Motogp, Motegi: il re è stato incoronato

Chi mi legge sa che non nutro una grande simpatia per “Bimbominkia” Marquez, ma sa anche che sono capace di riconoscergli la capacità di guidare la moto come un dio. Probabilmente molto meglio di chiunque altro io abbia mai visto… e, per una questione puramente anagrafica, ne ho visti tantissimi.

Fino ad oggi però nel mio giudizio non includevo una qualità che non gli avevo riconosciuto perché non ce n’era il motivo: la capacità di vincere anche quando il suo non è il “pacchetto” più forte. Ma dopo questa vittoria glielo devo assolutamente riconoscere. Bimbominkia è cresciuto ed è cresciuto bene. Molto bene.

Oggi abbiamo capito quanto questo ragazzo di 23 anni ha saputo apprendere dall’entourage Honda che deve veramente avergli fatto un gran lavaggio del cervello per convincerlo che non si può e non si deve cercare di vincere a tutti i costi tutte le gare, perché non è il numero di gare che si vincono che fa passare alla storia, ma il numero di titoli mondiali. Ed il ragazzino è diventato uomo. Ha condotto un campionato di elevata capacità strategica, sapendo gestirsi anche quando il suo polso cercava di prendere il sopravvento magari mettendo a repentaglio tutto.

Ha saputo con grande umiltà portarsi a casa dei quarti posti sapendo che erano meglio quei pochi punti piuttosto che uno zero. Ed in questo modo ha messo sotto pressione un mostro sacro come Rossi, che oggi ha dovuto spingere oltre il limite per cercare di recuperare l’ennesima partenza inguardabile della sua storia motociclistica. E non parliamo di Lorenzo, che è entrato in un tunnel da cui cercherà di uscire il prossimo anno, ma ne dubito fortemente. Quando tu sei il campione del mondo ed hai fuori il tuo compagno di squadra, che battere è da sempre l’unico tuo vero obiettivo, e sai già da gran tempo che non hai chance di vincere il mondiale, se cadi, perdendo l’anteriore, ma sei perfettamente in traiettoria, allora dimostri di non essere veramente quel fenomeno che vorresti essere. Non sei Rossi e tanto meno sei Marquez.

Ma torniamo al catalano. Mentre lo guardavo andare con quel suo nuovo stile che è si da violentatore di moto e pista, ma che sembra sempre un paio di linee indietro rispetto al suo limite, mentre lo guardavo vincere questo titolo, probabilmente il più bello dei suoi cinque, ho pensato che se l’anno scorso avesse avuto la maturità mostrata oggi, non avrebbe fatto quella brutta impresa che tutti ricordiamo a Sepang. Ma, ragazzi, siamo stati tutti e se tu sei uno che in moto è più a suo agio che tra le gambe di una bella ragazza, quella cazzata la puoi anche fare. Ma non voglio rivangare cose che non c’entrano con oggi.

Oggi abbiamo un nuovo re della MotoGP. Se a 23 anni ha già vinto 5 mondiali, di cui 3 in MotoGP, la probabilità che possa archiviare il record di Agostini di 8 titoli nella classe regina c’è, e francamente mi auguro che possa raggiungere quel risultato. Ne ha la qualità e sinceramente non vedo chi nel futuro possa impedirglielo.

Motegi ha quindi incoronato il re, ma lo dissi già dopo il Sachsenring, quando per la prima volta vidi Marquez letteralmente volare sull’acqua, che il mondiale era già stato vinto.

Siccome stimo Rossi e lo ritengo ancora il più forte e completo pilota in attività, sono convinto che anche lui lo sapesse fin da luglio che non ce n’era più. Questo non toglie che il Dottore, ancora una volta, ha dato dimostrazione del perché lui è stato ed è ancora il Motociclismo. La pole di sabato ha qualcosa di miracoloso, tenendo sempre conto che stiamo parlando di un uomo di 37 anni, che ha vinto tutto quello che poteva vincere, tranne la sua voglia di continuare a divertirsi in modo (e come non capirlo, se anche tra noi “normali” quella voglia fatica a spegnersi quando i 50 sono passati da più di un lustro?): è partito malissimo e questo l’ha messo nella condizione in cui non voleva trovarsi e cioè dover spingere per recuperare Marquez. Infatti è arrivato lungo su una curva difficile, difficilissima, ed è andato a terra. Ma io su Rossi non sono obiettivo e gli perdono tutto.

