intelletto e quindi non bisogna proprio spiegarvi tutto).

Non più un gran film, eh?

Ma su una cosa, son sicuro, vi coglierò inaspettati. Di sorpresa, volevo dire (avevo tentato di non mettere una frase fatta, ma poi ho preferito). Il burro di Frank non è una facile, volgare metafora rivolta da me alla squadra avversaria di ieri — di cui, ripeto, continua a fregarmene meno di zero.

Oh, no.

Nein. Il burro, Frank l’ha preparato — e l’ha usato con successo ficcante e, permettetemi, penetrante — nei confronti di quella stampa sportiva che, ieri sera, ha dovuto mettersi a novanta gradi e subire, e questa volta non con un partner (il solito) di sua scelta.

È per loro che l’ha preparato. E l’ha spalmato.

Vi lascio con una piccola immagine-regalo che mi è costata una mezz’oretta di Photoshop. Se volete, cliccateci con il tasto destro e salvatela, e poi ritwittatela a Fiorello — o, magari, alla redazione del Corriere dello Sport o di quell’altra roba rosa che titolava “Inter, non ti vergogni?”

E quale sarebbe il commento migliore a questo tweet? Eh sì, avete indovinato ancora: Non ti vergogni?

Perché poi, quando ci si vendica, bisogna farlo bene, e goderci anche un po’. Altrimenti che gusto c’è?

Pronti a cliccare sul capolavoro (ehm)?

È qui sotto. Cliccate. E poi: Salva con nome — e poi: Condividi.

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