Fenomeno da 40 anni

Uno dei momenti più intensi della mia vita da tifoso interista fu quando si vociferò per la prima volta che Ronaldo Luís Nazário de Lima poteva approdare in Italia e in maglia Inter. Avevo 22 anni e avevo la fortuna di poter seguire calcio estero, soprattutto Premier ma anche una buona dose di Liga: avevo già una cartolina del fenomeno in maglia blaugrana e per un paio di notti mi addormentai con questa sul guanciale, sbavandola un po’ durante la notte.

Era un’avvisaglia di ciò che sarebbe accaduto qualche mese dopo, per un troppo breve periodo.

E come non sbavare per uno che faceva gol di questo genere e avrebbe giocato per la tua squadra?

Chi non ha visto giocare Ronaldo, chi lo ha visto solo su Youtube o solo nelle azioni gol delle tv, si è perso uno dei giocatori più straordinariamente dominanti del calcio mondiale. Roba che Messi e Cristiano (in questo articolo non può circolare altro Ronaldo che il brasiliano) sembrano due ragazzini al confronto. E già li immagino i professionisti della statistica: palloni d’oro, gol, bacheca etc… Ecco perché dico che si sono persi qualcosa di unico e inimitabile: perché Ronaldo andava molto oltre il semplice gol, Ronaldo era apprensione costante, era bellezza, eleganza, era una divinità calcistica che aveva deciso di vestire i suoi panni e regalare ai suoi tifosi (blaugrana e nerazzurri) qualcosa di unico.

Ronaldo è stato precursore di tutta una generazione di calciatori che hanno cominciato a giocare in maniera diversa col pallone fra i piedi. Ronaldo è per il calcio ciò che è stato Jordan è stato per il basket: ha segnato la rivoluzione di un’era, è stato lo spartiacque tra due modi differenti di vedere e essere calcio, qualcosa che è appartenuto soltanto ai grandissimi capostipiti di qualcosa di nuovo e unico (Pelè, Cruyff, Maradona, Facchetti i nomi più facili da dire nell’immediato). L’attaccante numero 9 si divide in AR e DR, dopo di lui non sarà più lo stesso ruolo.

Perché Ronaldo, lo diceva chiunque lo affrontava, era diverso. Era un’altra cosa. Era (di) un altro pianeta.

Ronaldo era tecnica, rapidità, era fantasia, era talvolta anche indolenza che all’improvviso esplodeva nel più imprendibile dei dribbling. È stato probabilmente il più europeo degli attaccanti brasiliani, pur conservando tutta la straordinaria fantasia che è tipica dei verdeoro.

La prima volta che lo vidi giocare fu nella Coppa Uefa, era la stagione strabiliante con 35 gol in 36 partite. Una partita di cui riuscii a vedere solo le immagini dei gol, per poi, incuriosito, cercare e trovare alcuni resoconti stranieri più approfonditi di quelli italiani. Gioca contro il Bayer Leverkusen, e Ronaldo ridefinisce il concetto del “solo contro tutti”: non è un modo di dire, è quello che si vede in campo. Ronaldo palla al piede è una sfida alle leggi della fisica, della solidità dei corpi, è qualcosa che sfora i limiti dell’umana possibilità e diventa trascendenza calcistica.

Ronaldo aveva già fatto rumore in Europa. Impossibile non innamorarsene, anche perché a quel tempo era davvero un ragazzino, magro, rapidissimo, dalla faccia da bravo ragazzo.

Poi l’esperienza spagnola. Prima di arrivare in Italia, tutti dicevano con fare saputo: “le difese italiane sono di gran lunga migliori, e se sarà necessario lo stenderanno”. Sulla “bontà” di certe difese ho sempre avuto il dubbio, mentre sulle botte… Ronaldo in Spagna veniva regolarmente massacrato.

Ma le partite dominate da Ronaldo sarebbero troppe da ricordare: basti ricordare solo che realizzò 47 gol in 49 partite. Si vocifera che Bobby Robson abbia “consegnato” il ragazzo, soprattutto per curarne l’aspetto psicologico, al suo nuovo vice, un portoghese giovane e dalle idee strane ma che Robson riconosce già essere più avanti nel calcio. Né Mourinho né Ronaldo hanno mai parlato del loro rapporto, eppure…

E poi? E poi c’è l’Inter, il più grande regalo di Moratti, il sogno del migliore del mondo in nerazzurro, l’emozione ad ogni palla toccata, ad ogni dribbling, l’assoluta convinzione che si stesse vivendo un momento magico, unico. Una apparizione.

