Lione Juventus e i resoconti da “Istituto Luce”

Per un certo periodo ho avuto la fortuna di seguire molte partite in lingua inglese e ho sempre trovato sorprendente la differenza tra ciò che raccontavano i telecronisti d’oltremanica e i resoconti a posteriori dei giornalisti italiani.

Lione Juventus ci fornisce l’assist perfetto per le “telecronache alternative” e per un articolo a metà tra ironia e sarcasmo. La premessa è che non ho visto la partita e prima di ieri notte non avevo letto assolutamente nulla: ho cominciato proprio con le testate online inglesi. Mentre leggevo, ho deciso di scrivere tre piccoli pezzi, uno dietro l’altro: il primo è come la descrivono in Inghilterra; il secondo è come pensavo avrebbero potuto descrivere in Italia, con delle aggiunte a posteriori, delle vere citazioni di articoli letti in mattinata; il terzo è cosa avrebbero scritto se quella stessa partita l’avessero giocata due squadre a caso, il Milan e l’Inter.

istituto-luce-cinecitta-cinema-expert-group-28-nov-2013-2-638Dalle letture “del giorno dopo”, purtroppo, viene fuori un quadro poco confortante. Non perché si voglia sminuire i meriti della Juventus o l’importanza di una partita voluta fortemente, ma semplicemente perché i toni della celebrazione sembrano sproporzionati sia in relazione alla fase della stagione sia al reale valore complessivo del girone. Per citare il nostro Kongo, siamo passati dalla “Squadra dell’Amore” alla “Squadra degli Eroi”, con descrizioni e toni che neanche l’Istituto Luce ai tempi del fascismo, ben al di là anche della fantasia del nostro decano Sofferti Piangimonti: c’è in corso una sorta di “mitizzazione” di questa Juventus e tutto ciò che sta attorno (abbiamo parlato di Conte, di Pogba, dei “bastardi per la gloria” etc…) che è difficile comprendere nell’ambito di un giornalismo sportivo sano. Quello nostrano, invece, sembra avere perso la bussola definitivamente: oppure ne ha una che punta verso un nord che non sappiamo né comprendiamo.

Non speravamo in titoli come “Juve, che cu…lione”, “Golazo e culazo!”, “Juve, culo al Cuadrado” e via discorrendo, ma quello che vediamo sulle prime pagine è francamente inconcepibile.

titoli giornali juventus lione

IN UK

(un sunto, senza descrizione della partita perché non c’è molto da questo punto di vista).

La Juventus ha fatto poco per meritare la vittoria, mancando della creatività necessaria per sfondare un Lione disposto bene e che ha difeso a ranghi stretti, che ha fatto tesoro della sua fisicità e della capacità di ripartire velocemente.

Una partita vinta soprattutto da Gianluigi Buffon. È lui che fa il “lavoro sporco”. Tra il rigore parato (complice un brutto tiro di Lacazette) e almeno due parate miracolose (una soprattutto, d’istinto su deviazione di Bonucci) ha scongiurato un pareggio o addirittua un risultato peggiore, che per larghi tratti della partita sembrava essere la risultante naturale di ciò che si è visto in campo. A 38 anni è una prestazione incredibile.

La mentalità della Juventus deve essere registrata ancora una volta, dato che sembra abbiano bisogno di subire prima di scuotersi e tornare a essere una squadra brillante. Contro l’Udiense, è stato necessario passare in svantaggio, mentre contro il Lione è stata l’espulsione di Lemina a svegliare i bianconeri e migliorare la prestazione, fin lì scadente e lontana da quel che ci si aspetta da una reale “contender” per il titolo di Campione d’Europa.

Nonostante gli infortuni, la mancanza di coesione e altre possibili giustificazioni utilizzabili da Allegri per difendere i suoi uomini, sembra chiaro che la Juventus sia capace di vincere in Europa solo se gioca al 100% delle sue potenzialità: e se il bersaglio si fa più complicato, la vittoria finale, questo 100% deve mostrarsi per tutta la partita e non soltanto per la parte finale.

Una vittoria sofferta ma che lascia i bianconeri imbattuti: una iniezione di fiducia importante, anche se una prestazione così potrebbe non bastare per la prossima di campionato contro il buon Milan visto finora. Ma la profondità e la stabilità juventina è fuori questione e la partita di sabato diventa uno snodo cruciale per la stagione.

 

IN ITALIA: LIONE 0 – JUVENTUS 1

Non che ce ne fosse bisogno, ma la Juventus fa sfoggio di tutto il carattere e l’orgoglio di una squadra d’élite, di quelle grandi squadre che sanno soffrire nei momenti di difficoltà ricavandone il massimo beneficio.

Non importa se giochi bene o giochi male, conta solo vincere: il diktat di Massimiliano Allegri è stato un po’ il succo della gara di Lione (cit. Gazzetta). La Juventus obbedisce al suo ammiraglio, soffre ma porta a casa il risultato con il cinismo dei grandi. Risultati del genere aiutano nella tempra e nel morale, vincere aiuta a vincere, ma soprattutto a dare segnali chiari alla concorrenza: questa Juventus non si batte.

