L’Inter non è mai stata una barzelletta. Mai.

Innanzitutto mi presento: sono un leone da tastiera, un tifoso da divano, un orgoglioso facente parte della interminabile e innumerabile schiera di #gruccers (ovvero quelli che “supportano la maglia” ma sono talmente pigri che lo fanno con la preziosa assistenza di una gruccia). Per ragioni anagrafiche, di residenza, economici e l’insieme di quei motivi che possiamo catalogare sotto la voce “cazzi miei”, non posso andare allo stadio e “sostenere la maglia”  in quel modo.

Lo faccio in altri, tanti altri modi, così come fa quella interminabile e innumerabile schiera di tifosi che non possono (o non vogliono) andare allo stadio. Di più, “ho scritto e detto più cose da interista io che tutti voi messi assieme“: ah, da quanto tempo aspettavo di usare questa citazione. Oh, sono sarcastico, anche se ci credo davvero.

Ebbene, voglio fare il mio coming out. Uno di quelli veramente, ma veramente formidabili, forti. Quindi voi, unici tifosi meritevoli di attenzione, unici depositari del sapere nerazzurro, tenetevi forte e sappiatelo:

Io ho mai tifato per una barzelletta. Perché, semplicemente, l’Inter non è mai stata una barzelletta.

Vi invito a fare outing: fatelo anche voi. Perché se avete pensato, anche solo per un istante, che avete tifato per una barzelletta, allora c’è qualcosa che non va. E se ve ve l’hanno raccontata così (ma chi? Biscardi? Moggi? Caressa? La Gazzetta?), il problema è stato crederci.

Sì, nessuno nega che questo sia un periodo piuttosto particolare, che definire anomalo sarebbe persino riduttivo. Ci sono molte cose che non vanno, che non quadrano e più volte abbiamo pensato in tanti che questa “non è la nostra Inter“: l’ho anche definita, sarcasticamente e provocatoriamente, “un circo”. Ma non è una barzelletta. O meglio, vogliamo dire che è una barzelletta? Anche concedendovi il beneficio del dubbio, sarebbe oggi la prima volta.

Quindi, no, “tornare a essere” è proprio sbagliato.

Qualcuno può essere stato, essersi comportato, avere fatto errori da barzelletta: ma non l’Inter.

barzelletta-ditalia

Dài, dite sul serio?

Come se fossimo scesi in B con penalizzazione, noi con tutta la nostra reputazione, per avere messo in piedi un sistema poi punito sin mille mila gradi di giudizio. Come se avessimo visto e sentito il nostro legale inginocchiarsi dicendo “abbiate pietà, è colpa nostra, non mandateci in Serie C, penalizzateci ma con moderazione”.

Come se fossimo stati processati per abuso di Epo e di sostanze farmaceutiche, avessimo visto i nostri calciatori balbettare davanti ai giudici ed averla scansata per l’unica vera grande (e purtroppo dimenticata) prescrizione nel calcio… e andare in giro dicendo che i prescritti sono altri.

Come se avessimo vinto una coppa con la gente che urlava e i morti a bordo campo, con un rigore assegnato per un fallo lontano dieci metri dall’area, e il nostro leader a correre esultando mentre a bordo campo si piangeva e si moriva: e gioire di quella coppa.

Come se avessimo concordato strategie con designatori e arbitri, dando loro sim svizzere, e dire che quelle sim svizzere serviavano per non essere spiati, perchè gli altri ti spiavano (cit. Carmine).

Come se  avessimo deciso di disertare, a pochi minuti dalla fine, una partita solo perché s’era rotto un faretto e non ci conveniva il risultato.

Come se fossimo scesi in serie B, la prima pagando, l’altra gratis: anche lì, in B con tutta la reputazione.

Come se avessimo vinto con in sella un presidente che s’è scansato qualche processo per falso in bilancio per intervenuta prescrizione (anche lui), di cui uno relativo a un affare calcistico che avrebbe scoperchiato chissà quale vaso di Pandora.

Come se  avessimo vinto qualche scudetto grazie a una monetina.

O come se fossimo andati in Serie C per essere acquistati a quattro lire dai nuovi proprietari.

