Celebrity DeathMatch: Vernazza vs Brera

Una doverosa premessa: non voglio, nel modo più assoluto, che questo mio articolo possa essere interpretato anche solo vagamente come una mia “vendetta” nei confronti di Sebastiano Vernazza — che, in seguito alla pubblicazione dell’articolo “Mendicanti di copie”, ha assicurato via Twitter che avrebbe coinvolto l’ufficio legale del foglio rosa per presunte velleità “diffamatorie”.

Non può e non deve essere interpretato in tal senso perché non ho alcun bisogno di “vendicarmi” o di infierire sul sig. Vernazza. Il perché è semplice e presto detto: ho pubblicato più libri di lui, ho uno status editoriale infinitamente migliore del suo e, soprattutto, scrivo molto, ma molto meglio di lui. (E, nonostante la frase appena scritta, credetemi quando vi dico che me la tiro molto, ma molto meno di lui.)

Inoltre, nel corso della mia carriera ho polemizzato con persone del calibro di Corrado Augias e Alberto Bevilacqua, tanto per citarne un paio, e quindi si capirà bene come tra me il buon Seb non vi sia alcun terreno di polemica possibile.

Il fatto è che — per quanto all’epoca ne fossi irritato — per me è stato un onore polemizzare con Augias e Bevilacqua, mentre affrontare dialetticamente il giornalista della Gazzetta non è stato un onore, ma un dovere.

Okay, allora perché?

Sgombrato il campo da qualsiasi possibile equivoco — con voi, of course: temo che altri non la prenderanno allo stesso modo — qualcuno si chiederà, a questo punto, il motivo di questo articolo.

Be’, in realtà, si tratta di un corollario al precedente “Mendicanti di copie” che tanto scalpore ha fatto. A dirla tutta, doveva essere una sezione di quello, ma alla fine abbiamo optato per non allungare all’infinito l’articolo e, invece, riservare questa trattazione a un secondo momento — quindi ben prima che il sig. Vernazza adombrasse l’intervento dell’Inquisizione Rosea.

In “Mendicanti di copie” parlavamo di come il giornalismo sportivo sia precipitato in basso (vedi foto di carretti cinesi eccetera), e di come la parola “vergogna”, tanto inopinatamente usata dalla Gazzetta nei suoi titoli a senso unico, poteva essere rivoltata pari pari nei loro confronti, e questo proprio secondo le parole dello stesso Vernazza.

Vergogna!

Sta tutto qui il perché di questo articolo, ovvero quello di porre un concreto paragone agli occhi di coloro tra i nostri lettori che — vuoi per ragioni di età, vuoi per altre cose imponderabili — siano ormai tanto assuefatti al raffazonismo imperante in tutta la stampa italica, sportiva e non, da non ricordare più come si potrebbe scrivere di calcio.

Badate bene, ho detto si potrebbe, non si dovrebbe: a ognuno la responsabilità, anche e soprattutto qualitativa, di ciò che butta in pasto alle rotative (non ci si lamenti, poi, però, se qualcun altro s’accorge che la qualità è scesa a zero e lo fa notare).

Che entrino i concorrenti

Ho scelto Gianni Brera apposta. Anche perché scegliere Mirko Graziano, Nicola Cecere o chi per loro (due nomi a caso, eh Gazzetta? Please facciamo che Graziano & Cecere non si sentano in dover di querela pure loro… anzi, facciamo così: i due nomi sceglieteli voi prendendoli dal colophon, e noi li metteremo qui, obbedienti, in sostituzione ai due succitati, tanto l’intercambiabilità è assoluta) non avrebbe avuto molto senso, dato che son tutti figli dello stesso giornalismo social-web che mira soltanto a — scusate, mi ripeto — mendicare click (o copie che dir si voglia).

Mi dispiace che, non potendo attingere per scelta di vita all’archivio storico della Gazzetta né a quello de Il Giorno (non gli do nemmeno un centesimo), non sono riuscito a trovare il pezzo di Gianni Brera che stavo cercando: un articolo che ricordo ancora benissimo in cui il Gioànn — come era conosciuto da tutti — dava addosso all’Inter che, a suo giudizio, non solo aveva giocato malissimo ma — parole testuali che ricordo perfettamente — quel giorno sul prato di San Siro “masturbava calcio” (o era sul Milan? Poco importa).

