Ping Pong: tutti i perché del sì all’Olimpiade di Roma 2024

Per la rubrica “Ping Pong”, “sì/no”, “favorevole o sfavorevole”, Mario Mattia ci analizza i perché la rinuncia alle Olimpiadi di Roma 2024 sia un errore, ma soprattutto quali siano le opportunità scivolate per quello che viene definito, a ragione, “uno scontro tra tifosi”. Siamo consapevoli che l’argomento meriterebbe molto più spazio, soprattutto per argomentarlo a dovere con numeri, statistiche e approfondimenti, dall’una e dall’altra parte: ma magari ci torneremo.

Non c’è, al momento, in cantiere “l’altra parte”, sia perché le ragioni del Sindaco Virginia Raggi sono state ampiamente esposte in tutte le salse (mentre quelle di Mario, sinceramente, non le ho ritrovate da nessuna parte), sia perché in larga parte riteniamo di avere soddisfatto le “ragioni del no” con l’articolo di Stefano Massaron in cui si è analizzato il lascito di Evelina Christillin, protagonista e signora dei giochi di Torino 2006.

Siamo comunque disponibili a qualunque contributo voglia essere espresso a confutazione delle tesi esposte sotto.

virginia-raggi

OLIMPIADE DI ROMA: UN’OCCASIONE PERSA

Premessa 1:
“Ehi Mario, ti andrebbe di scrivere per “Il Malpensante” qualcosa sulle Olimpiadi 2024 a Roma?”
“Ma grazie! Ma che onore! Ma sono felice! Ma… come mai avete pensato a me?”
“È che sei bravino a scrivere e poi… ehm… diciamoci la verità, sei l’unico che conosciamo che era favorevole…” (in realtà non è vero, anche io ero per il “sì”, ndADV).

Premessa 2:
Chi ha letto la Premessa 1 sa già che mi muovo su sabbie mobili. E, come il Barone di Munchausen, mi toccherà venirne fuori tirandomi da solo su per i capelli.
“Non sarà meglio che usi uno pseudonimo?”
“Ma no, i lettori de “ilMalpensante.com” sono di larghe vedute e tolleranti”
“Perché ridi?”
“Non rido. Ho uno spasmo muscolare, te lo giuro!”

Fine delle premesse. Avrei potuto aggiungerne una terza per dire che il mio non è un giudizio politico e che parte da analisi dei dati per giungere ad una conclusione oggettiva. Ma avrei mentito.

È una questione politica

Esprimersi sulla scelta di non partecipare alla competizione per l’organizzazione delle Olimpiadi 2024 ha forti connotati politici ed è stata motivata (da chi l’ha presa) con parole chiare e forti. Dire che si è commesso un errore è, di conseguenza, una opinione politica. Purtroppo, come è normale che accada in questi casi, il dibattito seguito alla scelta della Sindaca di Roma di non proseguire nella proposizione di Roma come polo centrale delle Olimpiadi 2024, si è immediatamente tinto dei colori del tifo. Basta leggere i commenti sui social, sulle testate on line e ascoltare le discussioni in ogni contesto, per rendersi conto che le accuse incrociate sintetizzabili in “abbiamo fermato il magna magna” e “siete degli inetti” ripercorrono in modo più o meno preciso i confini delle scelte politiche di ciascuno dei partecipanti al dibattito. Dunque, parliamo di vero e proprio tifo che, per definizione,  è piuttosto privo della capacità di mettere in dubbio gli assunti della propria parte e di motivare gli strali lanciati all’avversario.

raggi_tutino-1030x615Ma veniamo al dunque. Tra le motivazioni che ha elencato la Sindaca mi hanno colpito i riferimenti a precisi studi e, visto che leggere pubblicazioni scientifiche fa anche parte del mio mestiere, ho deciso di “farmi una cultura”.

Hai visto mai che aveva ragione lei e io mi stavo facendo trascinare dal tifo?