Rossi è quello che ancora Marquez non è e non so se riuscirà mai ad esserlo: un’icona, un idolo delle folle. In una sola parola: una leggenda del motociclismo. Rossi non ha solo vinto contro gente come Gibernau, Biaggi, Capirossi, Stoner e Lorenzo, ma ha trasformato uno sport che è sempre stato di nicchia per uomini duri, abituati a vivere in tuta di pelle anche quando andavano in spiaggia, in uno sport di massa. Ha portato il tifo da stadio nei circuiti ed ha fatto fare un salto mediatico a tutto il circo dei motori che nessuno, nemmeno il più fanatico dei motard, avrebbe mai potuto immaginare.

Pensate a quando si guardavano i gran premi in cui correvano i Freddie Spencer, i Kevin Schwantz, gli Eddie Lawson, i Wayne Gardner, i Wayne Rainey, giusto per citare i mostri della generazione precedente a Valentino. Nessuno sapeva qualcosa di questi signori che poi si chiudevano in una roulotte a bere birra e a fumare con gli amici. Era tutto un correre tra amici uniti dalla comune appartenenza ad una categoria di sportivi ad alto rischio di morte ad ogni curva, ad ogni staccata. Finita la gara, tutti a casa e via. Compresi gli spettatori. Ora invece tutti ci aspettiamo una bambola gonfiabile, una bandiera, una maglietta, un casco strano. Chiunque sia il vincitore della gara. E tutto questo lo si deve a Rossi.

Sia chiaro: io appartengo ad una generazione capace di sorbirsi 96 ore di pioggia e 2500 Km per andare ad Assen e vedere Franco Uncini venire centrato da Wayne Gardner e uscirne miracolosamente vivo.  Quindi non è per nulla detto che per me il motociclismo sia quello televisivo che Rossi ha inventato, ma ciò non toglie che quello fatto da Rossi sia stato qualcosa che in questo sport non si è mai visto. E anche le varie imitazioni (Lorenzo che pianta la sua bandierina o Fenati che fa il “pazzariello”) sono sempre  sembrate mal riuscite a dimostrazione che per essere leggenda non basta soltanto vincere, ma devi avere anche il carisma e quello non lo impari su nessun circuito o in nessuna scuola. Ce l’hai e basta.

Tutto questo pippozzo per dire che Rossi ha perso il suo mondiale, ma che si trova in una condizione “storica” tale per cui qualunque sia il risultato di una gara o di una stagione, lui ormai vince sempre. Ma oggi la sua stella  brilla nel firmamento con accanto una nuova stellina che non sappiamo dove potrà arrivare. Solo il tempo potrà dirlo e vorrei che Marquez un giorno facesse la scelta che fece Rossi lasciando la Honda per approdare ad un’altra scuderia per dimostrare che lui è veramente il più forte. Lui è veramente il re. Perché lo credo fermamente che lo sia. Ma, al contrario di Lorenzo, che da sempre vive Rossi come un’ossessione, Marquez non ha come prospettiva quella di seguire le orme dell’uomo di Tavullia e questo lo rende più forte di Lorenzo. Per dire: vorrei che Marquez provasse a correre su Aprilia e a vincere, perché credo che sarebbe in grado di farlo, per dimostrare, come fece Valentino, che è lui il più forte, anche se corre su una moto più simile ad un cancello che ad un missile. Ma Marquez lo sa che non è Rossi e che non lo potrà mai essere, anche se probabilmente è destinato a lasciare un solco profondo nella storia del motociclismo. Ma c’è il rischio che si ricordi di lui per aver voluto, una volta, impedire a Valentino di battere Lorenzo e questo mi spiace, perché non lo meriterebbe.

Ma questo è il motociclismo: storie di uomini che si incrociano, con le loro grandezze e piccolezze. Oggi Marquez ha vinto e ha vinto meritatamente. Bravo ragazzo. Anzi: grande!

Amen

Loading Disqus Comments ...