Pesante, eh? Eppure, nel contesto di un giornalismo fatto da scrittori com’era Gianni Brera, persino un’allocuzione tanto apparentemente volgare aveva una sua precisa collocazione.

Quindi ho recuperato un altro pezzo in cui Brera criticava l’Inter, ovvero l’articolo “Inter-Udinese 3-3 — Sole, nebbia, gelo e colpi di scena a San Siro”  uscito per Il Giorno il 17 gennaio 1960.

All’angolo destro del ring, Gianni Brera

Buttar qui una biografia di Gianni Brera è assurdo. Ci vorrebbero 50 pagine. Quindi, per presentare il primo contendente, usiamo le sue parole: “Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti. Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po.”

Facciamo solo notare che alcuni termini oggi in uso comune nel commento calcistico sono stati inventati da lui: goleador, incornata, contropiede (eh sì), pretattica, melìna…

Per tutto il resto, vi rimandiamo alla pagina della biografia sul sito a lui dedicato o alla voce Gianni Brera di Wikipedia.

Ecco quindi che Gianni Brera (pantaloncini verdi) si presenta sul ring, e questa è la sua mossa d’apertura:

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[Nota: per brevità — e non ridete, suvvia — qui sono riportati soltanto alcuni stralci dell’articolo, che potete trovare per intero cliccando qui.]

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Per trent’anni ho giocato e visto calcio in cinque dei sei continenti nei quali si vede e si gioca il calcio. Partite come quella disputata ieri a San Siro non mi era mai accaduto di vederne. Direi che le squadre subissero gli sconcertanti capricci del clima, e che un folle genietto guidasse la palla a suo beneplacito, curandosi ogni volta di sorprendere e anzi strabiliare coloro stessi che la battevano.

Gia il campo era tale da confondere tutti. A est, dove batteva il sole, terreno gelato con lieve fanghiglia in superficie; a ovest, dove si proiettava l’ombra lunga della tribuna, compatte lastre di neve gelata. Dopo mezz’ora, di gioco, sul 2-0 per l’Udinese, un minaccioso alitare di nebbia da ovest. Travalica ben presto il gran catino dello stadio e l’invade coprendo via via il terreno fino a impedirci di veder le porte.

[…]

L’Inter si esaspera, gioca male come e più di prima: sbaglia tutto: ma insiste con una tenacia che alla fine si deve riconoscere miracolosa: e Lindskog segna al 45′, segna al 46’55” [del secondo tempo, NdA] con l’ultima palla che l’arbitro avrebbe forse consentito di battere (da come guardava l’orologio).

[…]

Alla fine, clamorosamente, [l’Inter] ha saputo risalire la china. Uno fra i suoi piu storditi e svagati giocatori ha ritrovato il tempo e la misura per sorprendere Santi una seconda volta: nel finale, addirittura, ha inventato un tiro cross di quelli che si sparano per disperazione, senza saper bene come e perché si sparino: la palla è salita in parabola quasi rifacesse la traiettoria d’un proiettile di mortaio: è spiovuta sulla porta a fil di traversa, nell’angolino opposto a chi l’aveva battuta dall’estrema destra: Santi è andato spostandosi all’indietro finché s’e dovuto staccare per la manata: l’ha fatto maldestramente, come chi si considerava ormai fuori da ogni orgasmo, e non aveva piu la scintilla buona per cogliere il tempo: la palla gli è scivolata in rete… Molti avevano gia lasciato lo stadio, non dico il posto a sedere. Avranno stupito di sentir quel boato, da lontano. Erano i fedelissimi dell’Inter che sfogavano l’affanno in grosse risate e grida incredule.

Ah, buon Dio, quante ne inventa l’Inter dietro alla sua indole matta; come sarebbe più bello tifare per una squadra vera… Questa, già, vale assai meno di quanto pretendono i suoi tifosi. E se per giunta sbaglia partita, un pianto.