Da qui è cominciata una odissea personale nel “gurgite vasto” della sconosciuta (per me) realtà degli studi sui megaprogetti sportivi, e  ho passato serate interessanti a riflettere e confrontare studi e relazioni. Riproporre nei dettagli gli approcci e i risultati azzererebbe i lettori del “Malpensante” e dunque mi limito a sintetizzare un po’ almeno i differenti “stili”, che forse sarebbe meglio definire “scelte filosofiche” che economisti e storici dello sport hanno usato per descrivere rischi e vantaggi che l’organizzazione di grandi eventi sportivi comportano.

“La madre” di tutti i documenti

Parto dalla lettura della pubblicazione citata dalla Sindaca: si tratta di una relazione scritta da due economisti della Said Business School dell’Università di Oxford, Bent Flyvbjerg e Allison Stewart e intitolata “Olympic Proportions: Cost and Cost Overrun at the Olympics 1960-2012”.

Due considerazioni:

  1. Non si tratta di una pubblicazione che ha subito un processo di peer review e dunque non segue gli standard richiesti alle pubblicazioni internazionali;
  2. nella prima pagina della relazione è anche riportata una nota che specifica che “the views expressed are those of the contributors and are not necessarily endorsed by the University of Oxford” (le opinioni espresse sono quelle di chi contribuisce [alla pubblicazione, ndr] e non sono necessariamente condivise da l’Università di Oxford) .

So che a molti sembreranno sottigliezze, ma chi ha dimestichezza con i vari livelli di attendibilità delle pubblicazioni scientifiche capirà al volo di che si tratta. Detto questo, l’analisi dei risultati che ha fatto la  Sindaca di Roma, nel corso della conferenza stampa successiva alla decisione di rinunciare all’organizzazione dei giochi, è abbastanza fedele alle principali conclusioni di questa relazione.

E cioè, in sintesi, che nella storia dei Giochi Olimpici degli ultimi 56 anni si è sempre assistito ad una pericolosa sottostima dei costi che, in alcuni casi, ha raggiunto proporzioni parossistiche.

Il documento scricchiola

I punti di debolezza di questo lavoro, secondo me, sono due:

  1. Il dataset è largamente incompleto: su 27 edizioni dei Giochi Olimpici organizzati nel periodo considerato, gli autori dispongono dei dati complessivi sui costi solo per 16: degli altri 11 casi i dati non sono disponibili;
  2. Il secondo, che però rappresenta una scelta precisa e giustificata dagli autori, è l’utilizzo dei cosiddetti costi non-OCOG, insieme ai costi OCOG. In sintesi gli autori hanno sommato sia i costi operativi sostenuti dai comitati organizzativi (OCOG), ovvero tecnologia, trasporti, forza lavoro, costi amministrativi, sicurezza, catering, cerimonie e servizi medici strettamente legati all’organizzazione dell’evento olimpico, che i costi diretti relativi la costruzione di stadi e villaggi olimpici o per l’allestimento degli International Broadcast Centre e dei Media&Press Centre.

olimpiadiI dati spiegano perché questa è una scelta discutibile. I costi diretti non OCOG, infatti sono stati, nel tempo, soggetti a capricci e follie di singoli paesi che fanno sì che il drammatico dato medio parli di sforamenti del 257%, e dunque sia soggetto agli errori marchiani quali ad esempio la gestione dei giochi di Montreal 1976 (+ 796%). Agli autori non è sfuggito, infatti, che da ormai molte edizioni il trend è nettamente diminuito (dal 1992, per la precisione – con l’eccezione di Londra 2012). Se consideriamo il valore mediano di sforamento dal 1999 al 2012 arriviamo ad un più “potabile” valore del 50%. Che non è poco, ovviamente.

Ma cosa dice esattamente questo lavoro, al netto delle critiche che ho evidenziato? I paesi organizzatori tendono a sottostimare i costi degli eventi olimpici. Punto.

La stessa cosa vale praticamente per tutte le grandi opere.

