Motogp Aragon: come le donne di Battisti

Mi chiamo Marc Marquez. Ho 22 anni ed ho vinto due mondiali in Moto GP. Oggi sono in testa al campionato e ad Aragon sono sempre andato come un missile. Ma mi dicono che devo usare la testa quando corro e che il polso devo imparare a dosarlo in funzione dell’andamento della gara. Ma io non so correre in un altro modo ed è per questo che ieri la Pole l’ho fatta dando quasi un secondo a tutti gli altri. Quando chiuderò il casco prima che si spenga il semaforo dovrò far vincere la ragione sulla follia che mi ha sempre fatto fare cose da funambolo, chè se non avessi fatto il funambolo forse la Honda non l’avrei fatta vincere.

Mi chiamo Jorge Lorenzo e non ho mai avuto un animo tranquillo. Sento che devo sempre dimostrare qualcosa a qualcuno e forse è questo che non mi fa essere il migliore in assoluto. Da anni cerco di scrollarmi di dosso il peso del macigno Rossi dalle mie spalle ed il dubbio che tutti hanno sempre avuto che se la M1 non l’avesse “modellata” lui io forse non avrei mai vinto. Ma non è così. Checchè ne pensi Kongo Sauvage, a cui non sto simpatico per niente, ma che certo non ha mai corso nella moto gp affrontando una ventina di pazzi che vogliono arrivare per primi alla prima curva senza capire che ci si può fare male. Ma soprattutto so che ognuno di loro è disposto a fare di tutto pur di passare davanti ad un avversario e poco importa se quell’avversario sono io e devo magari rialzare la moto chè se no cado e mi faccio male. Oggi sono riuscito a prendere un terzo posto nella griglia di partenza  e so solo io quello che mi è costato ottenerlo, con una moto che non è la stessa che danno al ricciolone mio compagno di squadra. Ma sono qui e non voglio arrivare dietro a quei due. Quanto meno non voglio arrivare dietro a Rossi, perché io sono il campione in carica e lui è un vecchio spocchioso ed arrogante. Mentre io, quando non corro da solo, ho sempre molta paura. Se ho scelto queste gomme è perché mi sono sentito meglio durante le prove, anche se non sono le stesse che ho usato per la Q2 e spero che mi portino fino in fondo. Tanto lo so che non vincerò il mondiale, ma farò di tutto perché non lo vinca quello lì.

Io sono Valentino Rossi. Io, qualunque cosa pensino gli altri, sono il motociclismo. Quello dell’era moderna. Quello che ha fatto uscire dal cuore dei tifosi gente come Ago o Hailwood o Pasolini o Roberts. Gente come Spencer, Schwantz o  Doohan. Io sono leggenda e come tutte le leggende ho dei detrattori che al massimo sono stati campioni del mondo nella classe Divano. Voglio il decimo mondiale, ma so già che non lo vincerò quest’anno. Lo so, perché la davanti c’è uno che ha quattordici anni meno di me e guida come un dio, anche se ha una moto che non è migliore della mia. Ma io ho un polso che non si flette più come un tempo, ma corro usando la testa. E so che oggi ho un gap di quasi un secondo da coprire con quel ragazzino. Forse è per questo che ho scelto una mappatura aggressiva, cercando di avere quel po’ di spunto in più in uscita di curva sperando di riuscire a stare dietro a quel demonio di ragazzino spagnolo.

Sono Alvaro Bautista e guido un cancello. Oggi non ho voglia di arrivare al quindicesimo posto e parlando con il mio compagno Stefan ci siamo detti “Siamo più forti della Ducati. Dobbiamo arrivargli davanti”. Ma il telaio è quello che è e anche il motore. E ce lo siamo detto in silenzio guardandoci negli occhi. Mi ricordo quando l’Aprilia mi dava un siluro in 125 ed in 250 ed io vincevo in solitaria senza che gli altri riuscissero nemmeno a vedere il mio codone. Ma oggi è diverso. Oggi non voglio più essere un pulcino bagnato che a testa bassa ritorna nei box in compagnia dei miei pensieri e della paura di avere fatto una scelta che mi porterà a finire per sempre la carriera a 26 anni. Oggi no. Oggi lo sento che qualcosa cambierà. Oggi sarà tutto diverso. Per me e per Stefan.

Mi chiamano “Il Dovi” e da grande avrei voluto fare il collaudatore di moto, ma non mi ci hanno voluto. Così mi è toccato fare il pilota, ma non mi piace. Non mi piace mettermi a combattere con questi scalmanati che non hanno nessun rispetto per questo mezzo bellissimo che deve essere amato. Non potrei mai buttare in curva la mia moto come fa quello spagnolo là. Io la coccolo, la accarezzo, la inserisco con la stessa cura con cui si mette in una culla il proprio bambino. Ancora una volta mi chiedono oggi di raggiungere il podio, ma io non lo posso fare. Non posso rischiare che la mia bamabina cada e si rovini, come fa quello stupido del mio compagno. Si, proprio lui, l’abruzzese che quando chiude il casco spegne il cervello. Io no. Io penso sempre e tengo a bada anche quel piccolo demonio che ogni tanto mi istiga e vorrebbe che corressi.

Se dovessi scoprire cosa mi porta a fare i miracoli, forse sarei già morto. Io non posso correre con il cervello acceso. Io devo andare come mi porta il mio istinto. Sto ancora sudando dallo spavento. C’è mancato un pelo e magari andavo in terra e buonanotte al secchio. Chi lo sentiva poi Suppo? Mi fa sempre una testa così: “Va’ piano. Non fare sempre di testa tua!”. Ma come fai ad andare piano? Sto facendo le gare in MotoGP!  Adesso però ne ho quattro davanti e quel demonio di Maverick, che per fortuna corre su un polmone, che sta cercando di andarsene. Ma l’anno prossimo sarà sulla Yamaha ed io c’avrò un problema in più. Accidenti! Mi tocca andare come vuole Suppo e a me non piace.

