La storia di Luca

Sono un allenatore, nel mio piccolo.

Alleno Basket. Ho sempre scelto negli anni di allenare squadre giovanili, massimo U21.
Per scelta appunto. Non ho mai avuto voglia di gestire un gruppo di adulti che, per natura, hanno i loro problemi, i loro scazzi, e spesso ti danno l’impressione che sì, tu parli, ma loro fanno comunque quel cazzo che vogliono, perché ne sanno più di te (o almeno credono di saperlo).

Ma sto divagando.
Dicevo: Alleno.

Sono 16 anni che alleno. E in 16 anni ho cambiato 6 squadre, ho cercato sempre di insegnare che giocare è bello e divertente, ma solo se si gioca insieme, ci si diverte e si rema nella stessa direzione. Tutti.
Ho cercato di insegnare che la cosa più importante è la squadra, non la prestazione di un singolo. Ho cercato di far capire a tutti i miei “ragazzi” che si, uno può anche segnare 30 punti a partita, ma se non ci mette testa in difesa e ce ne fa subire 32, inevitabilmente si perde.
urloHo cercato di far capire che la voglia, quella sana attitudine a “voler spaccare il mondo” è una cosa che io, da allenatore, non posso trasmettere. Posso trasmettere intensità, motivazioni, nozioni tecniche, posso decidere un cambio, uno schema, una tattica. Ma se non hai voglia di giocare, io, la voglia, non te la posso dare.
A 20 anni avrei spaccato il mondo. Facevo l’università (maluccio), giocavo (probabilmente altrettanto maluccio), arbitravo, allenavo. E il basket era (ed è tuttora) una parte così importante della mia vita che tutte i santi weekend ci si trovava, io e altri 7 spostati come me, al campetto dell’oratorio per infiniti 4vs4 che duravano finché la custode appariva, con la faccia incazzata di chi doveva preparare la cena ed era costretta a interrompersi a metà, e a forza di urlacci ci cacciava dal campetto.
Ecco, questa voglia. Quella che ti faceva fare le notti per vedere le finals NBA, quella che ti faceva stare al tavolino a sognare, e disegnare, schemi e movimenti per fregare “quello stronzo di allenatore che quando è in difficoltà sa solo mettersi 2-3”, quella che in qualsiasi condizione fisica ti faceva andare in palestra, per corricchiare e far 4 tiri piuttosto. Ma la palla da basket ha un magnetismo che ti attira a sé. E il rumore della retina che schiaffeggia l’aria è sinfonia quasi beethoveniana della perfezione.

Ho avuto momenti esaltanti (pochi) e tragici (tanti). Una volta siamo riusciti ad espugnare il campo della prima in classifica, in condizioni che definire “difficili” è un eufemismo. Arrivati in 7, in ritardo causa traffico, sotto di 15 all’intervallo.
Ci siamo guardati in faccia in spogliatoio. Io e i ragazzi. Ci siamo detti “ok, ora fuori i coglioni. Forti in difesa, contropiede rapido e rientriamo”. -10, -5, pari. +5. Poi rimaniamo in 4. Poi, gli ultimi 90 secondi in 3. In campo mi era rimasto il play, una guardia, e un lungo, ma non il lungo titolare. 138159-thumb-full-lebronEcco, il buon Luca (nome di fantasia n.d.A) che giocava più o meno 5 minuti a partita, di solito. Che non era un genio della pallacanestro, che aveva oggettivamente limiti tecnici e fisici.

Luca. Quello che non ti aspetti.

Quello che a 20 secondi dalla fine, in perfetta parità, trova lo slancio, il tempo e la coordinazione per stoppare la penetrazione del play avversario, e far finire la palla in mano al nostro play, che si porta in giro gli avversari per 15 secondi, e subisce fallo. E 2/2 in lunetta. +2 e tutti a casa.

Ecco, Luca.

Luca non aveva il fisico da “perfetto giocatore di pallacanestro”. Era tracagnotto Luca, un po’ come me. Era impacciato nei movimenti, e scoordinato. Tirava malissimo, con percentuali oscene, e faceva fatica perfino in terzo tempo.
Ma Luca non mancava mai. In qualsiasi circostanza, in qualsiasi situazione, Luca c’era. Sempre il primo ad arrivare in palestra, sempre l’ultimo ad andarsene. Sempre con il massimo impegno, sempre con l’attenzione al 100%. Sempre presente alle partite, anche se giocava poco. Sempre pronto a sostenere i compagni in campo. Mai una parola fuori posto, mai una critica, mai una lamentela. Sempre lì ad ascoltare e a fare quello che l’allenatore chiedeva.

Eccolo Luca. Il giocatore che qualsiasi allenatore vorrebbe avere.

sofoklisQuel giorno Luca è diventato l’eroe della squadra, con quella stoppata. Lì tutti hanno capito che ognuno è importante. Ognuno è fondamentale. Ognuno può portare il proprio mattoncino e contribuire a raggiungere un risultato. Eravamo settimi, prima di quella partita. Arrivammo terzi. C’erano due squadre oggettivamente troppo più forti di noi. Una l’avevamo battuta, ma è stata una combinazione di fattori probabilmente irripetibile. Ma quella vittoria insperata, e in condizioni “complicate” ha fatto da volano per l’intera stagione.
Luca ha smesso di giocare 2 anni dopo quella partita. Ha smesso perché gli impegni universitari sopravvenuti non gli lasciavano più tempo. Ha smesso perché non voleva fare “male” qualcosa che gli piaceva e avrebbe voluto fare “bene”. Luca era una persona seria.

Ieri ho visto la partita, ho visto la faccia sconsolata di Frank De Boer.
Ho visto giocatori pascolare per il campo senza voglia.
Ho pensato a Frank, che probabilmente si stava chiedendo perché i suoi “ragazzi” non facevano quello che gli chiedeva, e magari sapeva già la risposta.

Ci vorrebbe un Luca anche per Frank.

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