Perché non scriverò più di Inter

Avvertenza: non sarò affatto breve.

Disclaimer: ciò che leggerete qui di seguito rappresenta il mio punto di vista e la mia opinione, che non sono necessariamente il punto di vista e l’opinione de ilMalpensante.com — Stefano Massaron.

Soundtrack consigliata per la lettura di questo articolo:

Non scriverò più di Inter.

In molti, ne sono certo, commenteranno con “È una promessa, vero?”

E faranno bene, perché sghignazzare sulle sconfitte altrui è sempre liberatorio. Anch’io, probabilmente, lo farei al posto loro, se a dichiarare una cosa del genere fossero una decina — più o meno — di tifosi interisti che scrivono da qualche parte sul web (e di cui non faccio i nomi, ci mancherebbe, sono opinioni).

E rispondo: sì, è una promessa. Quello che state leggendo sarà il mio ultimo articolo sull’Inter che troverete in rete. Dalla fine di questo articolo in avanti, mi occuperò di altri sport e, ogni tanto, di media.

Ma è anche giusto, credo, che vi spieghi perché ho preso questa decisione.

Meglio esser becchi e figli di boia…

Perché hanno vinto loro. I media, i tifosi interisti sopraffatti dai media, gli elementi della società Inter che tutto hanno a cuore tranne che l’Inter.

Perché io ho perso su tutta la linea.

E poi perché, fondamentalmente, mi sono rotto i coglioni.

Eccomi

In questi ultimi dieci anni ho combattuto strenuamente per l’Inter — ovviamente nei limiti delle mie assai limitate possibilità — difendendola contro i media, soprattutto, ma anche contro un certo tipo di tifo disfattista.

Ma ora non si tratta più (solo) di questo. Ora, per continuare a difendere l’Inter, dovrei scrivere… contro l’Inter. O meglio, contro ciò che la società Inter è diventata: un’accozzaglia di dirigenti che hanno a cuore tutto tranne che l’Inter stessa e i suoi tifosi (fatta eccezione, of course, per quel centinaio di professionisti del tifo — sì, quelli dei motorini — di cui sono conniventi e complici).

Ed è una cosa che non voglio fare.

Nel difendere l’Inter, mi sono attirato gli strali di innumerevoli tifosi, che mi hanno dato del complottista, parola che adoro e di cui li ringrazio (salvo poi però puntualmente scomparire quando le mie previsioni puntualmente si verificavano — a proposito, che mi dite di Giampaolo?), o mi hanno definito “non un vero tifoso” perché non vado allo stadio (salvo poi rivolgersi a me quando c’era da scrivere contro il tal giornalista), fino agli ultimi anni in cui mi sono macchiato più volte di lesa maestà non facendo mai mistero di ciò che pensavo su alcuni giocatori dell’Inter e sulla persona di Javier Zanetti in particolare.

Per difendere l’Inter, in questi dieci anni mi sono anche beccato minacce, alcune delle quali, lo ammetto, piuttosto preoccupanti, da parte — in rigoroso ordine cronologico — di curvaioli dell’Inter (2007), dell’Hellas Verona (2008) e della Roma (2010). (Nota a margine: interessante notare che due delle tre tifoserie summenzionate appartengano alle mie due squadre preferite, l’Inter — la mia squadra del cuore — e l’Hellas per tradizioni di famiglia: ho pur sempre un cognome che finisce in on, dopotutto.)

Più due minacce di querela, la prima da quel tipo losco che scrisse l’elogio del calcione di Totti a Balotelli e la seconda, più recente, da parte di Sebastiano Vernazza.

Ma quello che avete appena letto non è una sorta di perverso elenco di medaglie al valore, tutt’altro: di ognuna delle cose elencate qui sopra avrei fatto volentieri a meno, vi assicuro. Quello che avete letto qui sopra è ben lungi dall’essere una sorta di autocelebrazione vittimistica — anche perché sarebbe stupido: se si prendono posizioni scomode, è anche nell’ordine naturale delle cose che vi siano reazioni scomode.

