Quel che nessuno dice di Kondogbia

Quando Geoffrey Kondogbia firmò per l’Inter, non furono in pochi a dire che quell’acquisto da solo poteva sensibilmente cambiare le ambizioni di quella squadra. L’asta scatenata dal Milan per il suo acquisto ha alzato le aspettative oltre che il costo: ha “partecipato” allegramente anche la stampa, alzando l’importo a 40 milioni più bonus: in realtà Kondogbia è costato 31 milioni di euro (più bonus). Cifra che è lecito ritenere esagerata ma che, considerando le cifre che girano e le aspettative sul giocatore, non era distante dal vero valore di mercato: prima che intervenissero i rossoneri, si stava trattando a 27 milioni con buone chance di successo.

kondogbia-pogbaAspettative alte, se è vero che il francese sbarca in Italia descritto come un talento e con addosso alcune etichette scomode e che probabilmente ne condizionano sin da subito il giudizio, fino a distorcerlo. Le caratteristiche fisiche e il colore della pelle fanno fare accostamenti azzardati, prima a Touré, poi a Vieira, poi a Pogba: eppure chi l’ha visto giocare in Francia sa che il ragazzo fa un altro ruolo, ha altre caratteristiche, ha altra testa. Dei tre, l’unico al quale poteva essere accostato in qualche modo era Touré, ma solo perché ne condivideva la posizione di partenza: medianaccio davanti alla difesa, con pochi, pochissimi gol nel carnet.


yaya-toure-barcellona-87189085Prima di approdare al City, infatti, l’ivoriano aveva segnato un massimo di 5 gol a stagione, 21 in 9 stagioni: non proprio uno con il gol nel sangue. Ma al Manchester City succede qualcosa, forse anche una crescita e presa di consapevolezza interiore, ma anche lo scattare di una scintilla con Roberto Mancini che arriverà a usarlo spesso anche da trequartista, portando il suo bottino di gol a 21 in 9 stagioni a 28 in 3 stagioni. L’evoluzione è stata incredibile, anche se il meglio verrà l’anno successivo, con Manuel Pellegrini in panchina: Silva, Nasri, Negredo, Milner, Aguero, Jesus Navas erano tutti calciatori di grande movimento che nel 4-4-2 di Pellegrini riuscivano ad “aprire” il campo, tanto da permettergli continui inserimenti in zona gol, un po’ come accadeva a Lampard nei giorni migliori: e se il buon Frankie era riuscito ad arrivare a 22 gol in campionato e 27 in stagione, Yaya era riuscito a essere il terzo marcatore della Premier, il primo della sua squadra (Aguero si era anche fermato a lungo per infortunio, ma c’era anche Dzeko) con 20 gol in campionato, 24 in tutta la stagione. Il tutto anche grazie alla collaborazione di Fernandinho, vero cuore-e-polmone di quella squadra, in grado di reggere da solo il peso del centrocampo, calciatore che nell’ultimo derby di Manchester ho definito “il centrocampista totale”.

Perché tutta questa nostra attenzione su Touré in un articolo su Kondogbia?

kondogbia-inter-agosto-2015-ifa

Perché probabilmente a Mancini importava poco il vero ruolo, quello “originario”, quello che ha nel sangue Kondogbia, visto che il suo modello ideale di calciatore era ed è Yaya Touré: non potendolo acquistare direttamente in quella sessione estiva, forse pensava di prenderne uno simile, fiducioso magari nella stessa evoluzione tattica e tecnica, credendo di poterne fare un interno capace di inserirsi in zona gol.

Nulla di più sbagliato.

http://www.ilmalpensante.com/wp-content/uploads/2016/09/JeremyToulalanHakanCalhanogluMonacoFCu20kTmM_VvEl.jpgPerché Kondo aveva sempre giocato un altro calcio, con accanto soprattutto calciatori (vedi Toulalan) che potevano anche giocargli qualche metro dietro, ma solo perché avevano più capacità di regia. Quello che andava e va detto del francese è che da solo non poteva e non può cambiare una squadra, che ha delle caratteristiche tecniche e tattiche precise, un giocatore molto più lineare e semplice di quello che era stato dipinto. Insomma, le aspettative e le descrizioni erano superiori alla realtà vista, nonché quella possibile.