Gli innegabili benefici intangibili

Altri autori fanno una scelta radicalmente diversa rispetto a questo approccio rigidamente basato solo sui costi (anzi, sul loro sforamento) e che non considera in alcun modo i benefici, considerandoli “intangibili”: parlano di “legacy”, ovverò di patrimonio ereditato da questi grandi eventi.

Rio 2016 parco olimpico

Anche in questo caso esiste una vasta letteratura, ma le cose più interessanti sono sintetizzabili in pochi punti che propongo di seguito (Gratton and Preuss, 2008): l’eredità del massiccio investimento fatto per le Olimpiadi è rappresentato da aspetti comunemente riconosciuti quali la revisione urbanistica delle città ospitanti e le infrastrutture sportive ma anche da altri fattori quali la rivitalizzazione di ambienti urbani degradati, l’incremento della reputazione internazionale, l’incremento turistico, il miglioramento del “welfare” pubblico, l’aumento dei posti di lavoro, l’incremento delle opportunità commerciali, la produzione di idee, la produzione di valori culturali, la memoria popolare, l’educazione, l’esperienza e l’incremento di know-how.

vele di calatrava.jpgNaturalmente esistono anche eredità negative quali i debiti per le nuove costruzioni, gli aumenti di costi per imprevisti, le infrastrutture inutili dopo l’evento, gli spostamenti di popolazione per provvedere alla realizzazione degli impianti, la perdita dei turisti che avrebbero visitato la città se non ci fosse stato l’evento olimpico, l’aumento degli affitti delle case e le sperequazioni nella redistribuzione delle persone in funzione dei nuovi impianti.

La valutazione di questi aspetti è molto più complessa, anche perché alcuni effetti sia negativi che positivi sono visibili in tempi da medio-lunghi ad estremamente lunghi. Il punto che però mi interessa stressare è che la visione economicista del problema elude alla radice la possibilità che la corretta pianificazione del megaevento sportivo produca effetti benefici sulla città ospitante e, più in generale, sulla nazione ospitante.
Anche in questo caso esiste una vasta letteratura che spiega e chiarisce quali sono i contesti che, anche in presenza di sforamenti della spesa notevoli, hanno avuto eredità assolutamente positive per le città ospitanti. A molti risulterà incredibile apprendere che le super-fallimentari (economicamente) Olimpiadi di Atene 2004, hanno invece rappresentato una svolta epocale nell’organizzazione di un network europeo per la sicurezza e che le infrastrutture più costose (l’aeroporto, i collegamenti con l’aeroporto, la metro, la rivisitazione urbanistica della costa e dell’area del vecchio aeroporto) sono, di fatto, punti di forza del faticoso processo di ripresa economica della Grecia moderna.

Lo studio su Barcellona 1992

barcellona-veduta-aerea-sullanella-olimpica-il-complesso-sportivo-costruito-per-le-olimpiadi-del-1992Uno dei pochi casi-studio per la verifica della “legacy” a lungo termine è quello fatto da Sanahuja (2002) per Barcellona 1992. I numeri parlano chiaro (e ricordiamoci che lo sforamento delle spese, come considerato nel lavoro dei due ricercatori di Oxford era enorme, addirittura del 417%): 100% di aumento della capacità ricettiva degli alberghi, del numero di turisti e del numero di notti di permanenza dei turisti in città. La media delle stanze d’albergo occupate è passata dal 71 all’84%. Il confronto, naturalmente è fatto con i dati pre-olimpiadi e i dati sono tutti unicamente orientati nella trasformazione di Barcellona in una delle capitali del turismo europeo. E la città è balzata dall’undicesimo posto nel ranking della European Cities Monitor del 1990 al sesto del 2001.

Infine le evidenze suggeriscono che quando gli investimenti sono stati fatti su città lontane dai grandi centri e dai principali aeroporti (Lillehammer, 180 Km da Oslo), gli effetti a medio e lungo termine sono minimi o inesistenti.