Oppure come se fossimo noi ad avere (avuto) in squadra un gran numero di gente coinvolta negli scandali delle partite truccate. Figuriamoci per le scommesse nel calcio.

Come se avessimo vinto scudetti con le squadre che “si scansano” (cit. Buffon).

Come se fossero nostri i dirigenti che si alzano e dicono “toh, ora metto una bella coccarda sulla maglietta con qualche cosa in cui siamo gli unici anche se non è vero”, oppure conteggiamo i titoli a seconda dei nostri piaceri.

Potremmo continuare e lo sapete: quelle sono barzellette, sarcastiche, ma barzellette. E se credi che queste non lo siano, è un problema tuo è dei tuoi rapporti con ciò che ti racconta la stampa.

Quindi, no, “tornare a essere” è proprio sbagliato, e al limite non sarebbe “LA barzelletta”: perché quel “la” racconta moltissime cose, ma tantissime cose. LA!

Perché, vedete, sì, l’Inter ha sbagliato molte cose, ha fatto acquisti errati (come li han fatto tutti), ha esonerato un buon tecnico dopo due vittorie (e una in Champions col Real Madrid), talvolta si è fatta anche prendere in giro dai furbacchioni e dai mariuoli del calcio italiano.

Forse è stata vicina alla barzelletta nell’anno dei quattro allenatori. Ma, vorrei ricordarvelo, è l’anno successivo a Iuliano-Ronaldo e a tutto lo schifo che ben conosciamo: se mi permettete, gliela condono come stagione, e mi vergogno del fatto che in questo paese tutti sapevano e tanti amavano essere conniventi. Una stagione come quella precedente avrebbe fatto sbarellare pure Ghandi.

Forse è stata vicina all’essere barzelletta quando è stato tirato un motorino giù dalla curva o per i petardi al portiere avversario in mondovisione: sarebbe facile dire che quelli erano casi da barzelletta, ma no, non lo era neanche in quel caso.

Ci siamo vergognati qualche volta, così come qualche volta in questi giorni, anche perché abbiamo tutto il battage pubblicitario contro che fa apparire una scemenza anche la normalità della valutazione su più allenatori.

Abbiamo dissentito, e molto, su tante scelte.

Ma, se permettete, quello striscione lì mi fa vergognare di più.

Primo perché no, mi spiace per voi, non siamo mai stati una barzelletta, figuriamoci la “barzelletta d’Italia”.

Secondo, perché non sfugge a nessuno al mondo che nel fantomatico “ci sono un inglese, un cinese e un indonesiano” (non “c’è”, ma “ci sono”) manca anche qualche altra figura e almeno un paio di nazionalità. No, thanks: qui sbagliano tutti, nessuno escluso. Non ci sono amici, non ci sono familiarità, non ci sono accordi. Sbagliano tutti, da Zhang e Thohir a Miranda, da Zanetti a Banega, da Ausilio a Icardi, da Gardini a Nagatomo etc… sbagliano tutti.

Però c’è una cosa di cui mi vergogno di più: che non sia chiara la situazione attuale e quella da cui veniamo. Mi vergogno perché, evidentemente ancora deve essere spiegato, senza indonesiano e cinese, sì, sarebbe stata l’ora buona della barzelletta: perché la situazione era insostenibile e sarebbe esplosa presto o tardi, più facile presto. E avremmo dovuta raccontarla con un “c’è un italiano che ci ha fatto diventare barzelletta”.

Ma qui no, qui ci sono un inglese, un cinese e un indonesiano che hanno preso questa squadra e le hanno restituito la possibilità di competere. Sbagliano? Sbagliano, come tutti. Tutti, voi compresi, me compreso. Nessuno escluso.

Ma anche con tutta la fantasia del mondo, no, “cose mai viste” lo lasciamo alla Gazzetta. Barzellette sono altre cose.

Vi siete sentiti delle barzellette altre volte? Anzi, avete sentito di appartenere alLA barzelletta d’Italia? È un problema vostro: il 99,9% dei tifosi, anche nella comunanza del dissentire, non si sente rappresentato da messaggi come questo.

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