Dai Maverick, togliti dai maroni, che c’ho una moto così nervosa che rischio di buttare via le gomme tra tre giri. Dai su … non c’ho tempo. Ecco, ora posso provare a farla scappare. Dai amore, fammi vedere che anche tu mi vuoi dare una mano. Fammi fare tre quattro giri a 48 basso che me li tolgo di mezzo e poi vediamo se mi vengono a prendere. Che poi quando rientro ai box Uccio mi stritola un braccio che uno di questi giorni gli tiro un calcio negli stinchi.

Maledetti. Maledetti! Voi ve ne andate ed io c’ho questo stronzetto che mi sostituirà che non mi vuole lasciar andare. E mollami, moscerino. Tu in Spagna non sei nessuno, mentre io sono la storia … forse. Quei due se ne sono andati e chi li riprende più ora. Vorrei essere a casa a guardare il mare dalla vetrata di casa. Quel mare così tranquillizzante anche quando fa brutto e piove. La pioggia … la mia vera nemica.

Ma chi è quello lì in fondo? Petrucci? Non capisco. Sono sempre così lontano che non riesco nemmeno a riconoscere chi mi sta davanti. E tu? Cosa t’ha preso oggi? Corri, esci dalle curve in stabilità e velocità. Sento le gomme che tengono e non scivolano come al solito. Ma cosa mi diceva Gresini? “Alvaro vai. Corri tranquillo. Corri come sai fare tu. La moto arriverà … devi avere fiducia”. Aveva ragione lui. Ora lo vedo lì davanti. È il Dovi. Non ci posso credere. Lo sto prendendo. Ma dove sono? Settimo …  ottavo? Ma allora è vero, siamo una squadra ed abbiamo una moto!

Ecco, li ho fatti passare tutti ed ora ho il mio spazio. Posso portare la mia bambina fino alla fine senza avere altri problemi. Ora possiamo stare insieme un po’ io e lei e goderci questa bella scarrozzata. Cosa c’era scritto sul cartello? Non ho capito chi era a 4 decimi? Devono aver sbagliato. Non c’è più nessuno che può recuperarmi. Mi basta spalancare in rettilineo e il mio vantaggio è sicuro. Bautista? Non è possibile. Dai … corre su un polmone … ma … sento il suo motore in staccata. Mi sta per superare!

Ciao Vale. Io me ne vado, ma lo sapevi già. Tu non sei uno sprovveduto e già ieri sapevi che oggi avrei vinto e non avrei lasciato spazio a nessuno. Nemmeno a te che sì sei stato il mio idolo, ma che adesso mi stai un po’ sulle palle, perché io potrò fare il diavolo a quattro, ma non riuscirò mai ad essere per il motociclismo quello che sei stato tu. Anche se vincessi dieci volte i titoli che hai vinto tu. Ma io sono solo Marquez e tu sei Rossi. Ma oggi ho vinto io ed il mondiale è già mio. E tu questo lo sai.

L’ho passato … l’ho passato! Ma allora? Ma non è vero che in Yamaha mi danno un TMax invece che una M1? Ed io l’ho passato … e non mi passi più, anche se avrei voluto che tu uscissi in quella staccata da stupido che hai fatto. Mi hai voluto fare un favore. Forse l’ultimo prima di farti vedere che io vincerò con la Ducati. Cosa che a te non è mai successa.

Diobo’, come diceva il Sic, mi tocca lasciar andare anche Lorenzo che ora sul palco mi ignorerà come se lui fosse Rossi ed io un Dovi qualunque. Ma io non avevo altro da fare. Ho fatto quello che potevo . Non è tanto per il titolo, che quello lo so già da tempo che l’ho perso, ma per il fatto che quello là non lo può fermare nessuno ed io devo essere sempre lì … alla mia età, a fare fatica, a lottare come se il tempo non passasse mai. Quando invece potrei occuparmi dei ragazzini e far crescere meglio gente come quel fesso del Fenati, invece di lasciarlo in balia di se stesso. Ma io non mollo. Quest’anno non potrò vincere, ma l’anno prossimo sarò di nuovo qui. E non mollo … perché io sono Valentino Rossi. Io sono leggenda.

Lo so. Uno che corre in moto non dovrebbe piangere. Ma oggi è stato bellissimo. Oggi sono tornato, dopo anni di oblio, ad essere Bautista. Il ragazzo che doveva essere il nuovo campione della MotoGP. Ma oggi, almeno oggi, ho battuto le altre italiane. Quelle che a noi ci hanno sempre un po’snobbati, ma che oggi hanno gli occhi tristi del loro collaudatore. E Stefan che mi stringe la mano, anche lui con gli occhi lucidi, mi riempie il cuore. È questo che mi fa fare il pilota. La forza di queste emozioni. Quando tutto sembra finito e invece avviene il miracolo.

Dentro al box mi sento un po’ protetto, ma percepisco che l’aria è un po’ pesante. Ma a me non interessa. Io la moto l’ho portata a casa senza danni. Poco importa che sia arrivato al nono posto. Non è vincere che mi interessa. A me interessa che lei non soffra e si diverta con me. Che la sera, prima di andare a dormire, mi sorrida con gli occhi dolci. Che mi sussurri parole d’amore, come le donne di Battisti.

Amen

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