GP Brasile: Verstappen saves the day

Il penultimo atto del mondiale di Formula Uno si è corso — ma guarda che novità — all’insegna della noia (almeno fino a dieci giri dalla fine). Ci sono volute più di tre ore perché Lewis Hamilton passasse sotto la bandiera a scacchi firmando la vittoria n.52 in carriera (con questa vittoria, Hamilton si porta al secondo posto di ogni tempo scavalcando Alain Prost, secondo solo all’inarrivabile Michael Schumacher).

Una vittoria che non gli servirà a molto, dato che ha ancora 12 punti di svantaggio nei confronti del compagno di scuderia Nico Rosberg. Per Rosberg sarà sufficiente classificarsi terzo all’ultimo GP della stagione (a Abu Dhabi il prossimo 27 novembre) per laurearsi campione del mondo per la prima volta in carriera.

Il tempo biblico di percorrenza è stato causato da un’altra, orribile partenza dietro la Safety Car ordinata da Charlie Whiting, seguita da un’inspiegabile bandiera rossa che ha costretto a una sosta di quasi 40 minuti nell’attesa che le condizioni meteo migliorassero (e questo nonostante le indicazioni in possesso di ogni team indicassero un aumento della pioggia) salvo poi far ripartire la gara quando le condizioni, del cielo e della pista, erano peggiori di quando era stata sospesa.

Spettacolo in Brasile

Questo assurdo carosello di bolidi che procedevano in fila indiana dietro alla Safety Car, oltre a provocare i buuu del pubblico brasiliano — e sbadigli a ripetizione dei telespettatori — è durato fino a quando, al 33° giro, finalmente è stato dato il via libera.

Hamilton ha subito preso il largo, mentre un sorprendente Verstappen si infilava tra le due Mercedes costringendo Rosberg — chiaramente sulla difensiva e in modalità calcolatrice — a un terzo posto che avrebbe reso un po’ più piccante l’epilogo tra due settimane.

Ma la Red Bull, che quest’anno ne ha combinate di ogni, ha pensato bene di adottare una strategia folle, richiamando ai box Verstappen per fargli montare le gomme intermedie. Se di fatto con questa mossa geniale i produttori di lattine hanno consegnato il mondiale nelle sagge mani di Nico Rosberg, hanno però permesso a noi poveri mortali di goderci uno spettacolo straordinario quando, a 10 giri dalla fine, il diciottenne Verstappen ha reindossato le gomme giuste (extreme wet) ed è ripiombato in pista al quattordicesimo posto.

Bene, ciò che è seguito è stato uno spettacolo. Senza scomodare paragoni azzardati e irriverenti, era dall’anno del debutto di Lewis Hamilton che non assistevo a un’impresa del genere. Mentre tutti gli altri sollevavano ali d’acqua in stile Gardaland, il giovane Max si scatenava quasi stesse correndo (lui e solo lui) sull’asciutto, inanellando una serie di sorpassi uno più entusiasmante dell’altro — tra cui, è bene segnalare, un sorpasso piuttosto umiliante, per facilità e perentorietà, nei confronti del compagno di squadra Ricciardo — e recuperando addirittura undici posizioni in dieci giri per finire sul gradino più basso del podio che mai è stato meritato più di oggi.

Dobbiamo a Verstappen e solo a Verstappen (okay, anche all’idiozia strategica della Red Bull) le uniche emozioni di una gara assurda, gestita in modo ancora più assurdo dai commissari.

Quindi, dal profondo del cuore, grazie Max. È fin troppo facile pronosticare un futuro radioso per il diciottenne olandese, quindi ve lo risparmio: di sicuro l’anno prossimo ci sarà da divertirsi a vederlo lottare con Hamilton.

Una stagione da spazzar via

Tristezza rampante

Essendo in Italia, e dovendo sorbirci le telecronache agiografiche di Sky e RAI, è bene riportare i piedi per terra e parlare sul serio delle rosse di Maranello. Via il dente, via il dolore, come si dice.

Anche in Brasile abbiamo assistito a un’altra prova sconcertante della Ferrari, sia dei due piloti (Raikkonen con meno colpe, finito contro il muretto box per un aquaplaning davvero rischioso) che del team nel suo complesso.