No, l’elenco qui sopra serve a far capire ancora più chiaramente, a chi avesse qualche dubbio, che non sono state certo queste cose, per quanto spiacevoli, a spaventarmi né a farmi dire basta.

Il fatto è che, per dieci anni, sono stato convinto che stavo combattendo per qualcosa, ovvero l’Inter. Quindi andavano bene le minacce, gli insulti dei tifosi e le (ventilate, mai arrivate) querele, perché dall’altra parte… be’, dall’altra parte c’era l’Inter.

La squadra della mia vita. L’unico motivo per cui ho sempre guardato il calcio — che, Inter e Olanda a parte, ritengo uno sport il più delle volte noioso. La squadra per cui mio padre, in dieci anni e nove mesi (tanto è trascorso dalla mia nascita alla sua morte), è riuscito a trasmettermi non solo l’amore, ma anche il rispetto — e, soprattutto, l’orgoglio di dire “io sono interista”.

Quindi, ho sempre avuto la convinzione che, yeah, stavo combattendo per qualcosa.

Ora questa convinzione non c’è più.

Non gioco più.

… che far l’eroe per Casa Savoia

Non posso — né voglio — continuare a combattere contro i media — sempre più vergognosi e vigliacchi — se poi mi rendo conto che i media e i dirigenti dell’Inter stanno dalla stessa parte. Non posso — né voglio — impiegare ore e ore del mio tempo (con tanto di studi, approfondimenti e ricerche dettagliate prima di ogni articolo) combattendo per qualcosa che poi viene tradita dalle stesse persone che rappresentano ciò per cui combatto.

Mi sono rotto il cazzo (mi si passi il grecismo).

Hanno vinto loro. I media, gli attuali dirigenti dell’Inter, i teppisti della Curva Nord. I tifosi da bar che non si accorgono, non si accorgono, non si accorgono, non si accorgono, non si accorgono mai di niente.

Mi dichiaro ufficialmente sconfitto.

Hanno vinto su tutta la linea.

Quindi, getto la spugna.

Lo faccio con dispiacere? Sì, è innegabile.

Lo faccio con sollievo? Sì, è innegabile anche questo.

Non spingete scappiamo anche noi

È un po’ quello che mi è successo nel 2002 quando, dopo vent’anni di abbonamento, un giorno ero allo stadio e, a un certo punto, mi sono alzato e me ne sono andato. A metà di una partita.

Mentre prendevo la 91 per tornare a casa mi sono detto che, evidentemente, il mio organismo era “tarato” per sopportare soltanto un numero X di cori fascisti e di croci celtiche sventolate sugli spalti (non so se ci sono ancora, mi dicono di no: meglio così, ma non cambia nulla). Un limite di cui non mi ero mai reso conto, evidentemente, ma che una volta raggiunto non ho più potuto trascurare.

Da allora sono tornato allo stadio soltanto due volte: in entrambi i casi convinto quasi a forza dal compianto Franco Bomprezzi (Inter-Cesena 3-2, gol decisivo di Chivu di testa e, poco dopo o poco prima, Inter-Lazio 2-1, gol di Sneijder su punizione nel primo tempo e di Samuel Eto’o nel secondo). Poi basta.

Ebbene, le recenti — e già viste, già viste, già viste, già viste — meschine idiozie di casa Inter, dal pompino di Zanetti & Ausilio alla Curva Nord alla delegittimazione di Frank De Boer, hanno avuto lo stesso effetto.

A metà della partita, mi sono alzato e ho preso la 91.

Ciao Frank, è stato bello (davvero)

C’è una cosa di cui è bene rendersi conto, e il prima possibile: all’Inter è in atto una guerra tra la parte “italiana” (capeggiata da Moratti e messa in atto dai suoi “bracci armati” Zanetti e Ausilio) e la proprietà cinese.

Moratti vuole tornare a comandare senza però più investire centinaia di milioni (che non può più permettersi di investire), il gruppo Suning ha le centinaia di milioni che Moratti non ha più.