Soffrire e colpire: in 10 per mezzora abbondante, Madama ha saputo resistere e ha approfittato del momento opportuno per andare in vantaggio (cit. Gazzetta).

La partita per larghi tratti è noiosa, frutto a metà tra la Juventus che cerca di gestirla e il Lione che azzecca la partita della vita. Ritmi poco consoni alla Champions League, ma alla Juventus interessa tornare dalla Francia imbattuta.

Ma è la partita in cui Gigi Buffon decide di rispondere alle critiche: l’arbitro Marciniak fischia un rigore per trattenuta di Bonucci su Diakhab (la trattenuta c’è ma è un rigore generoso), Superman decide di ipnotizzare Lacazette e respinge il tiro.

La Juventus non sfonda un Lione, volenteroso ma nulla più, che si sistema a specchio e prova a chiudere tutti gli spazi ai bianconeri. Gioca con nove uomini dietro alla linea della palla, puntando molto sulle ripartenze, e fa muovere poco gli attaccanti della Juve (maxi cit. Gazzetta).

Il primo tempo si chiude così, tra qualche sbadiglio ma con la certezza della solidità bianconera e l’impressione che la partita sia in controllo.

Il secondo è condizionato sin dall’inizio da un arbitraggio sospetto: prima grazia Darder per una manata su Pjanic (solo giallo) e poco dopo espelle Lemina per un secondo giallo dopo un intervento su Fekir, giusto il secondo ma il rosso è sproporzionato rispetto alla somma e alla risultanza dei due gesti tecnici. Juventus in dieci con mezz’ora da giocare.

Sembra il quadro perfetto per una partita disastrosa, in cui Buffon è il migliore in campo e si gioca in 10. Qui entra in gioco l’epica insita nel DNA bianconero, con i calciatori che affrontano questa mezz’ora sul filo di una straordinaria forza, sui nervi e sul carattere di campioni straordinari ma soprattutto di Max Allegri che azzecca il cambio del secolo, Cuadrado per Dybala.

Juventus in dieci, ma è una squadra da dieci e lode (cit. La Stampa), e quella che sembrava una partita destinata a farsi complicata, e a complicare il girone, diventa eroica, epica, da scrivere nella leggenda. Perché comincia a macinare il gioco finché il fortino del Lione non crolla sotto l’invenzione geniale di un eroe al… Cuadrado: suo il gol che abbatte i francesi.

C’è giusto il tempo per un ultimo brivido a opera di Ghezzal che spara fuori: sarebbe stata una ingiusta beffa.

La vittoria è meritata e dà il giusto premio ad una formazione coesa che ha saputo stringere i denti e soffrire tutta insieme. Le possibili polemiche non smorzano certo l’impresa di una squadra indomita e che non muore mai.

Per Buffon una serata da incorniciare, forse la miglior partita della carriera con il rigore parato a Lacazette e i due interventi miracolosi su Fekir e Gonalons. Soprattutto le ultime due parate finiscono di diritto nell’album dei ricordi. Gesti tecnici impressionanti per istinto e reattività. Straordinario in campo e ancor di più fuori quando ha zittito con eleganza le critiche dei giorni scorsi (cit. Sport Mediaset). Una prestazione che dimostra, se ce ne fosse bisogno, che le due piccole leggerezze dei giorni scorsi sono solo una casualità in una carriera leggendaria: provate adesso a criticarlo (cit. Corriere dello Sport).

Come ha ripetuto mister Allegri,  alla fine ciò che conta è il risultato, e questi tre punti sono oro colato per i bianconeri (cit.): una Juventus che nella sofferenza fa la voce grossa: le grandi squadre si costruiscono anche con vittorie sofferte come questa, con le difficoltà affrontate con il piglio e ricorda a tutti che tra le prime quattro d’Europa c’è.

IN ITALIA: LIONE 0 – MILAN 1

E’ un Milan insolito quello che torna vittorioso dalla Francia: al calcio spettacolo dell’ultima mezz’ora si contrappone una sofferenza insolita per la squadra di Montella, costretta per buona parte dell’incontro a soffrire un po’ la formazione messa bene in campo da Génésio.

Dovendo fare di necessità virtù, Montella è costretto ad arrangiarsi e cava il meglio da una partita che ha visto il Lione protagonista di una buona prestazione, soprattutto difensiva, ma costretto ad arrendersi alla volontà, al palleggio ed alla capacità di controllare la partita dei rossoneri.

Il Milan prova ad amministrare la partita, provandola ad addormentare anche con un palleggio che talvolta può risultare noioso ma di grandissima efficacia, che il Milan sa fare come nessuno al mondo. Costretto anche per provare a evitare le ripartenze del Lione: spartito che non sempre viene recitato alla perfezione ma che fa approdare la partita serenamente sullo 0-0 alla fine del primo tempo. È un accompagnare un Lione volitivo, ma non di più, verso l’intervallo.

Da registrare un paio parate di un Donnarumma che è destinato a scrivere pagine importanti nella storia del suo ruolo. Tra queste, anche un rigore: il contatto c’è, ma non di intensità tale da generare una caduta simile. L’arbitro abbocca e Lacazette si presenta sul dischetto del rigore ma si fa ipnotizzare dal baby-prodigio.

