“C’è solo l’Inter” racconto di un viaggio in auto

Il lago corre lento lungo l’auto che viaggia verso Verbania. Dentro i due non parlano. Lei guarda fuori e osserva il verde delle montagne che sta lentamente virando verso i colori dell’autunno. Lui guida, guarda la strada e sembra irraggiungibile nel suo silenzio. La radio gracchia la radiocronaca. Il sole sta lentamente nascondendosi dietro le montagne della Val Toce e trafigge l’aria con raggi dorati che esplodono sull’acqua in miriadi di giochi iridescenti.

Stacco. Piano americano. Stadio di San Siro. Il cinese guarda il campo. Accanto a lui un argentino gli spiega l’organizzazione del tifo, la massa di gente che urla e impreca. Il perché di tanta veemenza. Difficile per lui, abituato ai dragoni del sol levante e alla calma orientale che governa l’uomo anche nella ferocia. Ma gli piace. Gli piace e sorride. L’argentino indica alcuni uomini che salgono le scalette e ad ogni passo la folla accanto a loro si alza, sbraccia, li tocca, li bacia. Racconta, l’argentino, che una volta quelli furono gli eroi non di una battaglia, ma di tante guerre vinte. Il cinese li guarda e sorride. “Ho comprato tutto questo” pensa. “Ho comprato tutto questo” e annuisce soddisfatto.

Sfuma. Carrellata laterale. La macchina rossa placida continua la sua corsa agevolando le curve.

Zoom lento. L’uomo alla guida fuma. Fuma con apparente calma. Il lago sta diventando color piombo. La grande città si sta avvicinando chilometro dopo chilometro.

Camera su di lei. Allunga la mano e gli ruba la “pipetta”. Sigaretta elettronica gusto “caramello”. Labile palliativo al devastante bisogno di nicotina. Dalla radio la voce di Repice ha cominciato il suo racconto. In sottofondo l’urlo rauco e animale della folla. Lui strappa la pipetta dalle mani di lei e fuma. Fuma con cattiveria.

Stacco. San Siro. Primo piano. Il pelato ha il suo classico sorriso da ebete mentre osserva i suoi correre in campo. “Abbiamo una maglia orrenda” pensa e ben si guarda dal dirlo al giovin signore che invece è estasiato nell’ancestrale certezza della sua imbattibilità. Il biondo slavo ha gli occhi cattivi come quelli di un fascista di Delnicka Strana. Lui l’abitudine non l’ha mai persa. Anche l’altro, il fratello, l’abitudine non l’ha persa e non la perderà forse mai. Osservano il campo e sono preoccupati. Gli altri, i “prescritti”, li stanno mettendo sotto. I loro non ci sono e se ci sono è perchè devono stare lì, ma è evidente: non ne hanno.

Stacco. Studio televisivo. Mezzo primo piano. Un uomo parla senza sapere bene cosa dire. Il sospetto comincia ad infilarsi nella sua mente. Il sospetto che non sarà come si aspettava. No, proprio per niente. Stacco sul cabarettista dai capelli bicolore e lo sguardo ebete di chi non ha mai superato nemmeno l’esame di seconda elementare. Urla, si sbraccia, sbraita in un torrente di parole senza senso. “Abbiate rispetto” dice il mezzo busto cercando di imporre una professionalità venduta a basso prezzo anni addietro.

Stacco. Campo lungo. L’auto rossa continua a correre verso la grande città. Ora il traffico è un po’ più fitto e l’uomo alla guida si capisce che si sta innervosendo. Zoom nell’abitacolo. Gli occhi vitrei tradiscono la tensione. La radio continua a gracchiare. Repice urla e a lui esplode una bestemmia nel petto. Lei si gira e lo colpisce. Ma lui non ha nemmeno realizzato che c’è un’altra persona accanto. Ora è l’autostrada che gli sfila sotto le ruote. E’ una nastro che si scioglie dentro alle montagne oscurando il segnale. “Cazzo!”, ma questo non fa rivivere il segnale. Ecco la luce in fondo al tunnel “tr .. adf …. di Lichsteiner. La Juventus è in vantaggio …”. Non un muscolo si muove.

