Video analisi di Inter Juventus 2-1

Roma non si costruisce in un giorno né in poche settimane, ma il barbaglio della bellezza che verrà può talvolta rivelarsi come un miraggio nel momento di maggiore pena, e può essere così forte da essere visibile a tutti e non solo a chi di quel miraggio ne fa anche una questione di passione, di salvezza e di redenzione.

Per moltissimi degli scettici, forse troppo scettici anche per i condizionamenti ambientali delle ultime settimane, la partita di domenica tra Inter e Juventus avrà il significato della conversione sulla più classica delle “vie di Damasco”: su quella strada, cioè, in cui accade l’incredibile e che comincia proprio con una luce abbagliante e, da quella, ci si converte a ciò che prima si disprezzava.

Perché la partita di domenica è stata questo: abbagliante.

efb37328d227bf665beef6197ef0bfcd-75342-1474223060Abbiamo già detto che si affrontavano due squadre diverse per potenziale, forma, profondità della rosa: una era forte sotto tutti gli aspetti, l’altra indebolita. La prima veniva, sì, da un brutto pareggio di Champions League, ma con una partita in crescendo e che nel finale avrebbe anche meritato di vincere; una squadra che vince da 5 anni, che è fortemente consolidata nelle fondamenta, che ha una stabilità societaria, tecnica e tattica che, unita alle qualità dei singoli, diventa un mix unico nel campionato italiano. La seconda era stata trascinata a forza sull’orlo di una crisi che non c’era, nonostante tanti dubbi e perplessità, che non trovavano però precise giustificazioni nella realtà: su ilmalpensante.com avevamo provato a spiegare che già a Palermo, ma soprattutto a Pescara, le cose erano cambiate sensibilmente. Ma neanche noi eravamo pronti alla luce di domenica.

LA VIGILIA

184146292-dd0f101f-7ac1-4a15-b29c-fb9f34253984Alla vigilia c’erano alcune cose chiare e che sembravano incontrovertibili: la Juventus avrebbe dominato fisicamente e tatticamente. Il mondo del calcio italiano si divideva in 4 grandi parti: i tifosi, quelli a cui importava zero, quelli terrorizzati, e quelli che erano lì, nella presunzione dell’altezza inarrivabile, sentendosi come avvoltoi in attesa non della preda, ma giusto anche di un piccolo morso sul cadavere nerazzurro che tutti, da grandi intenditori, pronosticavano come fatto e finito: neanche un pasto, gli bastava semplicemente buttarsi nella zuffa, ritrovarsi senza identità tra i tanti parolai a scrivere ovvietà “contro”.

181331944-25e2c58f-915a-4a68-bf7e-61510283acc0Insomma, per molti era addirittura l’ultimo giorno di lavoro all’Inter per Frank De Boer: avevano già contattato Capello, Garcia, Prandelli, magari anche Ten Cate (un giorno vi racconteremo la storia). Le domande dei giornalisti nella conferenza stampa pre-partita nascondevano una convinzione: questo è scemo, è il Forrest Gump della Serie A. Al punto da ricevere una domanda sul fatto che si analizzasse o meno le partite, e si è trovato a costretto a rispondere:

Bisogna avere rispetto per ogni avversario, analizziamo bene le squadre che affronteremo con lo staff e studiando le immagini, poi arriviamo a trarre delle conclusioni. Questo avviene indipendentemente dall’avversario. A volte cambiamo alcuni dettagli, sul pressing e su alcuni accorgimenti tattici, e poi lavoriamo di conseguenzaFrank De Boer

Non lontani da queste atmosfere i tanti tifosi nerazzurri che avevano pure subito un colpo al cuore, un piccolo magone: si diffonde rapidamente un’immagine con alcuni ex, tra cui Materazzi, Samuel, Milito, Zanetti, Chivu e Stankovic. E la riflessione nasce spontanea guardando la panchina interista: pur con la pancetta, sarebbe meglio avere quelli che non questi.