It’s simple as that.

zhangIn mezzo a questo troiaio ci è finito Frank De Boer. Frank De Boer, per me, è stato un sogno. Non perché io lo ritenga una sorta di Albert Einstein del calcio, ma perché De Boer rappresentava una rottura netta con il passato italiota e frignone dell’Inter. Io sono da sempre appassionato di calcio olandese, e già sognavo un’idea di gioco portata sui nostri campi. E la sera di Inter-Juventus l’ho vista.

Ho visto la mia Inter che giocava come l’Ajax (qui prego vivamente di astenersi da qualsiasi commento chi non segue costantemente l’Eredivisie). Ho visto, per la prima volta da che io abbia ricordi, un allenatore imporre il proprio gioco e la propria idea di calcio dopo tre settimane scarse dal suo insediamento. Nemmeno Mourinho c’era riuscito, nemmeno il Mancini splendido del primo anno — ricordate i pareggi a raffica?

E ho cominciato a sognare.

A sognare che si potesse.

A sognare che l’Inter diventasse l’innovazione del calcio italiano (quella sera la Juventus è stata schiantata, altro che palle).

A sognare una proprietà finalmente convinta, straniera (straniera!) e quindi non prona alle stupidaggini made in Coverciano e, soprattutto, alle fregnacce mestruate made in Saras.

A sognare uno Zanetti relegato a un ruolo (immeritato, ma almeno innocuo) di mero rappresentante-fantoccio dell’Inter in giro per il mondo, lontano, senza possibilità di far danni.

A sognare una squadra dove i singoli non contano e sono tutti, indistintamente, passibili di punizioni se non fanno ciò che dice l’allenatore, senza alcuna possibilità di andare a piangere da papà Moratti o mamma Zanetti.

A sognare finalmente un allenatore forte perché ha alle spalle una società seria, reso indistruttibile e difeso strenuamente dalla stampa perversa, venduta e vigliacca che ci ritroviamo, e non forte soltanto perché ha degli attributi così enormi — qui sto parlando di Mourinho, ovviamente — da fare da solo quello che dovebbe fare una società intera.

Perché, santodio, un allenatore non deve per forza avere le palle: è meglio che le abbia, per carità, ma è la società che deve averle (qualcuno ha presente il Bayern?).

A sognare una società con le palle grandi quanto il Duomo.

A sognare un cambiamento.

E invece no.

È durato pochissimo. Il tempo che coloro che ritengono di possedere l’Inter si riprendessero dallo shock, e Frank De Boer è stato triturato e massacrato e dato in pasto ai cani.

In campo sono scesi giocatori che sono l’antitesi del concetto di squadra. L’atteggiamento di Miranda, Banega, Eder, Icardi — lui su tutti, perché è il capitano, e in questo, purtroppo, si allinea alla recente tradizione di capitani pessimi — è INACCETTABILE. Lo è per me, lo dovrebbe essere per tutti gli interisti. Ma — per quanto riguarda la mia decisione di cui al titolo dell’articolo — è importante che lo sia per me.

Qui — so che non è elegante autocitarsi — vorrei riprendere le parole scritte da Alberto Di Vita nel suo articolo “Samp 1 Inter 0: Una sconfitta già scritta”:

Si deve avere chiaro il concetto: quando una squadra scarica un allenatore, quando non lo segue più, non è un problema dell’allenatore, non è il segno di una debolezza del tecnico. È semplicemente la dimostrazione, scientifica, della debolezza della società e della dirigenza.

Non pensate che Frank De Boer sia mio zio, o che mi abbia salvato dall’annegamento tirandomi fuori da un gelido canale di Amsterdam nell’autunno del ‘93. No, niente di tutto questo: è semplicemente un altro bravo (molto bravo) allenatore che è finito nel tritacarne-Inter senza averne nessuna colpa, finendo vittima dei giochini di potere interni senza capire nemmeno in che cazzo di fogna era capitato.