Stacco. Studio televisivo. Campo largo. Il cabarettista dai capelli bicolore grida e ride sguaiato e volgare. Tutti si agitano e l’ospite “buono” della squadra matta che finge rammarico, in un siparietto studiato come in un teatrino oratoriale.

Stacco. San Siro. Il pelato sorride, nervoso, ma sorride. Il giovin signore si gongola nella sua protervia. L’altro fuma e si guarda i tatuaggi, mentre pensa alla serata che l’aspetta. Il fascista ha gli occhi gelidi. Dissolvenza.

Soggettiva. Interno auto. “Rete! Ha segnato Icardi. L’Inter ha pareggiato”. L’uomo ha le nocche bianche mentre stringe fortissimo il volante. Non un movimento. Solo una piccola goccia di sudore sulla tempia. “Uccideteli adesso” sibila mentre fuma la pipetta. Lei lo guarda un po’ preoccupata.

Stacco. Steadycam. Juventus Club in un paese del Salento. Rapido movimento delle mani degli astanti che cercano di metabolizzare, mentre sbandano in bilico sul baratro. Bestemmie a mezza voce. Gli occhi che cercano certezza sui muri, nelle immagini di vittorie che tutti sanno non essere pulite. “Icardi … trivela … Perisic … Goool!” … è la fine. Hanno capito.

Blur. Primo piano. Interno auto. “GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” le mani che battono contro il volante. L’urlo che spruzza saliva contro il parabrezza. La testa che si scuote in uno tzunami di follia. Non esiste più niente. Solo l’urlo che ferisce la gola “GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!”

Carrellata 360°. Stadio San Siro. La folla in delirio. Urla sguaiate che vomitano rancore ed odio verso gli avversari in ginocchio.

Stacco. Primo Piano. Interno auto. Occhio vitreo. Silenzio. Pipetta. Tensione. Lei: “Perchè li odi tanto?”. Lui: “Sono il potere arrogante e rancido”.

Steadycam. Tribuna San Siro. Il cinese ride. Non capisce ancora cosa sta succedendo, ma sa che è qualcosa di buono. Vede gli avversari, “nemici” avrebbe detto l’argentino, guardarsi intorno spaesati. Lui ride e festeggia, perchè in fondo ha sempre pensato che la vita sia una festa e niente potrebbe convincerlo che quella a cui sta assistendo non sia una festa. Tribale. Un rito collettivo.

Dissolvenza. Autostrada dei Laghi. Campo lungo. La macchina rossa viaggia verso la metropoli. Stacco all’interno. “Mancano ancora una decina di minuti. Una partita bellissima, giocata con grande veemenza e razionalità dagli uomini di De Boer … che qui tutti hanno sempre un po’ considerato uno stupidotto, ma che questa sera sta dando lezioni di calcio ai cam…” i muscoli tesi nello spasimo dell’attesa del fischio finale. Lei lo guarda come se fosse appena atterrato da Marte. Lui non vede più nulla. Una visione: un vate che aizza la folla alcuni secoli prima.

Stacco. Stadio di San Siro. Il pelato ha un volto di cera. Il giovin signore è una statua. L’altro si accende l’ennesima sigaretta. Il biondo si guarda attorno. I suoi occhi di ghiaccio cercano vittime, ma questa sera la vittima è lui.

Interno auto. Primo piano sulla radio. “Si giocherà ancora. Quattro minuti di recupero”. La stazione radio fa fatica e scompare. Una mano schiaccia pulsanti compulsivamente cercando di distillare il radiocronista tra le scariche elettrostatiche. Sono minuti orribili. Dissolvenza.

Campo stretto dall’alto, in allontanamento. Stadio di San Siro. “Siamo già oltre al 95° e Tagliavento fa segno di continuare a giocare … ancora l’Inter che attacca, ma ecco… l’arbitro fischia la fine dell’incontro. I nerazzurri hanno vinto meritatamente una partita bellissima. Possiamo dirlo: l’Inter ha annullato la Juventus”.

Lo stadio illuminato nella notte che scende si fa sempre più piccolo.

C’è …. solo l’Inter …..

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