Ultimo dato: tutte queste considerazioni sono ben note ai responsabili del CIO e la questione della sostenibilità dell’organizzazione dei Giochi Olimpici non è stata scoperta, con tutto il rispetto, dalla Sindaca di Roma. Il dibattito è stato intenso e i risultati dei controlli sulle spese e sulla “legacy” dei giochi olimpici ha prodotto un enorme calo negli sforamenti dei costi, al punto da farci dire con certezza che le mostruosità di Montreal sono solo un incubo del passato che non si ripeterà più: tirarla in ballo oggi è solo sintomo di malafede.

Agenda 2020

La cosiddetta Agenda 2020, elaborata da tutti i paesi del CIO divisi in sottocommissioni per i vari aspetti, ha ulteriormente rivisto, in meglio, l’intero processo di candidatura delle città (e delle nazioni) e tutta la parte relativa ai finanziamenti delle infrastrutture. Quando ho letto il contenuto di questo documento la mia opinione favorevole all’organizzazione dei giochi si è ulteriormente rafforzata.

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Il problema principale che ci si è posti nell’Agenda 2020 era relativo al fatto che, se non venivano adottate misure drastiche per la riduzione dei costi e per la compartecipazione alle spese, i giochi olimpici del futuro sarebbero stati organizzati solo in paesi, per dirla con un eufemismo, a democrazia “giovane”, quali la Cina, la Russia, il Kazakistan o l’Azerbaijan, dove il livello di responsabilità sociale dei governanti è, diciamo, meno legato al consenso popolare e più legato a fattori come l’orgoglio nazionalista e la necessità di sdoganare una immagine forte e positiva.
thomas-bach-cioL’altro fattore che inquietava i membri del CIO sono state le catastrofi umanitarie (molto poco pubblicizzate) legate alla coatta relocalizzazione di milioni di persone per la realizzazione delle infrastrutture in questo tipo di paesi: cosa che è, francamente, molto più inaccettabile dello sforamento dei costi (verificare per credere).

Infine, il ritiro delle candidature di Stoccolma e Oslo dai giochi Olimpici del 2022 per la mancata partecipazione alle spese dei loro governi centrali ha reso indispensabile una revisione radicale e totale.

Le parole d’ordine dell’Agenda 2020 sono riduzione dei costi e trasparenza. Enumerare tutte le novità va oltre i limiti della pazienza vostra (e mia…). Sottolineo solo alcuni punti chiave:

  • Processo di invito nei confronti di città molto più complesso e basato su varie fasi di livello crescente: le città possono ritirarsi in qualunque momento e l’intero processo dura due anni.
  • Flessibilità nella localizzazione degli impianti: uno dei “mantra” di questa agenda è che NON devono essere realizzate nuove infrastrutture per i Giochi Olimpici, ma devono essere ristrutturati gli impianti esistenti e i villaggi olimpici devono essere modulari e facilmente riconvertibili: adesso è permesso delocalizzare gli eventi. Roma, infatti, non sarebbe stata l’unica città ad ospitare gli eventi del 2024, ma solo la sede del villaggio olimpico e la città “cardine”: altre 10 città sarebbero state coinvolte. Addirittura sarebbe possibile utilizzare strutture presenti in altre nazioni vicine a quella ospitante, se alcuni impianti fossero troppo costosi da realizzare.
  • I diritti umani entrano di forza nella fase di aggiudicazione finale. Il divieto di delocalizzazione di massa, il rispetto di valori etici e morali (quali anche una verificata lotta ai fenomeni corruttivi) diventano requisiti fondamentali.

Per chi fosse interessato i 20+20 nuovi punti di Agenda 2020 sono reperibili qui: olympic_agenda_2020-20-20_recommendations-eng

La politica che poteva essere

E’ ovvio che tutti questi argomenti realtivi ad aspetti intangibili ed ai nuovi “stili” del CIO per l’organizzazione dei giochi olimpici sono liquidabili da chi è contrario ai Giochi con affermazioni tipo “è la solita fuffa” o “davvero ti fidi di Malagò e Montezemolo?”. Ma qui entra in gioco la politica: quella diciamo, legata alle scelte locali e non ai massimi sistemi internazionali.