Aveva contribuito anche l’esclusione di Brozovic, con la #EpicBrozo immagine:

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Insomma, a parte la “mise”, tutto un po’ trash e fuori luogo. Ma il “caso Brozovic”, che poteva essere letto in chiave negativa, si è rivelato inaspettatamente invece uno dei tanti segnali positivi di una nuova Inter. Deve essere successo qualcosa nello spogliatoio a metà partita tra Inter e Hapoel, al punto da spingere l’allenatore a concordare l’esclusione con la società. E da qui i primi aspetti interessanti:

  1. Nessun giornale aveva parlato di questo possibile problema (sempre che ci sia stato)
  2. Quindi nessuno spiffero societario né dai calciatori, visto che l’esclusione ha colto tutti di sorpresa
  3. La società ha sposato totalmente la linea di De Boer: punirne uno per educarne cento
  4. “Nessuno è più grande dell’Inter” e “ci sarà tempo per la rieducazione” sono frasi seguite agli atteggiamenti che hanno fatto certamente breccia nel resto della squadra

Ho già detto che nessuno è più grande dell’Inter. Bisogna credere in questo progetto e andare nella stessa direzione, se qualcuno non lo fa bisogna intervenire e dimostrare qualcosa al gruppo. La decisione non è solo mia, è di tutto il club che capisce questo tipo di scelteFrank De Boer

LA PREPARAZIONE

Con il senno di poi è facile dirlo, ma noi ci eravamo sbilanciati subito dopo la partita: ritengo che debbano sempre giocare i migliori, anche nelle coppe e nelle coppette, ma De Boer aveva dannatamente ragione a farli rifiatare quasi tutti perché era necessario preparare questa partita, in questo modo, con questo dispendio di energie. Il messaggio è chiaro anche per la società: ci sono 13-14 uomini, forse 15, che valgono una maglia da titolare: ma ce ne sono almeno 6 da cambiare appena possibile.

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La formazione dell’Inter era quella annunciata, formalmente un 4-2-3-1 che però in campo diventa una di quelle idee di calcio che ridurre nei numeri sarebbe stupido, se non proprio impossibile. Ci proveremo, ma parlando più di movimenti che di moduli.

De Boer, prima durante e dopo la partita, mostra una grande capacità di adattamento, come ci aspettavamo:

In un campionato come quello olandese, arrivare a fine stagione con soli 20 gol subiti è una medaglia al valore militare. Proprio perché c’è questa mentalità diffusa di attaccare attaccare attaccare, un allenatore che organizza bene la fase difensiva è un allenatore diverso che in quel contesto spicca: semplicemente perché non è pazzo, non è scriteriato. Anzi, è molto pragmatico.articolo de www.ilmalpensante.com

8ed79fed9baa153e66d9da87a87ebcbf-59184-1474223057Allegri, invece, decide di sposare la linea integralista, una di quelle che gli ha impedito di raccogliere di più in carriera: l’allenatore conta più dei singoli. Per questo decide di togliere Dani Alves, Barzagli, Higuain e Lemina: mosse tutte contestabili, pur essendocene una che riteniamo corretta. Ci si aspettava un pressing alto dell’Inter (pur non così alto!), nonché la presenza di un esterno tecnico e rapido a sinistra, uno tra Perisic e Eder: la scelta di Benatia la riteniamo più che corretta, perché più rapido di Barzagli e con più geometrie. La sua presenza avrebbe dovuto sgravare Bonucci di eccessiva pressione, ma l’ingresso di Barzagli ha ripristinato le cose: il centrale della nazionale non è quasi mai riuscito ad impostare e a esibire il suo ottimo lancio in profondità, e l’Inter ha alzato il numero di giocatori a fare pressione alta.

L’impressione è che l’insistere di Allegri su Asamoah voglia anche essere un segnale alla società: quello di un tecnico scontento perché gli hanno tolto l’unico vero incursore (Pogba) con certe caratteristiche (non quelle di Khedira) e gli hanno preso giocatori sì forti ma probabilmente con caratteristiche non proprio amatissime. A partire da Pjanic, preso forse per fare il regista, là dove Allegri nel 2010 fece “mobbing” a Pirlo che decise di andarsene. E che magari le cose in casa Juventus non siano tutte così felici come vogliono raccontarcela.