Il secondo tempo si apre con altri due abbagli del direttore di gara: prima espulsione mancata per Darder, poi doppia ammonizione e susseguente rosso per Kucka, che lascia il Milan in 10.

Sembra il prologo di una serata nera, ma l’episodio dà comunque una scossa all’orgoglio dei rossoneri. Sotto la spinta della furia rossonera, il Lione si rinchiude in area: i rossoneri sembrano essere ormai staccati dal torpore del primo tempo. Montella decide di giocarsela, con coraggio e sfrontatezza, affrontando anche i rischi di un cambio che molti potevano reputare sbagliato: fuori una punta, Niang, e dentro un la fantasia di Mati Fernandez.

Il Milan ottiene quello che merita, con un calcio decisamente più fluido, condito da giocate individuali che incastonano perfettamente in un altro spartito, stavolta più chiaro e eseguito bene: il Milan domina l’avversario semplicemente perché è più forte. E, nonostante Donnarumma sia il migliore in campo, il vantaggio è assolutamente meritato, non fosse altro che per l’invenzione di Mati che strappa la standing ovation a tutto lo stadio e applausi a scena aperta anche dei francesi.

C’è solo il tempo per un brivido, con Ghezzal che prova inutilmente a impensierire il Milan nel finale.

Génésio a fine partita omaggia il Milan: “queste partite le vince sempre il più forte”. Galliani laconico “Siamo la squadra più titolata al mondo: oggi abbiamo dimostrato di avere le palle”.

IN ITALIA: LIONE 0 – INTERNAZIONALE 1

La solita storia: la solita Inter, la solita squadra senza idee, il solito colpo individuale che toglie le castagne dal fuoco a un De Boer confuso e che non riesce a dare una precisa identità alla sua squadra: ormai sono troppe le partite in cui vince senza convincere.

I nerazzurri si mostrano incapaci di far fruttare l’immenso talento a disposizione, di mostrare un gioco collettivo nonostante sia una vera e propria multinazionale del pallone, nonostante ci siano oltre 110 milioni di nuovi acquisti.

La vittoria non deve ingannare: quella che torna dalla Francia è una squadra che non convince. Il Lione fa una gara gagliarda e di sacrificio, con una disposizione tattica perfetta a imbrigliare i nerazzurri: e pensare che Génésio guadagna meno di un De Boer confuso e pasticcione: si dia una svegliata, perché i contatti con Capello sono in itinere ormai da tempo, mentre è stato già bloccato Materazzi nel caso servisse un traghettatore da qui a fine anno. Sempre sotto il sogno di Simeone.

L’Inter è inceppata dal Lione e prova ad affidarsi ai suoi fuoriclasse, ma Icardi non punge e nessuno tira in porta. Lo fa il Lione, che chiama in causa San Samir a più riprese. Così come nell’occasione del rigore, causato da una grave ingenuità di Miranda: Lacazette tira maluccio e facilita il lavoro del portierone nerazzurro.

Il primo tempo si chiude con un 0-0 che va oltre i meriti nerazzurri: ma che fatica! Il gioco espresso è lontano dalle necessità europee, ma soprattutto dimostra di essere Icardi-dipendente: se non segna lui, nessuno.

Comincia il secondo tempo e l’Inter sbanda, forse confusa dal probabile errore dell’arbitro che non vede una presunta manata di Darder su Banega (solo giallo, giusto così) e poco dopo espelle Medel per l’ennesima ingenuità dei nerazzurri: se sei già ammonito, non puoi permetterti interventi del genere in Europa.

Nonostante l’inferiorità, i nerazzurri provano con la forza della disperazione e con i colpi dei singoli, ripetutamente ma inefficacemente vista la straordinaria resistenza dell’impianto tattico messo su da Génésio. Il Lione a quel punto probabilmente è convinto di portarla a casa e sottovaluta un’Inter che, paradossalmente, trova più spazio, ma soprattutto trova la fortuna di un cambio troppo conservativo e provinciale che invece De Boer, forse inconsapevole, azzecca: dentro Eder per Candreva. Ed è proprio l’italobrasiliano a trovare l’ennesimo colpo di classe che toglie le castagne dal fuoco al tecnico olandese.

L’Inter non riesce a gestirla e nel finale rischia con Ghezzal che tira di poco a lato per quello che sarebbe stato un pareggio equilibrato per quel che si è visto in campo.

La partita si chiude così, con una squadra che vince, si conferma prima nel girone, ma non convince e soprattutto lascia accigliate (ed è dir poco) dirigenza e proprietà, forse pentiti di aver messo sotto contratto un allenatore con poca esperienza nel calcio italiano.

Insomma, se non è crisi di gioco, poco ci manca: De Boer dovrà inventarsi qualcosa (si dia 4 mosse!) perché con queste prestazioni non si va avanti: vincere non può essere solo il frutto di casualità, come nel caso dela parata di Handanovic su deviazione di Miranda: non si affronta così una partita di Champions e solo la fortuna evita l’ennesima vergogna.

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