Sliding Doors

Ora, per favore, vorrei che apriste gli occhi. È l’ultimo pezzo sull’Inter che scrivo, quindi  vado dritto alla questione e non farò nemmeno troppi giri di parole, perdonatemi.

Se non aprite gli occhi, vi fregheranno.

Investirete tonnellate di emotività e di passione — la vostra vera, sincera passione — in cambio di niente, la regalerete a persone di cui, della vostra passione sincera, non frega una beneamata (eh sì) fava — e a questo punto sono fatti vostri e non più miei, perché io è da una vita che tento di dirvelo, e da domani non ve lo dirò più.

Non è che pensate che sarebbero accadute le stesse cose se Frank De Boer (come vantato da Galliani che l’aveva “opzionato”) fosse finito ad allenare il Milan, vero?

Non è che pensate che il Frank De Boer che in poco più di tre settimane ha portato una squadra a giocare come l’Inter ha giocato contro la Juventus si sia imbrocchito di colpo, vero?

Non è che pensate che non ci siano state pressioni e “accordi” di spogliatoio affinché, all’improvviso, tornasse a schierare giocatori che erano — finalmente e giustamente — spariti, vero?

Non è che pensate che Miangue sia diventato improvvisamente peggio di Nagatomo, vero? (domandone domandone: di chi è amicissimo Nagatomo?)

Non è che pensate che il comunicato della Curva Nord sia uscito in quel momento per caso e sia stato usato dalla coppia Zanetti & Ausilio per destabilizzare allenatore e squadra per caso, vero?

Non è che pensate che sia un caso che all’improvviso tutti i giornalisti beceri e venduti abbiano ricominciato a riportare dettagliatamente discorsi, questioni di spogliatoio e liti interne come si usava ai bei tempi d’oro dell’Asado, vero?

Non è che pensate che…

Ma no, dai. Potrei andare avanti per ore. È che non ce ne ho più voglia.

Se pensate anche una sola di queste cose qui sopra, fatti vostri. Io non posso — se non ci sono riuscito in dieci anni, come posso riuscirci ora? — e soprattutto non voglio — farci più niente.

Vorrei tantissimo che Frank De Boer — che ormai ha le ore contate — si dimettesse, ma che lo facesse parlando. Raccontando tutto. Facendo esplodere questa accozzaglia di incompetenti e minus habens che si sono fottuti l’Inter di mio padre.

Quindi ciao, Frank. È stato bello, davvero. Te lo dico con tutto il cuore.

La canzone è finita? Riascoltiamola:

La nausea delle fronde interne

È capitato con tutti. Tutti tutti, nessuno escluso. Tutti quelli che, dal 1995 a oggi, si sono “messi di traverso” a Javier Zanetti e alla sua cricca.

Qui faccio solo una manciata di esempi, non perché non voglio essere troppo lungo (dopotutto questo è un articolo d’addio, e quindi potrei anche scrivere 202 pagine), ma perché mi viene la nausea.

È capitato a Mancini. Ricordate che Mancini aveva di fatto estromesso Zanetti dai titolari per sostituirlo con Maxwell, o lo ricordo solo io? Detto, fatto: due o tre partite “remando contro” e uno degli esterni più talentuosi che abbia mai giocato nell’Inter è finito in panca stabile, perché Mancini — al contrario di De Boer — nel calcio italiano c’è nato e cresciuto e sa bene come tira il vento.

È capitato a Mourinho. Ricordate la famosa sfuriata di Mourinho dopo un Atalanta-Inter 3-1? Se la ricordate… il punto è proprio questo: se la ricordate, è perché qualcuno ha spifferato tutto ai giornalisti. Per farla pagare a Mourinho e fargli capire chi comandava. Ormai tutti sanno chi era stato. E ricordate il Mourinho incazzato nero perché aveva “dovuto” tornare al rombo di centrocampo manciniano, o lo ricordo solo io?

