Fassone, Maldini e le lezioni di stile

Quando il Milan ha assunto Marco Fassone, ho scritto una battuta su Twitter, con la quale sostanzialmente dicevo che era un grande acquisto… per le avversarie. I motivi sono tanti e non starò elencarli tutti, e di certo non si basano su quella maglietta e quel sorriso inebetito che abbiamo imparato a conoscere:

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Basterebbe dire che l’Inter aveva preso Fassone con due progetti ben chiari in mente. Il primo è lo stadio, e Fassone si è occupato sostanzialmente di tutto (e l’impressione è che sia andato molto oltre le competenze iniziali, ma parliamo di “sentori” dall’esterno, ovviamente).

È un progetto cruciale per il futuro dell’Inter, stiamo cercando la giusta posizione. Abbiamo una rosa di tre possibili sedi a Milano e dintorni. In questi mesi stiamo esaminando gli aspetti finanziari dello stadio e cercheremo di chiudere questa fase e tutta questa procedura entro il 2013Marco Fassone, inizio 2013

Niente progetto, niente stadio che, secondo Fassone, doveva essere completato nel 2018-2019.

Il secondo è, probabilmente, quello di fare da “ponte” (oggi abusiamo di virgolettato) dalla vecchia proprietà alla nuova, con tutto quello che ne consegue. Cosa ne conseguiva? Dal punto di vista sportivo, delle scelte oculate: scegliere Mazzarri (salvo poi fare da scarica-barile “fu scelta di Moratti”) e poi, ancora più grave, rinnovarlo nononstante non ci fossero più le condizioni (tecniche, sportive, umane) per un suo rinnovo: Mazzarri e Fassone avevano già lavorato assieme a Napoli. In questo periodo, sembra che abbia avuto anche un peso enorme per il pastiggio Vucinic-Guarin che si stava concretizzando: non che Guarin fosse un fulmine di guerra o un “game changer”, ma era proprio sbagliata la filosofia.

fassone-guardalineeMa Fassone aveva un lavoro più importante, che era quello di sviluppare il lato commerciale in un momento in cui non c’era neanche un Bolingbroke tra i piedi, e visti i suoi apparenti agganci con società italiane interessate a investire in sponsorizzazioni: la sua leadership era assoluta e i risultati certamente deludenti. A quanto pare, anche l’idea e l’organizzazione tournée in USA è opera sua: disastrosa da molti punti di vista, rivelatasi anche un boomerang per via degli scarsi risultati sportivi.

Lavoro in Lega? Avrebbe dovuto essere una figura politica, capace di mediare adeugatamente tra proprietà e gli ambienti del calcio italiano: anche qui fallimentare. Politicamente l’Inter è sparita, letteralmente, relegata a un ruolo di secondo se non di terzo piano persino nell’elezione del Presidente FIGC, senza alcuna voce, alcun potere, alcuna idea.

Per questo, e tanto altro, è stato un bene per l’Inter che sia andato via.

Ma è di questi giorni lo “scontro” (abbiamo sdoganato le virgolette) tra Paolo Maldini e Fassone. Maldini è stato chiamato dalla nuova (futura?) proprietà cinese per… non si sa bene cosa avrebbe dovuto fare il buon Paolo. La “bandiera”, hanno detto.

E da quello, il “gran rifiuto” (oggi proprio di virgolettato, eh?), quel “no” sul quale i giornali si sono avventati con straordinaria cattiveria. Per capire, riporto il titolo del Corriere dello Sport di qualche giorno fa: “Per rifondare c’è bisogno di una Bandiera come Paolo ma a lui non serve fare il Galliani. E i cinesi non sono Silvio“.

Ovvero, fuffa. Ma nonostante le argomentazioni siano ridicole, gli attacchi a Paolo non si sono risparmiati, ingiustamente. E ci piace sottolinearlo perché Paolo, indipendentemente dalla maglia, ha sempre mostrato un modo di fare “diverso”, prima sul campo (mai coinvolto in scandali di alcun tipo o dichiarazioni quantomeno censurabili… vero Buffon?); poi nel suo modo di rapportarsi a certo tifo, visto che Paolo non ha mai avuto accondiscendenza verso certe frange più facinorose, al punto da scatenare quella vergognosa reazione nel giorno del suo addio con tanti fischi, una delle pagine più tristi del nostro calcio, e le sue parole dei giorni successivi ci danno la misura dell’uomo e della testa:

Sono una persona pensante, ho detto le cose come stavano. Con il tempo ho capito che quello è stato un successo perché ha marcato una linea ancora più grossa tra me e quel tipo di calcio, non penso che quello sia il futuro dello sportPaolo Maldini

Infine, anche dopo il ritiro si è sempre distinto in mille modi. Insomma, ci piacerebbe un calcio con più Paolo Maldini e meno Marco Fassone: sarebbe un calcio migliore. E siccome sappiamo che i Marco Fassone sanno come fare strada e che magari un giorno avrà voglia di stare a capo della FIGC, speriamo che i Maldini decidano di inserirs in questo andazzo e cambiare le cose, perché altrimenti la vediamo nerissima.