Checché ne dicano i due tifosoni di Sky, quello che dovrebbe rimanere negli occhi di ogni spettatore dotato di buon senso è un Vettel che lotta strenuamente con Sainz (che, son pronto a scommetterci, i più non ricordano nemmeno che macchina guidi), passato in un amen da Verstappen.

Si dovrebbe trarre le somme di una stagione — l’ennesima — fallimentare sotto ogni punto di vista. Forse “importare” in blocco il management tanto caro alla famiglia Agnelli non è stata una grande idea. La scarsità di risultati, il gap incredibilmente cresciuto con la Mercedes nonostante i proclami a cadenza quindicinale, l’esser stati scavalcati dalla Red Bull come seconda forza del campionato sono tutti elementi che, oltre ad aumentare la tensione all’interno della squadra, dovrebbero far riflettere.

Invece, come è costume quando di FIAT si tratta, la sensazione è che tutto passi via tranquillo, forse cullato dalla stampa sempre amica, e che l’anno prossimo — a meno di cambiamenti epocali — ci si ritrovi di nuovo a sgomitare con Williams e Force India per il terzo posto nel mondiale costruttori.

Inizia, per fortuna, lo show di Verstappen

La noia al potere

L’impressione è, purtroppo, sempre quella: che invece che a una gara di Formula Uno si stia assistendo a una gita domenicale nel parcheggio dell’Auchan più vicino. Charlie Whiting ha adottato tutto l’anno un atteggiamento tanto prudente da ricordarmi il mio vecchio insegnante della prestigiosa Scuola Guida Cimiano.

Il risultato sono ascolti in calo, pubblico che fischia, e noia mortale.

E, alla luce di questo, sembra in realtà poeticamente giusto che questo campionato lo vinca Rosberg. Assolutamente piatto e monocorde, il pilota tedesco si attaglia perfettamente al winner dell’era Whiting: mai un rischio, mai un’avventatezza, mai un afflato, mai un’emozione.

Paradossalmente, il titolo sarebbe molto meno in bilico (in favore di Hamilton) se, nell’ultimo gran premio, Rosberg fosse costretto a vincere: in tutte le occasioni in cui ha dovuto lottare sul serio, Rosberg ha sempre clamorosamente fallito. Dovendo invece semplicemente arrivare terzo, non avrà alcuna difficoltà: probabilmente, marciando sulle ali di una macchina inarrivabile, a Abu Dhabi si piazzerà stabilmente una decina di secondi dietro Hamilton e, dovesse arrivare Verstappen o chi per lui, un bel “prego si accomodi”, terzo posto e titolo in tasca.

Questa è la Formula Uno, baby.

Il più bravo (a sx) e il Campione del Mondo (a dx)

Maestra, Paolino mi ha spinto!

Una Formula Uno sempre più politically correct che, oltre a diventare sempre più noiosa, sta anche contagiando i piloti. Ormai i sorpassi vengono quasi puniti dai severissimi commissari e, proprio come fossimo a una gara di go-kart dell’asilo, ogni santa volta che qualcuno viene sorpassato in pista si levano subito i piagnistei via radio dei pargoli che pestano i piedi. Rivolti direttamente “a Charlie”, cosa che li rende ancor più fastidiosi.

Ecco quindi che Alonso, superato egregiamente da Vettel, apre subito la radio per piagnucolare “la Ferrari mi ha spinto fuori pista!”. Gne gne gne. E, poco dopo Vettel, superato fantasticamente da Verstappen, subito alla radio: “Charlie, Verstappen mi ha spinto fuori!”

Indignazione. Sgomento. Capricci.

Santo cielo, ridatemi Piquet che scende dalla macchina e piglia a cartoni il doppiato che gli ha tagliato la strada.

Ridatemi gli uomini che mi hanno fatto sognare quand’ero bambino. Non posso — e non voglio — accontentarmi soltanto di Hamilton e Verstappen.

Ridatemi quella gente lì, vi prego…

… e toglietemi i commissari, le “investigazioni”, le penalità per una riga bianca calpestata con mezza ruota. Toglietemi Whiting.

Se voglio stressarmi con i vigili urbani, piglio la mia Polo Variant e la parcheggio in doppia fila, non mi metto a guardare un Gran Premio di Formula Uno.

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