MotoGP: a Sepang vince il Dovi e cade Marquez (amo’)

Prologo

Il 23 ottobre del 2011 vivevo ancora a San Paolo e nonostante quel sabato avessi lavorato tutto il giorno cercai di prolungare la serata per vedere la gara di Sepang. Era una bella notte fresca che anticipava l’estate carioca che a breve avrebbe fatto il suo in ingresso.

Tornai in albergo verso mezzanotte e, acceso il pc, trovai ancora qualche amico in USA con cui passammo un’oretta a scriverci fesserie in attesa che cominciasse il MotoGP. Quando ci fu la partenza non avevo molte speranze su quello che avrebbe potuto fare Rossi su quel polmone di moto che guidava. La Ducati non era in grado di curvare e siccome le gare si vincono in curva, tutto sarebbe rimasto come sempre: Rossi primo degli altri e Stoner e la Honda sul gradino più alto del podio. In realtà nutrivo una piccola speranza in fondo ai miei pensieri. Quella speranza era il Sic. Un ragazzone con i capelli da Orso Capo e la manetta nel sangue. Uno che quando saliva in moto sapeva esprimere la gagliardia dei piloti italiani e la sfrontatezza degli inglesi. Uno che stava antipatico a Lorenzo perché lo considerava troppo “spericolato”. Ma si sa: Lorenzo vorrebbe che tutti corressero con le pattine in salotto invece che in una pista dove per definizione si rischia la vita.

La gara si stava esattamente sviluppando come avevo immaginato e Rossi arrancava tra la 6° e la 7°. Sic non è che stesse andando benissimo doveva essere quarto o quinto. L’inquadratura faceva vedere Colin Edwards che cercava di contenere Rossi che all’interno in piena accelerazione stava uscendo dalla curva quando un’ombra in una frazione di secondo ha attraversato lo schermo ed ho visto Edwards saltare per aria e Rossi cercare di domare la moto che si era trasformata in un Mustang impazzito. Il resto è stato silenzio. E lo è ancora oggi. E lo è tutte le volte che si corre a Sepang. E lo è tutte le volte che guardo una griglia di partenza e non vedo più il numero 58.

Sepang 2016: una gara difficile

A Sepang si è corsa una gara estremamente difficile. Quando hai fatto i due giorni di test e qualifiche con un tempo ballerino che ti ha messo veramente in difficoltà, perché gli assetti andavano cambiati continuamente e poi alla partenza ti trovi in “Gara Bagnata”, ma le previsioni dicono che la pioggia finirà, ma non sai esattamente né quando né quanto resterà bagnata la pista, allora sai che davanti a te hai 20 giri (saranno poi 19) difficili. Difficilissimi. Strategie, gomme, freni, tensione, paura … tutto assieme mentre il cielo scarica acqua a vasche.

Alla fine sappiamo com’è andata: ha vinto il Dovi, Vale è matematicamente secondo e Marquez è caduto ancora una volta. Iannone ha fatto il diavolo a quattro, ma poi è finito in terra anche lui ed il mio eroe Crutchlow ha fatto la stessa fine. Gli altri come sempre sono stati comprimari. Lorenzo incluso.

Ducati vince, ma i problemi restano

Attenzione, però, questa gara non dà nessuna indicazione per il futuro. Nessun piccolo dettaglio in più, né positivo, né negativo, rispetto a quello che potrebbe accadere il prossimo anno con Lorenzo su Ducati. Le Rosse di Borgo Panigale sul bagnato sono sempre andate meglio, vuoi perché usano mappature che rendono la moto più gestibile, sia perché rispetto agli altri, bagnato o asciutto che sia, massacrano meno l’avantreno. E infatti ieri Rossi ha dovuto cedere a Dovizioso non solo perché il Dovi andava forte, ma anche perché il suo avantreno era quasi a pezzi e, come dirà anche lui in seguito, gli aveva già fratto prendere un paio di strizze.

Ma il Dovi aveva davanti a se la gara perfetta. Una gara in cui doveva usare la testa senza mai eccedere e rischiare qualcosa. La sua gara. Lui che è un grandissimo collaudatore (e sia chiaro una volta per tutte: questa per me non è affatto un’offesa, ma essere piloti è una cosa differente) ha infatti saputo mettere a punto una moto senza punti deboli per la pista bagnata e alla fine, quando la pista si è asciugata e gli altri cominciavano a correre con le gomme un bel po’ fruste, ha cominciato ad inanellare giri veloci su giri veloci fino a fare il giro veloce della gara e guadagnare meritatamente una bella vittoria.

Ma ci fermiamo qui. La Ducati continua ad avere seri problemi di percorrenza in curva, che soltanto la pioggia ha saputo nascondere. Iannone, che invece di testa ne ha pochina, ma ha un gran manico, a 7 dalla fine si è lasciato prendere fin troppo dalla “prescia” di battere Rossi ed ha fatto la cazzata e tanti saluti ai sonatori. Il Dovi invece no. Il Dovi è stato freddissimo, tipico dei grandi collaudatori, fino alla fine. Ha saputo aspettare facendo sempre e con costanza i suoi tempi. Gli stessi che fin da venerdì l’avevano portato ad occupare la pole. Una gara bella, quella del forlivese, che lo premia per la sua costanza nel cercare di far andare una moto che sul dritto è un razzo-missile, ma in curva è come affaticata dalla corsa sull’ultimo rettilineo. E tutto questo senza mai perdersi d’animo, senza scoraggiarsi.