Perché Ronaldo non aveva paura di nulla e di nessuno, eppure ha affrontato alcuni dei più grandi difensori della storia: Nesta, Maldini, Cannavaro, Puyol, Thuram, Aldair, Costacurta, Hierro, Stam, Desailly, Ayala, De Boer… la lista è lunghissima e i video rendono di più.

Ronaldo era uno che ti creava gioco e pericolosità in un fazzoletto di campo, attorniato da avversari, sopra la linea del fallo laterale. Chi può dimenticare il dribbling sui difensori parmensi?

Ma era anche uno che troppo spesso si lasciava prendere dall’indolenza. Il problema, per gli avversari, arrivava quando decideva di giocare. Come quando nel 97-98 fa una partita sonnecchiante nello stadio dello Spartak Mosca, forse impaurito dalle condizioni pietose e indegne del campo, inadatto a qualunque idea di calcio. A guardarlo, tutti eravamo concordi: non si può controllare lì la palla, Ronaldo soffrirà. E il Fenomeno soffre, almeno finché non ricorda che i suoi piedi hanno qualcosa che va oltre l’appoggio, che accarezzano così dolcemente i palloni da renderli innamorati dei suoi piedi, e che tutto gli è concesso:

Costacurta una volta lo definì con queste parole:

Secondo me resta il più grande di sempre, il miglior attaccante che abbia mai visto. Meglio anche di van Basten, un giocatore veramente impossibile da marcare. Ne parlavo con un grande come Maldini, Ronaldo ci ha fatto fare una serie incredibile di “figure da cioccolatai”. Vi assicuro che noi abbiamo marcato gente come Maradona, ma lui era assurdo. Lo marcavi stretto e lui ti chiamava la profondità, coprivi lo spazio per non dare la profondità e lui ti puntava in uno contro uno, era ossessionanteBilly Costacurta

E poi? E poi Ronaldo si fa male, in un modo che ne condiziona il resto della carriera. Ronaldo, QUEL Ronaldo, il più forte di tutti, quello per cui era necessario scomodare Pelè e Maradona (e si tirava a sorte per scegliere), finisce (definitivamente) il 21 novembre 1999, in una anonima partita contro il Lecce. Da lì in poi tanta lunga, lunghissima pena e sofferenza umana. Mi rimarrà un unico grande rammarico vero: quello di non avere visto all’Inter quella che considero la coppia di attaccanti più letale mai vista su un campo di calcio, Romario e Ronaldo.

Tornerà a giocare, Ronaldo, ma chiunque lo abbia visto al PSV, al Barcellona e all’Inter sa una cosa incontrovertibile: erano due calciatori diversi. Occhio, era un fenomeno pure il secondo, straordinario e pur sempre un pericolo numero 1. Ma non era QUEL Ronaldo, quell’essere trascendente che aveva inventato un modo di giocare che poi in tanti seguiranno nel futuro: fortissimo, imprendibile, ma umano, la sofferenza lo aveva reso umano. Il primo, invece, era assolutamente divino.

Non sono un fan della retorica del tifoso facinoroso, del concetto di “tradimento”, “onore” e via discorrendo, e già immagino le solite obiezioni: “coniglio”, “traditore”, “non doveva andare al Milan”, “per me è finito”. Personalmente, comprendo che i calciatori sono professionisti e che la bellezza di certe storie (Totti, Zanetti, Xavi etc…) nasce dalla loro rarità, non perché tutti dovrebbero fare così, mostrare attaccamento e fedeltà.

Ronaldo era un dono per tutti coloro che lo guardavano ed è stato un onore, un piacere ineguagliabile vederlo in nerazzurro. Cosa abbia fatto dopo ha poca importanza e nulla potrà togliere a me, a chi lo ha tifato, a chi lo ha amato, quelle emozioni così indelebili, così profonde. Così fenomenali.

Ho visto dio in maglia nerazzurra, grazie Ronnie, auguri Ronnie.

 

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