È capitato a Benitez. Ricordate il mancato acquisto di Mascherano, che ormai doveva soltanto fare le visite mediche, o lo ricordo solo io? E qualcuno ricorda com’era divisa in due blocchi l’Argentina di quegli anni e da chi erano composti questi due blocchi, o lo ricordo solo io? E ricordate come Benitez (con cui abbiamo vinto, tra l’altro) sia stato fatto a pezzi mediaticamente, o lo ricordo solo io?

È capitato a Sneijder. Ricordate come è stato scaricato Sneijder in diretta TV da Branca perché era di fatto diventato il leader (dei giocatori, non dei baciamaglia) di quella squadra, il calciatore su cui costruire un intero futuro, o lo ricordo solo io?

E a chi non è capitato?

Non è capitato a Stramaccioni, che era entrato nello spogliatoio dicendo “oh mio dio, ma questo è Javier Zanetti.”

Non è capitato a Leonardo, che tanto non è un allenatore e faceva il 4-2-fantasia (incredibile che sia tanto incompetente da vantarsene ancora) dove tutti facevano quello che gli pareva, e comunque è culo e camicia con il duo Moratti-Zanetti.

E ora… ora devo sentire Eder Citadin Martins, uno dei giocatori più scarsi che io abbia mai visto giocare con la maglia dell’Inter, rilasciare interviste in cui delegittima l’allenatore e uscire dal campo insultandolo. E ora… ora devo sentire Samir Handanovic, uno che a Julio Cesar o a Walter Zenga e persino a Francesco Toldo gli può soltanto lucidare i guantoni, dire in televisione che bisognerebbe giocare in un altro modo.

La nausea. Lo schifo. L’indigestione di troiate.

No, gente, non ne posso più.

Ve li lascio, questi beniamini. Sono tutti vostri. E vi lascio anche allo stadio — dove non vado dal 2002 e quindi “non sono un vero tifoso”, ergo non ci perdete proprio niente — a cantare Pazza Inter (con tanto di insopportabile ritornello “nerassurri” cantato dal Papa) insieme a quegli altri, quelli dei “comunicati”, e ai baciamaglia, che tanto santi sono che oltre alla pettinatura sempre uguale c’hanno pure un’aureola grande così.

Questa è la loro Inter. Non la mia.

Ciao ciao.

Prima di andare, però…

Eh beh… se qualcuno pensava che mi “ritirassi” così, con il paragrafo qui sopra, ancora non mi conosce.

Perché prima di mettere la parola fine a dieci, lunghissimi anni di militanza pro-Inter (in realtà ne scrivo da prima, ma è dall’inizio del 2007 che, grazie prima a Facebook, poi ad altre realtà, i miei scritti hanno avuto un certo seguito), ho intenzione di togliermi qualche sassolino dagli anfibi.

Sono anni che aspetto il momento in cui, finalmente, potrò dire come la penso.

Finché il tifoso dell’Inter continuerà a pensare a Javier Zanetti come a una specie di Santo Subito, non ci sarà nessuna via d’uscita. Siamo arrivati al punto in cui gli interisti che pensano “controcorrente” riguardo Javier Zanetti hanno paura persino di parlare. Mi mandano messaggi privati dicendomi: “Meno male che c’è qualcuno che la pensa come me… però non dirlo nel gruppo X, ti prego”.

Figurati, amico… ci sono io, tanto, che faccio da parafulmine.

È tanto e tale il credito agiografico di cui gode l’ex capitano dell’Inter, accumulato in anni e anni di maglie baciate e di dichiarazioni farlocchissime davanti alle telecamere che, nelle parole di un altro amico, “a criticare Zanetti ho la sensazione di avere addosso un cappuccio del Ku-Klux-Klan a un raduno di afro-americani”.

E la sensazione, ahimé, è proprio quella. Persone altrimenti critiche e intelligenti perdono improvvisamente ogni controllo, ogni barlume di razionalità, ogni capacità di discernimento. Persone che ritenevi amiche ti pigliano a pesci in faccia, ti insultano manco quello là fosse loro fratello di sangue.

È il problema delle sette religiose.

Che cosa credete, che io non sappia che, con questa parte dell’articolo — questa, non un’altra — vanificherò in gran parte la portata di tutto il resto che sto dicendo?