[…]

L’Udinese ha giocato come noi stessi avremmo voluto, se fossimo stati sulla panchina di Bigogno. E l’Inter ha esibito un goffissimo catenaccio a rovescio, con Invernizzi a far velo davanti a Cardarelli ma non a marcargli l’uomo. E la squadra premeva in forcing, ma senza rilanci imperiosi. Sconocchiati i tre terzini, insufficienti i mediani e i due interni, le ali mai capaci di dettare un lancio, bensi portate a stringere con il proprio guardiano, ispessendo così di troppe gambe l’area avversaria. Il solo grande giocatore visto in campo, Angelillo: e pieno di buona voglia e di abnegazione, ma dannoso a sua volta per l’impianto collettivo, perché arretrava ad avviare l’azione e la manteneva stretta per rientrarvi sempre, e ogni volta la palla arrivava in centro area, ed erano acciaccapesta tremendi: mai un tiro indirizzato con qualche agio, mai tentativi lontani, mai cross alti.

Per lunghi tratti della partita la modesta Udinese appariva assai piu organica e dotata delI’Inter, che era ed è tuttora la piu vicina inseguitrice della Juventus.

Mi fermo qui. L’articolo è molto più lungo, e vi invito a leggerlo. Perché leggerlo è un piacere.

La Olivetti di Brera, custodita al Museo del Calcio di Coverciano

Ora, fatta la tara a un linguaggio che risulta superato e non sarebbe più accettato non solo dai caporedattori, ma dai lettori stessi (dopotutto stiamo parlando di 56 anni fa), vorrei far notare quanto questa pagina sia scritta. Le azioni si vedono, si vivono, si immaginano. (E questo anche tenendo conto del fatto che allora la televisione non c’era e che, quindi, a vedere la partita erano solo quelli che erano andati allo stadio, e che, quindi-bis, Brera doveva sopperire in qualche modo all’assenza di immagini.)

Guardate che fa Brera quando critica la prestazione dell’Inter. “Uno dei suoi più storditi e svagati giocatori”. “Come sarebbe più bello tifare per una squadra vera” (questa è veramente hard eh?). “L’Inter ha esibito un goffissimo catenaccio a rovescio.” “Sconocchiati i tre terzini, insufficienti i mediani e i due interni, le ali mai capaci di dettare un lancio.” “[Angelillo] dannoso a sua volta per l’impianto collettivo.” “Per lunghi tratti della partita la modesta Udinese appariva assai piu organica e dotata delI’Inter.”

Sfido chiunque ad affermare che queste non fossero critiche pesanti. Un giocatore stordito, una squadra non vera (!!!), tre terzini sconocchiati, Angelillo dannoso.

Una partita in cui, ne sono certo — ah, fossi riuscito a trovarlo, quell’articolo — l’Inter ha masturbato calcio davanti al suo pubblico.

Ma è altrettanto palese che non c’è livore, non c’è astio, non c’è denigrazione. E, soprattutto, non c’è nessuna autoreferenzialità. C’è soltanto cronaca, e ovviamente opinione. Il giornalista vero non è quello che si limita a elencare i fatti avvenuti — quello è il cronista — ma colui che riesce a offrire al lettore una visione di ciò a cui ha assistito, un ventaglio di mezzi per interpretare e rivivere ciò che ha raccontato.

Brera taccia addirittura l’Inter di non essere una vera squadra, ma si tiene ben lungi da termini quali figuraccia, crac e — ohibò — vergogna.

All’angolo sinistro del ring, Sebastiano Vernazza

Uno dei libri di S. Vernazza

Buttar giù qui una biografia di Sebastiano Vernazza è… possibile. Giornalista alla Gazzetta dello Sport, ha vinto il premio Beppe Viola per il giornalismo sportivo nel 2015 e ha pubblicato diversi libri su calciatori (Zidane, Cantona) in formato e-book per La Gazzetta; account Twitter @SebVernazza. Per tutto il resto vi rimandiamo… al suo profilo Twitter.