LA PARTITA IN PILLOLE E NUMERI

184146224-06fe1504-6bac-4a0e-89cb-ced2dd1ee068Quello che risalta fortemente è la totale assenza di improvvisazione da parte dei nerazzurri. Per scegliere le singole parti da mostrare nel video abbiamo fatto una fatica tremenda, perché ogni minuto era buono per essere approfondito. Ogni singolo giocatore si è mosso con grande intelligenza e armonia rispetto ai compagni di squadra, come un corpo unico: sono cose che si vedono in genere solo nelle formazioni di “lungo corso”, abituate a giocare insieme.

In fase di possesso, l’Inter ha provato a controllare il gioco, ma solo quando non era possibile una rapidissima verticalizzazione su Icardi, cercata molto spesso anche a costo di essere avventata (si spiega così più del 20% di errore nei passaggi) e nella speranza di una sponda o di un uno contro uno: una variante in controtendenza rispetto alle prime uscite che nel complesso è andata a buon fine, perché la difesa juventina è arretrata di 15 metri dopo pochi minuti proprio per sopperire ai problemi derivanti da questa rapidità verticale. Operazione possibile, ovviamente, grazie alla lucidità e alla tecnica di Banega e Joao Mario, in grado di scavalcare il centrocampo juventino al primo o secondo tocco, ma anche di non perdere mai la testa e tenere a bada il pallone se pressati.

A darcene dimostrazione, la quantità di tentativi di profondità verso l’ultimo terzo di campo (in rosso gli errori).

Quando non era più possibile cogliere di sorpresa la difesa, si ritornava al possesso palla lento e misurato, ma senza grosse esagerazioni, con Joao Mario e Banega a fare da padroni del centrocampo. Ed è qui che De Boer ha mostrato una straordinaria capacità di adattamento. Era già successo a Pescara e non avevo compreso esattamente cosa intendesse né a chi si rivolgesse, ma De Boer ha più volte fatto un gesto particolare, con due indici messi uno di fronte all’altro come per dire “uno davanti all’altro”. Incuriosito, mi ero ripromesso di porre più attenzione a questo aspetto contro la Juventus ed è venuta fuori la soluzione.

Per facilitare l’impostazione, garantire sempre un appoggio e la costruzione dei triangoli offensivi, i centrocampisti si disponevano a “L”, mutuando in attacco quello che si può fare in fase difensiva quando si è in inferiorità numerica: partendo sulla stessa linea verticale, uno si abbassa a prendere la palla, l’altro si muove lateralmente o diagonalmente. Lo si capirà meglio dal video, anche se ci viene in aiuto una grafica Opta che illustra perfettamente la verticalità del centrocampo interista.

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Per comprendere come si tratti di una scelta ponderata e per nulla “scontata”, mettiamo una accanto all’altra le “disposizioni medie” di Inter e Juventus: mentre quello dei bianconeri è chiaramente un 3-5-2 con Pjanic qualche metro dietro, quello dell’Inter è di difficile interpretazione.

Ancora più apprezzabile è visualizzare la disposizione in campo sia in fase di possesso (la prima) che in fase di non possesso (la seconda):

Fase di non possesso:

 

Ovviamente Medel è rimasto centrale, piantato a forza, con solo un paio di sbavature, mentre Joao Mario e Banega hanno variato la posizione per tutto il campo, non dando riferimenti ai bianconeri. Tattica dispendiosa se è vero che i due interni dell’Inter sono stati tra quelli più impegnati nella corsa (Candreva è un discorso a parte che analizzeremo in video):

Adesso osserviamo due grafici con i tocchi prima di Joao Mario e poi di Banega: li mettiamo uno sopra l’altro anche per comprendere come abbiano giostrato entrambi più o meno sulla stessa linea orizzontale (Joao Mario leggermente dietro, anche se Banega ha cercato più palloni dietro come suo solito), avendo libertà di muoversi a piacimento.

Tutti questi grafici mostrano anche una particolarità: l’Inter aveva scelto scientificamente di attaccare di più a sinistra. Non soltanto perché lì c’è Eder che è un attaccante vero, ma anche perché questo consentiva a Candreva di stare molto largo e creare un lato debole di cui i bianconeri si sono sempre dovuti preoccupare, limitando così molto, per buona parte del match, Alex Sandro. Altra motivazione, la difficoltà naturale di Barzagli nel contrastare attaccanti dal passo più rapido.

