Masters1000 Parigi-Bercy: rivoluzione scozzese

Il Masters1000 di Parigi appena concluso ci ha consegnato una vera e propria “rivoluzione” — almeno stando a quanto si pronosticava, in tutte le sedi, nella prima metà della stagione.

La novità più eclatante (non la più significativa) è il cambio al vertice del ranking ATP. Con la vittoria in finale sul “bombarolo” John Isner (da tempo non lo si vedeva a questi livelli) per 6-3, 6-7(4), 6-4, infatti, Andy Murray ha scalzato Novak Djokovič al numero uno della classifica mondiale, dopo un lunghissimo dominio del tennista serbo.

Andy Murray è al momento il migliore

E, come capita ogni tanto, la fredda somma algebrica dei punti conquistati negli ultimi dodici mesi questa volta non mente. Nella seconda parte della stagione Murray è stato, senza alcun dubbio, il miglior tennista del circuito. Dopo la vittoria di Wimbledon e l’oro olimpico nel singolare a Rio, se si eccettua l’inopinata eliminazione nei quarti di finale degli US Open a opera di Kei Nishikori (6-1, 4-6, 6-4, 1-6, 5-7), Murray si è confermato imbattibile nei tornei più importanti, completando un mese di ottobre straordinario con le vittorie di Pechino (6-4, 7-6 a Grigor Dimitrov), Shanghai (7-6, 6-1 a Roberto Bautista Agut) e Vienna (6-3, 7-6 a Jo-Wilfrid Tsonga), per poi mettere la ciliegina sulla torta a Parigi-Bercy.

In virtù di questi risultati e del gioco espresso — molto più che della conquista del #1 del ranking — Murray si presenta da assoluto favorito alle ATP Finals di Londra che inizieranno lunedì.

A 29 anni, Murray sembra aver ritrovato quell’estro e quei colpi che — uniti a una “stamina” che ha ben pochi rivali nel circuito — l’avevano portato a sfiorare la vetta ATP in passato.

Buona parte del merito va attribuita all’evidente sintonia che lo scozzese ha con Ivan Lendl, richiamato come coach dopo la “strana” parentesi con Amelie Mauresmo.

La crisi di Djokovič

A inizio stagione nessuno — me compreso — pensava che Novak Djokovič potesse avere qualche rivale. Giravano già scommesse — quantomeno premature — sulla conquista del Grande Slam da parte del serbo prima ancora che si giocasse il primo dei quattro majors.

E, fino a giugno, tutto sembrava andare come previsto. Finalmente, dopo anni e anni di tentativi andati a vuoto, Djokovič riusciva nell’impresa personale di completare il “career grand slam” vincendo il Roland Garros, unico titolo major che ancora gli mancava.

Con già in tasca i due primi slam dell’anno, ormai la strada della gloria era segnata. O almeno così si credeva.

parigibercy3Già a Wimbledon si sono visti i primi scricchiolii, con l’eliminazione-shock al terzo turno subita da Sam Querrey. Scricchiolii evidenti non solo nel gioco — in cui Djokovič sembra aver perso la monocorde roboticità che gli ha permesso di distruggere qualsiasi avversario negli ultimi anni — ma anche e soprattutto nella determinazione e nell’atteggiamento in campo.

Detto che il serbo, pur essendo persona assai affabile e simpatica al di fuori del campo da gioco, non è mai stato un esempio di sportività e di gradevolezza durante i match, alcuni atteggiamenti — già avuti in passato, ma mai così esasperati — hanno fatto capire a chi segue il tennis con attenzione che qualcosa si stava incrinando.

Le racchette hanno cominciato a volare, il ricorso a time-out medici alquanto “sospetti” si è fatto più ricorrente, i segnali di insofferenza sono diventati più frequenti e palesi.

Alle Olimpiadi arriva l’eliminazione al primo turno da parte di Juan Martin Del Potro (che poi raggiungerà la finale) in due tiratissimi tie-break e, poche settimane dopo, la sconfitta contro ogni pronostico nella finale degli US Open a opera di Stan Wawrinka.

Sempre più nervoso e intrattabile, Djokovič non ritrova affatto il bandolo della sua matassa personale nei tornei che seguono, cedendo addirittura a Murray la testa del ranking nella settimana appena conclusa.

Verso le ATP Finals

Lunedì inizieranno le ATP Finals di Londra e, per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non ci saranno né Rafael Nadal (bloccato per l’ennesimo infortunio), né Roger Federer (che ha di fatto concluso la sua stagione prima delle Olimpiadi), a segnale — se mai ce ne fosse bisogno — che un’era gloriosa del tennis è giunta al termine.

Nei due gironi (le ATP Finals sono l’unico torneo che si gioca con questa formula) si affronteranno da una parte Andy Murray, Stan Wawrinka, Kei Nishikori e Marin Cilic e, dall’altra, Novak Djokovič, Milos Raonic, Gael Monfils e Dominic Thiem.

Su ilMalpensante.com seguiremo in dettaglio le finali di Londra. Ma mai come quest’anno Novak Djokovič non parte affatto con i favori del pronostico.

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