Blasfemie che si trovano in rete

Secondo voi per quale motivo ho messo il disclaimer a inizio articolo, quando tutti quelli che ci leggono sanno benissimo che al Malpensante ognuno di noi ha la sua testa, le sue idee, le sue opinioni?

L’ho messo perché l’idolatria verso Javier Zanetti è tale da accecare anche le menti più acute. L’ho messo perché, se non l’avessi fatto, molti interisti se la sarebbero presa con il sito e non soltanto con me.

A questo si va incontro quando si osa parlar male del Capitano Coraggioso.

O credete che sia stato io a chiedere ai vari Caressa di sleccacciare per settimane la “dirigenza italiana” dell’Inter? O credete che sia stato io a prendere accordi per la “tempesta a orologeria” scatenata dalla Curva Nord? O credete che sia stato io a spalleggiare quei giocatori (Icardi e Miranda in testa) che erano disposti a giocare “contro” l’allenatore scelto dall’Indonesia?

Ora vi indignerete, ne sono certo. Ma poi il tempo, ne sono altrettanto certo, sarà galantuomo e mi darà ragione. Non so quanti anni ci vorranno, ma alla fine tutto andrà a posto. D’altra parte, qualche anno fa a parlar così di Massimo Moratti si rischiava la lapidazione in pubblica piazza, e ora gli interisti — che son più svegli di quanto si pensi, molto più svegli di quanto pensino Moratti, Zanetti, Caressa & Co. — piano piano se ne sono accorti.

Bene, ora che strappando metaforicamente il santino di Saverio Bergoglio mi sono irrimediabilmente inimicato anche i pochi che potevano dispiacersi della mia decisione, passo ai saluti.

Tornerò a scrivere di Inter?

Spero che, dato che in questi anni siete stati migliaia a seguirmi (e di questo, credetemi, vi ringrazio con tutto il cuore), ci sia almeno qualcuno, tra voi, che vorrebbe che io continuassi a scrivere di Inter nonostante tutto questo schifo.

A questi (non a quelli che ora stanno brindando 🙂 ) rispondo: forse.

Forse, un giorno, lo farò di nuovo. Non appena l’Inter tornerà a essere FC Internazionale 1908 e smetterà di essere la FC Zanetti&Moratti 1995.

Se Suning farà sul serio, e dimostrerà di voler costruire qualcosa di serio, sì, certo, tornerò a scrivere di Inter.

Ma fare sul serio per me significa una sola cosa: sradicare definitivamente dalla società Inter e dal suo organigramma ogni traccia di Massimo Moratti (compresi amici, sodali e raccomandati) e di Javier Zanetti. Eliminare qualsiasi traccia, anche remota, del carrozzone da circo che ci ha distrutti e messi in ginocchio.

Se accadrà questo, sarò ben lieto di tornare a combattere per qualcosa per cui vale la pena di combattere.

Fino a quel momento, non scriverò più una sola riga in difesa dei colori che tanto amo e che vengono sistematicamente calpestati e infangati e resi ridicoli, perché non vale più la pena difenderli.

L’Inter degli Zanetti, degli Ausilio, dei Marciapiedi sotto la Saras, dei pompini ai pregiudicati della Curva Nord, degli accordi elettorali con gli Agnelli, della “stima per Fabio Capello”, della mancata difesa della memoria di Giacinto Facchetti, dei giocatori che vanno a piangere da Zanetti esattamente come Zanetti andava a piangere da Moratti, dei dirigenti che non solo stanno zitti di fronte ad articoli come quello de Il Fatto Quotidiano ma addirittura li dettano e li sponsorizzano, dei giocatorucoli che si permettono di svilire gli allenatori in televisione — no, gente, questa non è la mia Inter.

Non è l’Inter che mi ha insegnato mio padre.

Ve la lascio tutta.

Godetevela, se potete. Se ci riuscite.

Dentro di me, so che ci riuscirete. Siete più bravi di me.

Io non ci riesco più.

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