Sì, Kondogbia ha anche una buona propensione al dribbling stretto (talvolta gli vedi fare delle cose straordinarie), aiutato anche dalla capacità fisica di resistere agli urti, ma questa è una caratteristica accessoria, molto più che accessoria… e molto rischiosa. Nel suo bagaglio ha una straordinaria capacità difensiva, non tanto come concetto di “sistema” (da questo punto di vista era ed è acerbo, talvolta addirittura dannoso), ma proprio come capacità di contrasto individuale che gli forniscono numeri talvolta importanti come tackle. Gambe lunghe, fisico possente, falcata importante: aggiungiamoci che nella testa e nel dna è un giocatore che deve stare lì, davanti alla difesa a rubare palloni. Tra Siviglia e Monaco era anche cresciuto tecnicamente, ma un anno di Mancini lo ha fatto piombare in una involuzione totale.

kondogbia monacoIn qualche partita di Champions, di tanto in tanto, si vedeva un tentativo di progressione che lasciava intendere altre potenzialità offensive, ma Touré ci è arrivato a 27 anni, con alle spalle anche anni di dura gavetta al Barcellona: non è stato forzato da un allenatore fissato dall’idea di trovare un centrocampista dominante, anche a costo di reinventarne uno a caso.

Kondogbia poteva, e può, essere paragonato (pur con tutte le differenze di personalità, carisma e efficacia del caso) a centrocampisti come Matic, e andrebbe schierato in quello che è il suo ruolo naturale, mediano davanti alla difesa. In solitaria? A condizione di accettarne gli intrisechi problemi, gli stessi che portano Medel (approfondiremo la sua partita con il Bologna) o Melo, e tutti i rischi annessi: ma se chance gli va data, è proprio lì, nel mezzo. Consapevoli che in passato la forza fisica probabilmente lo ha portato a tralasciare la crescita dell’altro piede, perché lui è uno che difende (e gioca) col sinistro anche quando deve difendere (e giocare) a destra.

geoffrey kondogbiaAltri problemi nascerebbero quando ha poche opzioni, perché sotto pressione e in velocità, soprattutto sul primo passo, è facilmente battibile, soprattutto se la squadra è lunga: ogni volta che il Monaco perdeva le distanze, lui era il primo a soffrirne; ogni volta che gli mancava un compagno in appoggio, soffriva. Ed è il campionario di errori che abbiamo visto in questo suo periodo a Milano: ricezione con spalle all’avversario (e scarsissima tendenza a girarsi sul primo stop: mancanza di fiducia), oppure nessuna opzione di passaggio se non il terzino dal suo lato.
La soluzione potrebbe essere quella vista adoperare con Medel, con partner Joao Mario, per consentirgli di proteggere molto di più il lato sinistro: la condizione è che l’altro centrocampista abbia piedi buoni e non sia né Medel né Melo, e neanche Brozovic, accoppiamenti che in passato non ho avuto remore nel definirli “centrocampo ignorante“.

kondogbia.mandzukic.juve.inter.2015.2016.356x237.jpgQuesto non vuol dire “giustificarlo”, ma comprenderne la natura: fa una cosa, fategliela fare bene. Siamo spesso abituati a pensare che il calciatore in campo deve entrare “e dare tutto”, come se bastasse un gesto di volontà, un click, per cambiare le sorti di una partita, magari di una carriera. E non è così.  Ci sono aspetti della personalità e delle caratteristiche tecniche e fisiche che non possono essere sottovalutati: non tutti sono Iniesta o Stankovic capaci di giocare ovunque, non tutti sono David Silva che a 30 anni sono in grado di reinventarsi, o come Pirlo che scoprono all’improvviso di avere sbagliato ruolo per tutta la carriera. La lista degli adattati e dei duttili è enorme (ricordate Sammer?) e probabilmente Kondogbia non ne farà mai parte: è giusto esserne consapevoli e sapere cosa può dare alla propria squadra, magari analizzandone meglio la carriera.