(Una cosa, però, mi preme dire in esergo: Sebastiano Vernazza è stato recentemente fatto oggetto di tentativi di aggressione da parte di un gruppo di  ultras — non interisti, per fortuna. Quale che sia il livello possibile di litigiosità, di incazzatura e di disaccordo a cui si possa giungere, a prescindere da qualsiasi altra considerazione Sebastiano Vernazza ha tutta la nostra solidarietà e, per quanto possa per lui valere, la nostra incredula comprensione.)

Ma torniamo in cronaca.

Ecco quindi che Sebastiano Vernazza (pantaloncini rosa, of course) si presenta sul ring, forte dell’articolo “Il commento” da lui firmato il 29 settembre 2016 per La Gazzetta dello Sport e riportato da FcInter1908 — fonte dalla quale lo prendiamo (ricordate? no money to the pink) — che così recita:

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[Nota: per brevità… tutto uguale alla nota sopra]

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Tutto confermato, l’Inter ha scelto di affrontare l’Europa League in modalità vergogna: puramente voluto ogni riferimento al titolone della Gazzetta di due settimane fa («Inter, ma non ti vergogni?)», prima pagina che sottolineava la figuraccia contro gli israeliani dell’Hapoel Sheva, vincitori per 2-0 a San Siro. Ieri il bis, si fa per dire, a Praga. Nerazzurri bastonati dallo Sparta, nulla più che una buona formazione, e il sentimento della vergogna dovrebbe riaffiorare.

[…]

È inammissibile subire gol come i primi due di Praga: disorganizzazione somma, neppure tra i dilettanti si prendono reti tipo la seconda di Kadlec.

[…]

L’Europa League abbatte il credito guadagnato con il successo sulla Juve. A proposito, nell’undici iniziale di Praga figuravano sei «eroi» della formazione di partenza nel 2-1 alla Juve.

[…]

DeBoer in Europa è fermo alla casella del via, zero punti in due partite, meno 4 in differenza reti. Avanti così, sarà preda di precoce euro-fallimento

Ora, sottolineiamo l’asprezza della critica, usata — non da lui per primo, ma addirittura nel titolo a cui si fa riferimento nell’articolo — non secondo modalità di scrittura alte, ma bensì appiattite sui social: “vergogna”, “figuraccia”, “bastonati”, “neppure tra i dilettanti”. E dire che il vocabolario della lingua italiana — lingua ricchissima di sfumature — permetterebbe di usare tutt’altro registro. E, siccome non crediamo che il sig. Vernazza sia così a digiuno di Devoto-Oli come invece vorrebbe farci credere a ogni riga, riteniamo che questa sia una linea editoriale ben precisa, voluta e cercata dalla Gazzetta che, come abbiamo già spiegato nel nostro precedente articolo “Mendicanti di copie”, si ritrova costretta a inseguire le frange più becere del popolo social, adottandone i toni, i vocaboli e la modalità espressiva.

Laddove nell’articolo di Brera, seppur pesantemente critico, notavamo una mancanza di astio e di livore, qui invece ne raccattiamo a piene mani: non ultima — tutt’altro — quella parola “eroi” posta tra virgolette sbeffeggiatorie con il preciso intento di annullare, almeno sulla carta, un risultato che sarà andato indigesto a quei lettori — i tifosi juventini — che la Gazzetta vuole recuperare a tutti i costi.

Ma quello che fa più specie, in realtà, è l’autoreferenzialità. Gianni Brera non si nomina, non nomina il giornale per cui sta scrivendo, non difende se stesso, non giustifica nessuna delle parole che ha deciso di impiegare — non ne ha bisogno. Il pezzo del sig. Vernazza, invece, di autorefenzialità gronda, nell’autoreferenzialità sguazza, nuota, annega.

E la cosa più (involontariamente) ironica è che lo fa per dare addosso a quegli stessi social media di cui ha mutuato il gergo da bar e le espressioni volutamente provocatorie, innescando così una provocazione sulla provocazione — nell’evidente tentativo di scatenare un’altra orgia di click e di polemiche.

Il verdetto finale

No, dai.

Per citare un guru dello sport mondiale: You cannot be serious.

Guru.

 

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