Premiato Dovizioso il timido

Dovi è un ragazzo atipico nel paddock della MotoGP: riservato, sempre in disparte, senza mai un’alzata di testa o un gesto di troppo. Anzi, fin troppo educato. Ricordate Brno? Quando rientrato ai box, in una gara molto simile a quella di ieri, sembrava quasi che i meccanici della rossa l’avessero messo di forza sulla seconda moto che montava le intermedie per rientrare in una pista ormai quasi asciutta. Ecco lui è così, timido e discreto. Uno che fa un lavoro della madonna, ma che poi per se tiene poco o nulla. Il prossimo anno avrà a che fare con Lorenzo e sono curioso proprio di vedere come i due si potranno amalgamare per cercare di riportare alla vittoria la Ducati. Stoner è stato un lampo in un cielo che a Borgo Panigale, per quel che riguarda la MotoGP, sembra sempre un po’ grigetto.

Marquez: il ritorno di Bimbominkia

Correre con la pioggia non è da tutti. Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 un belga, Didier De Radiguès, che correva in Classe 500 con delle motoslitte invece che con delle moto, quando si correva sulla pioggia dava lezioni di guida a leggende del motociclismo come Gardner, Rayne, Mamola e compagnia cantante. Il tutto su 500 a due tempi che più che moto erano scommesse. Oggi l’elettronica permette di non rischiare più nulla, se non si vuole, quando si corre sul viscido della pioggia … che poi in realtà il viscido è dovuto agli strati di gomme che si sono depositati in pista sulle traiettorie e che quando si bagnano diventano lastre di vetro saponato. Marquez, che in Germania quest’anno mi aveva fatto intravvedere sul bagnato lo stile e la classe propri di Didier De Radiguès, da quando ha vinto il mondiale è tornato ad essere Bimbominkia. Come ho detto la scorsa settimana il ragazzo cade troppo e quest’anno siamo già a sedici. E a questo punto non vale più dire “si, ma è troppo giovane” perché ha vinto tre mondiali su quattro anni di MotoGP e poco importa se ha 23 anni. Oppure in Honda hanno deciso di perderselo perché non lo stanno più catechizzando come quando il mondiale non era ancora matematicamente vinto. Oppure, peggio ancora, in Honda gli fanno una testa così e lui se ne sbatte. Non si può, ragazzo, non si può cadere continuamente! Anche se poi ti rialzi ed arrivi tredicesimo. Sei comunque il Campione del Mondo e vederti sempre a terra non è una bella cosa. I soliti giornalisti, che probabilmente dopo il monopattino a cinque anni non sono più saliti su due ruote, hanno tentato di inzigarlo ancora con la storia dello scontro con Rossi dello scorso anno, ma lui, checché poi abbiano riportato i giornali (ascoltate l’intervista in originale per capire cosa dice realmente) il ragazzo ha smussato i toni e gli angoli, cercando di far capire che ora le cose non sono appianate (e come potrebbero?), ma che sono uomini e se le tengono per se e vanno avanti con il reciproco rispetto professionale. Con buona pace di tutti coloro che vogliono portare il “tifo calcistico” in ogni fottuto sport.

La crisi di Lorenzo

Lorenzo, spettatore non pagante nonostante il terzo posto, grazie però ai suicidi di Crutchlow, Marquez e Iannone, è in una fase di involuzione che rasenta la patologia psichiatrica. Basta guardare i suoi occhi mentre la microcamera lo riprende in soggettiva … Non ci siamo. Il giovane Jorge se pensa di affrontare con questa verve l’avventura che ha scelto di fare in Ducati, lo vedo già sul lettino di Woody Allen a partire dalla terza gara. Temo per lui che abbia realizzato che un conto è salire su una Yamaha nata tra le mani di Rossi ed un conto è salire su una moto che solo quel mostro strepitoso di Stoner seppe portare alla vittoria. Ma stiamo parlando di ben altra moto rispetto a quella che oggi Iannone e Dovi portano dignitosamente al traguardo. La centralina unica, il telaio che non è più a traliccio, modifiche sostanziali al motore anche se il desmo è sempre lì a farci godere con il suo rumore un po’ sordo, sono gli elementi più macroscopici e di comune dominio che rendono questa moto diversa da quella che vinse il mondiale. Quisque faber fortunae suae, dicevano i latini, ed il caro Jorge ora dovrà dimostrare di che pasta è fatto. Come dicono in Bovisa: “s’el g’ha i ball”.

Rossi è sempre Rossi

Rossi ancora una volta ci dimostra che ad essere Rossi non sono tantissimi. Anzi, forse al giorno d’oggi nessuno, nonostante il manico di Marquez ogni tanto faccia venire un brividino alla schiena anche ai vecchi motard come me. Un sorpasso a tre “ragazzini” tutto pepe sul bagnato, con la moto che nemmeno si scompone e zac! Tutti a casa. Solo per questo è valsa la pena  guardare la gara, che di per se risulta un po’ noiosetta, come spesso capita, negli ultimi anni, con poche eccezioni. Detto questo, quando Vale era in testa e si è reso conto che non sarebbe riuscito mai a tenere il passo del sopraggiungente Dovi, ha messo la ridotta ed è andato in conserva a guadagnarsi il secondo posto che gli assicura un secondo posto ben più importante in classifica generale. Perché non si è professionisti tanto per dire. Si è professionisti sapendo che comunque entrano dei soldi se arrivi secondo in una gara ed entrano a te ed alla tua casa costruttrice. Forse qualcuno dovrebbe ricordarlo anche a Marquez.

Ciao Sic

Ma Sepang si chiude, ormai da qualche anno a questa parte, con il solito velo di tristezza nel ricordo di quel ragazzone che non corre più e che ancora, nei ricordi, ci fa sorridere, guascone e bonario: dio bo’, Sic!

Amen

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