Gabigol: presentazione tamarra, lui per fortuna no

Oggi, dopo aver atteso una buona mezz’ora — si sa, quando gli eventi sono di tal portata, bisogna mettere in conto di saltare un’oretta di lavoro, peccato solo che non lavoro in ufficio, quindi i soldi persi sono miei — l’arrivo di Gabriel Barbosa detto “Gabigol”, mi sono ritrovato di fronte a uno streaming molto lussureggiante, tutto rosso nei sedili e con pannelli in ciliegio a ornar le pareti dell’Auditorium Pirelli Bicocca. Io, che ormai sono obsoleto — ho compiuto da poco i 50, perdonatemi — e sono un po’ affezionato alla Pinetina e a quei microfoni sopra le tovaglie nerazzurre, ci sono rimasto un po’ male. Un po’ come quando vado a presentare un mio libro e, invece di una libreria affollata con odore di carta, mi ritrovo al Circolo della Stampa o all’Einaudi Point di Torino e c’è odore di… niente. Brrr.

Location alternativa

A riportarmi sulla terra, per un attimo, c’è stata quell’incongruenza meravigliosa — se fatta apposta direi geniale, una vera performancedel cerchione Pirelli in bella mostra sul tavolo. La sensazione di sdoppiamento — auditorium o officina? Spazio Pirelli o Carrozzeria Gargiulo? — è però durata poco assai: il tempo di Faulkner (non ricordo se ci va la L o meno, ma lasciatemi sognare, o voi uomini e topi — che è di Steinbeck, volevo dire Bolingbroke, ma abbiate pazienza) e poi di Tronchetti Provera, e in un amen mi sono visto di fronte un filmato tipo pubblicità della Nike e, bon, mi son reso conto.

This is the new Inter, baby

Mi sono reso conto che non solo non ci si può fare niente, ma anche che è giusto così. Questa è la nuova Inter — una nuova Inter che mi piace un casino, sia chiaro, a scanso di equivoci — e la nuova Inter ha bisogno di internazionalizzarsi ancor di più, soprattutto nella comunicazione mediatica globale. E quindi — ho riflettuto — se il Real Madrid e il Barcellona fanno presentazioni tamarre da anni, è giusto che le facciamo anche noi. Perché questa — e al solo pensarci godo — è la nostra dimensione, quella a cui aspiriamo. E mi rendo anche conto che, se i tifosi sperduti nel Bangladesh o nelle province (ma ci va la I oppure no, in province?) remote della Cina vanno nelle risaie con la maglia di Messi e di CR7, ci vanno anche e soprattutto perché le loro società di appartenenza sono riuscite a farli diventare dei fenomeni globalizzati anche al di fuori del rettangolo verde.

Certo, quando ho visto il filmato di Gabriel Barbosa che palleggiava sull’enorme H dell’eliporto Pirelli, per un attimo ho avuto il terrore che suonasse la Walkürenritt e arrivasse lo spettro del Berlusca accompagnato dal rombo dei rotori a calar dall’alto su Milanello — chi se la dimentica, quella? ho ancora i brividi — ma per fortuna non è successo.

He’s got the look

Gabigol: ottima impressione

Tamarra la presentazione e tamarro anche Gabigol, almeno nell’aspetto: l’impressione di trovarmi di fronte a un fresco trionfatore del Grande Fratello è stata forte, lo confesso. Invece poi Gabigol (Scarpini, gli troviamo un altro soprannome, per favore?) si è rivelato tutto quello che le apparenze (auditorium, look eccetera) non potevano far sospettare: un ragazzo umile, che non ha straparlato, che ha detto le cose giuste, che non si è comportato da star… insomma, una specie di Frank De Boer 2.0.

Mi è piaciuto molto. Nonostante la banalità ormai endemica delle domande che gli sono state poste, ha avuto un atteggiamento che ha lasciato in me soltanto sensazioni positive. E quando ha detto: “Mi dispiace per gli altri e senza mancare di rispetto a nessuno, ma sono arrivato nella squadra più grande d’Italia” (no, non ha detto “del mondo” perché no, nonostante l’aspetto, non è un sborone) be’, l’applauso è scattato nel mio cuore.

Tantissime volte son contenci, e altrettante volte torcida. Un bell’accento — e, tra l’altro, ha pronunciato “seleszzòhn” e non “selessao” come diciamo noi. Segnatevelo, perché il mio papà, che parlava portoghese, mi ha insegnato che la ăo si pronuncia ooohn — o qualcosa del genere. E quindi, per traslazione, forse dovremmo cominciare a dire Jooohn Mario e non Gioao Mario. Tanto per essere precisi.

Quindi, un grazie a Gabriel Barbosa per essere stato l’anti-tamarro nella tamarra presentazione global-Pirelli.

Scarpini

Salvati da InterChannel

Presentazione che sarebbe finita forse con qualche spettacolo laser — dio ce ne scampi — non fosse stato per l’intervento — benedetto sia sempre — di Roberto Scarpini che, avvalendosi della pluriennale, genuina, vera, tifosa esperienza di InterChannel, ha riportato le cose a una dimensione più umana e meno ipertrofica. Con tanto di selfie in stile Ellen deGeneres alla Notte degli Oscar, però fatto bene, non studiato in anticipo (o, almeno, senza dare l’impressione di essere stato studiato in anticipo), e quindi favoloso. Perché, global communication o meno, ha riportato tutti noi interisti obsoleti nel terreno conosciuto dei colori nerazzurri — con buona pace del rosso ciliegia e dei pannelli di ciliegio — e ha dato il vero benvenuto a Gabriel Barbosa.

Che no, è tutt’altro che tamarro.

Globalizzatevi.

gabigol1
Ellen DeGeneres, chi sei?

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