LA LEZIONE DI STILE DI PAOLO MALDINI

Le parole di Maldini aprono uno squarcio su quella che è anche la personalità di Fassone, dando nuova luce ai fallimenti all’Inter. Sinceramente, troviamo ridicolo dire a una persona dello spessore di Maldini “facciamo come dici tu, ma solo se sei d’accordo con me”. Una distanza siderale tra chi il calcio l’ha vissuto in prima persona, da fuoriclasse, e chi invece l’ha visto sì e no da bordo campo, talvolta vestendo magliette ridicule.

Il Milan è sempre stato per me un affare di cuore e passione, la mia storia, quella di mio padre e quella dei miei figli lo dimostrano e nessuno potrà cancellare questo nostro legame con i colori rossoneri. Proprio questo forte legame mi impone di essere attento, preciso e professionale nell’accettare l’incarico che mi è stato offerto; certo, sarebbe molto più facile seguire l’emozione della proposta e dire di si, senza pensare alle possibili conseguenze e partire a testa bassa in questa nuova avventura. Invece no, non posso, devo rispettare i valori che mi hanno accompagnato durante tutta la mia vita, devo rispettare i tanti tifosi che si sono negli anni identificati in me per passione, volontà e serietà, devo rispettare il Milan e me stesso.

Vorrei chiarire alcuni concetti ai tifosi milanisti e a parte della stampa, che ha raccolto e raccontato delle notizie che spostano la sostanza della questione sull’aspetto economico, dimenticando l’importanza che io e la mia famiglia abbiamo dato al senso di appartenenza al Milan: la retribuzione è sempre stata una conseguenza dell’accordo, mai la causa. Queste notizie, tra l’altro, sono state suggerite da fonti “anonime” attraverso canali e persone che conosco da 30 anni, che mirano a screditare la mia persona per giustificare il mancato accordo. Non sono stato certo io a rompere il nostro patto di riservatezza.

Non ho avanzato richieste economiche, ho ribadito fin dal primo incontro che la definizione del ruolo fosse la chiave basilare di una possibile collaborazione. Come potrei quantificare una proposta quando non sono stabilite con chiarezza le responsabilità? Ho fatto presente che avrei dato tutto me stesso per un progetto serio che mi avesse visto in un ruolo importante, che non avrei mai accettato per essere utilizzato come “la semplice bandiera”. Lo ribadisco: il Milan per me è una scelta di cuore.

Non ho mai chiesto un ruolo “alla Galliani”, ovvero di Amministratore Delegato con pieni poteri. So quali sono le mie virtù, ma conosco ancora meglio i miei limiti; l’area di mia competenza deve essere quella sportiva.

Mi è stato proposto il ruolo di Direttore Tecnico, prima di me è stato ingaggiato un Direttore Sportivo di fiducia dell’Amministratore Delegato, quindi, secondo l’organigramma societario che mi è stato presentato, avrei dovuto condividere qualsiasi progetto, acquisto o cessione di calciatore con il mio parigrado DS. A mia precisa domanda su cosa sarebbe successo in caso di disaccordo, mi è stato detto dal Sig. Fassone che avrebbe deciso lui. Detto questo, non credo ci fossero le premesse per un team vincente. Io ho fatto parte di Squadre che hanno fatto la storia del calcio e so che per arrivare a quei risultati ci deve essere una grandissima sinergia tra tutte le componenti societarie, investimenti importanti e ruoli ben definiti. Le ultime stagioni del Milan con il doppio Amministratore Delegato e ruoli sovrapposti dovrebbero essere d’insegnamento. Naturalmente mi sarei dovuto prendere, agli occhi dei tifosi, della stampa e della proprietà, tutta la responsabilità della parte sportiva, con la possibilità di essere escluso da ogni potere esecutivo.

Non ho mai chiesto di avere un contatto diretto con la proprietà per bypassare l’Amministratore Delegato; ho espresso la volontà di sentire dal Sig. David Han Li, Direttore Esecutivo della Sino Europe Sports, che ho incontrato solo per pochi minuti, cosa si aspettassero da me; avrei voluto ascoltare dalla sua voce quali obiettivi si fossero prefissati e quali investimenti avessero intenzione di fare. Credo che questa sia una richiesta seria che ogni professionista abbia diritto di formulare al proprio datore di lavoro, specialmente quando si ha alle spalle un passato come il mio con il club, fatto di appartenenza e di credibilità.

Spero con queste poche righe di avere chiarito la mia posizione. Rimane l’amarezza di questi giorni per un sogno che è svanito e rimangono le polemiche strumentali che non mi hanno certo fatto piacere.

Io difendo il diritto delle persone a capo di Società importanti come il Milan di poter scegliere i propri collaboratori in base ai criteri a loro più idonei, anch’io farei la stessa cosa nella loro posizione, ma ribadisco anche che i miei valori e la mia indipendenza di pensiero saranno per me sempre più importanti di qualsiasi impiego”.

Paolo Maldini

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