Malagò Montezemolo Roma-2024-675.png

Poteva la Sindaca di Roma fare una scelta diversa?

Secondo me sì. Fermo restando che nemmeno io ho in simpatia certi personaggi dalle dubbie capacità manageriali e dalle certe carriere politiche datate e buone per tutte le stagioni, a mio avviso credo di aver dimostrato che un evento come i giochi olimpici, se ben gestiti, possono essere un volano eccezionale per la ripresa economica e culturale di una città.

E quale città, più di Roma, ha oggi bisogno di una “spinta”?

UCLA campus in Los Angeles, CaliforniaDetto questo l’esempio che si sarebbe potuto seguire era quello di Los Angeles 1984, quando gli organizzatori, anziché subire i processi decisionali e le scelte infrastrutturali (e dopo i fallimenti economici di Città del Messico e Montreal), andò a sbattere i pugni davanti al CIO e decise di affidare ad un manager esterno (Uebberoth) l’incarico dell’organizzazione. Furono utilizzati fondi privati, non furono costruiti nuovi impianti, ma ristrutturarati i vecchi (tranne lo stadio del nuoto e il velodromo): e i giochi si chiusero con un utile di 215 milioni di dollari.

Allo stesso modo, a Roma, una politica degna di questo nome e libera dai condizionamenti miopi delle convenienze momentanee, poteva prevedere alcuni punti fissi cui legare l’avanzamento della procedura di candidatura della citta. Faccio solo alcuni esempi:

  1. Gestione integrale di tutti gli aspetti finanziari delegati al Comune di Roma
  2. Sorveglianza ANAC su tutte le procedure di appalto
  3. Obbligo di ristrutturazione di tutte le incompiute dei precedenti “fallimenti” sportivi (Calatrava, Flaminio,etc)
  4. Nessun nuovo impianto. Delocalizzazione in altre città quando necessario. Anche all’estero, se necessario
  5. Finanziamento infrastrutturale a totale carico statale
  6. Affidamento dell’intera organizzazione ad un manager scelto sulla base di criteri fortemente selettivi, sui quali il Comune di Roma avrebbe avuto il diritto di veto
  7. Esclusione di personaggi legati a fallimenti del passato o troppo anziani per ambire a gestire un evento che si svolgerà tra 8 anni
  8. Approvazione di una legge speciale per il sostegno delle finanze romane anche dopo l’evento (essenzialmente per gestire i costi di gestione e manutenzione).
  9. Legge speciale per il finanziamento delle infrastrutture necessarie per Roma anche in caso di mancata aggiudicazione dei giochi

E se è anche vero dire che in ogni caso Roma ha bisogno di un intervento speciale che le dia un volto degno di una capitale europea, è anche ovvio dire che si è rinunciato alla certezza, sia in termini economici che in termini di orizzonte temporale, che sarebbe derivata dalla (eventuale) aggiudicazione dei giochi 2024.

dossier-roma-candidata-olimpiade-2024Molti di questi punti (finanziamento a totale carico del CIO e del governo italiano e gestione affidata al Comune) erano già presenti nel dossier del CONI. Gli altri, se il valore della definizione di “politica” ha ancora un senso, potevano essere chiesti e posti come “condicio sine qua non”: e, eventualmente, rinunciare solo in caso di risposte negative, lasciando il cerino e le responsabilità in mano ad attori molto più esposti, come il governo nazionale.

E per evitare a se stessi ed al paese una brutta figura come quella che si sta compiendo in questi giorni. Giorni in cui la bellezza di dire un “NO” in faccia ai propri nemici politici ha prevalso sulla reale voglia di svolgere il ruolo politico cui si è stati chiamati.

Il nostro sondaggio

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