Le sue statistiche raccontano chiaramente che giocatore fosse: la media di 3,5 tackles a partita, 2,5 di intercetti, 1,5 di dribbling (!), 1,2 tiri a partita ma anche 2,3 palle perse a partita (da recupero avversario). Non ha mai avuto numeri interessanti dal punto di vista della costruzione del gioco (0,5 passaggi importanti), 55 passaggi a partita (non sono tanti), 86% di precisione ma nessun dato significativo (quindi non misurabile) per le verticalizzazioni. Neanche per arrivare in porta, visti i suoi pochissimi gol in carriera scaturiti dalla media di 1 tiro a partita, di cui solo il 39% è andato in porta.

È chiaramente un giocatore che, almeno per adesso, non ha nelle corde la profondità offensiva, pur essendo un “difensore verticale”, non alza la testa se non con palla al piede quando ormai è già tardi per la costruzione del gioco, figuriamoci per approfittare della profondità lasciata dagli avversari.

kondogbia.inter.azioneA questo punto la domanda nasce spontanea e uno si chiede se abbia senso insistere su un giocatore con questi difetti conclamati. Il ragazzo è giovane, ha delle potenzialità che altri, migliori di me, hanno definito “enormi”, e in una squadra organizzata, compatta e con le idee chiare, dovendosi limitare a darla via con uno o due tocchi, potrebbe avere il suo definitivo decollo: altri centrocampisti in nerazzurro non hanno meno difetti né si portano appresso meno complicazioni. A condizione che gli si dia fiducia, perché la mancanza della stessa spesso gli fa sbagliare il passaggio sul primo tocco proprio come misura: è mancanza di controllo per paura di sbagliare.

Se funzionasse, se avesse fiducia, se capisse la possibilità che ha con un allenatore del genere, potrebbe persino diventare imprescindibile in una squadra che non deve misurarsi ad altissimi livelli: cosa che oggi sembra una remota possibilità, se non addirittura inverosimile. Ma quello che abbiamo visto a Siviglia e al Monaco non era un miraggio né era il fratello più bravo: in Champions brillava spesso, nel mondiale Under 20 ha fatto ottime partite (pur condite da diversi, persistenti errori).

La stoffa c’è, basta sapere che non è pizzo pregiato, il problema adesso diventa di testa, soprattutto, aspetto in cui purtroppo (per lui e per i tifosi interisti) ha mostrato le carenze più gravi nell’ultimo anno e mezzo. Probabilmente ha patito il cambio di nazione nonché quello di posizione in campo, perdendo fiducia nei propri mezzi ed entrando anche in confusione, tecnica e tattica. Non ultimo, soffre la pressione, soprattutto a San Siro.

frank-de-boerNon sono molti gli allenatori che sarebbero in grado, oggi, di fargli riprendere in mano le redini della sua carriera, ma Frank De Boer è uno di questi. I casi di Miangue e di Gnoukouri sono lì a dimostrare che se meriti giochi; la sua sostituzione al 28esimo è il chiaro segnale che l’allenatore non ha timori, non ha tare da “covercianismo di ritorno” da scontare per fare qualche cambio e ammettere d’avere sbagliato. Paradossalmente, questa è la sua migliore garanzia: se farà bene le cose, se ascolterà (e “sentirà”, come dice il suo allenatore), se farà quel che gli si chiede di fare, avrà chance come tutti. D’altra parte, una chance la stanno avendo tutti e c’è anche chi (uno su tutti, Nagatomo) da anni vivacchia con le sue buone presenze da titolare nonostante conclamate incapacità e errori a ripetizione: e alcuni di questo non hanno futuro né possibilità di migliorarsi ulteriormente. Lui sì, potrebbe, con le condizionali.

Ma per farlo è necessario un cambio di passo che Kondogbia deve fare presto, pur avendo ancora tempo e modo. Difficile, eventualmente, che possa partire a gennaio, dato che il suo valore a bilancio è ancora a 24,8 milioni, mentre al 1° di luglio sarà di 18,6 milioni. Gli dà una mano (e tempo) anche la necessità di attenzione ai numeri in bilancio.

L’importante sarà chiedergli di fare quello che sa fare, il Kondogbia: non il Pogba o il Touré.

Loading Disqus Comments ...