Questi aspetti si sono rivelati fondamentali anche in fase di costruzione, perché l’Inter, grazie al pressing, ha “portato” la Juventus a giocare molto di più sulla sua destra: la posizione media del duo di destra è più alta di quella del duo di sinistra.

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È venuto a “mancare” (non nel senso di “assenza” ma di “continuità”) l’appoggio Bonucci-Chiellini e sia molto più frequente quello con Barzagli: non è una scelta della Juventus ma una soluzione cercata fortemente dai nerazzurri. Così come l’isolamento di Pjanic: il pressing centrale e verticale dell’Inter ha fatto cercare spazio più avanti a Khedira e più largo ad Asamoah, spesso libero e che non sapeva cosa fare della sua libertà. Proprio quello che voleva De Boer.

A dimostrazione, le posizioni medie juventine in fase di possesso palla:

Il pressing dell’Inter ha costretto la Juventus a questo (in rosso le zone più “battute” dal pallone):

Allegri aveva certamente studiato l’Inter e notato le difficoltà in fase di transizione rapida con verticalizzazione verso l’attaccante: si spiega così la scelta di Mandzukic, che avrebbe dovuto servire da sponda per gli inserimenti di Asamoah, Khedira e Dybala, soluzione più volte invocata dallo stesso tecnico durante il match. Nei piani di Allegri c’era certamente il tentativo di far correre il centrocampo interista, fiaccarlo per poi “finirlo” con gli ingressi di Pjaca e Higuain nel finale: se fosse stata la stessa Inter di Pescara, gli sarebbe andata bene. Il problema è che l’Inter stavolta ha corso per 90 minuti, e ha corso molto bene, bloccando linee di passaggi, con i centrocampisti che prendevano a turno Pjanic e Dybala, soprattutto quest’ultimo, per impedirgli una ricezione comoda. È stato uno degli aspetti più costanti della partita, agevolato da un Candreva eccellente nei movimenti, a fare “l’elastico” tra i suoi compiti in fase di pressione alta e quelli di chi scala al centro per fare densità.

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Allegri avrebbe dovuto rispondere con largo anticipo: passare dal 3-5-2 al 4-3-3 avrebbe scompaginato tutti i piani dell’Inter, che si sarebbe trovata costretta anche a improvvisare. Dybala e Alex Sandro molto larghi avrebbero complicato la vita di Santon e D’Ambrosio, costringendo un interno o un attaccante all’aiuto costante: è successo solo nel finale, quando è entrato Higuain, e l’Inter non è riuscita a trovare le contromisure. Ma il tempo rimasto era troppo poco e non c’è stato tempo per recuperare.

VITTORIA MERITATA E NATURALE

L’Inter ha dominato soprattutto per la cura della fase difensiva, mettendo sempre pressione ai portatori di palla e bloccando le linee di passaggio. Ha tirato di più (16 a ), ha vinto più tackles (16 a 10), ha creato più occasioni da gol e mostrato di essere capace di grandi prestazioni. La cura dei dettagli è stata maniacale e, soprattutto, l’esecuzione in campo degli stessi è stata meticolosa ma non pedissequa, con tanto spazio lasciato per la creatività di chi stava “sopra” la palla, ciascuno con le sue caratteristiche.

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La vittoria è figlia naturale di maggiore organizzazione, determinazione, voglia di vincere: forse i bianconeri hanno preso un po’ sottogamba la partita, probabilmente convinti di uno strapotere fisico e tecnico incolmabile dall’oggi al domani.

È comunque una partita che decide poco o nulla nel campionato dei bianconeri, mentre per quello dell’Inter può essere la partita della svolta, anche se siamo certi che molti degli editoriali infiammati contro De Boer (già scritti prima della partita) siano rimasti rancorosi nel cassetto in attesa del prossimo passo falso, della prossima brutta partita: l’olandese, insomma, ha guadagnato quel tanto sì e no quel tanto che gli basta per arrivare alla sua prossima fermata.

VIDEO

Visto il tanto materiale video, abbiamo deciso di allungare la parte descrittiva e per questo vi siete sorbiti un articolo più lungo del solito.

Ci scusiamo per la qualità dell’audio e l’effetto “baritono” della voce ma non sappiamo cosa sia accaduto in fase di caricamento su youtube.

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