L’addio di Diego Alberto Milito, attaccante totale

Per “Grande Buenos Aires” si intende quell’agglomerato composto dalla Città Autonoma di Buenos Aires, assieme a La Plata, Tigre, San Pedro, Lanùs, Avellaneda e altre: un luogo dove il fùtbol è più di una religione, si respira già durante la gestazione.
Nella Grande Buenos Aires vivono 14 milioni di persone, su 40 milioni totali dell’argentina. Deve esserci qualcosa nell’aria o insito nel DNA degli argentini della zona, vista la concentrazione di talento calcistico prodotto nel corso del tempo.

Avellaneda è uno dei 24 dipartimenti della Grande Buenos Aires. Uno dei suoi luoghi simbolo è lo stadio Presidente Juan Domingo Perón, detto El Cilindro de Avellaneda, dove gioca il Racing Avellaneda, una delle “cinque sorelle” del calcio argentino (con River Plate, Boca Juniors, Independiente e San Lorenzo) e chiamata l’Academia perché è storicamente squadra dal gioco brillante, soprattutto nel passato e in discontinuità col gioco molto maschio e rude delle altre squadre.

Boca contro River è “il derby argentino” per eccellenza nell’immaginario collettivo, ma non ditelo da quelle parti, perché Racing contro Independiente (chiamati “Los Diablos Rojos“) per loro è sacro, e per gli abitanti di Avellaneda tifare è questione di fede autentica. Anche per i tifosi dell’Independiente lo è oggi, così come lo era il 4 novembre 1967, quando il Racing Avellaneda era impegnato nellas fida per il titolo di campione del mondo contro il Celtic, in uno spareggio a Montevideo (decisiva era stata la rimonta in casa, di fronte a 115mila spettatori). Il Racing quella partita la vinse grazie a un gol di Càrdenas, diventò campione del mondo e sembrava destinata a restare in alto per molti anni a venire: ma quella notte tra il 4 e il 5 novembre del 1967, alcuni tifosi dell’Independiente scavalcarono le recinzioni del Cilindro di Avellaneda e seppellirono 7 gatti neri, morti, sotto il manto erboso e lanciando una maledizione.

Che siate superstiziosi o meno non importa, perché funzionò. Da quel momento il Racing cade in disgrazia, retrocede negli anni 80, anche lo stadio viene chiuso e arriva anche a rischiare la bancarotta. Ci provano in tutti i modi, messe, esorcismi: viene smantellato tutto il campo (trovati i resti di un solo gatto), ma niente: quella squadra che aveva vinto 15 tornei argentini, una libertadores e una intercontinentale, più una decina di trofei minori, non riesce più a vincere se non due coppe nel 1988 (supercoppa sudamericana e supercoppa interamericana).

C’era bisogno di qualcosa di magico. Qualcosa che avesse più forza della maledizione.

Il nuovo millennio stava ancora aspettando di erompere nei calendari, era il 1999 e nel Racing esordisce un ragazzo, Diego Alberto Milito: non dà molto nell’occhio, una cosa che ha continuato a fare anche dentro il campo, ma questo rientra nelle abilità di un calciatore speciale. In lui tutto sembrava “normale”: altezza normale, fisico normale, velocità normale. Buona tecnica, sì, ma lì i palati sono buoni, finissimi: d’altra parte quella è l’Academia. Ma c’è chi, per quel ragazzo, spende parole speciali, si dice sia un calciatore molto intelligente, di un’intelligenza superiore, soprattutto per come vede e per come calcia in port, ma soprattutto per come ai compagni riesce tutto meglio, molto meglio quando lui gioca.

Parlano tutti di Milito. Quello che sembrava tutto normale.

L’inizio non è sfavillante, d’altra parte i gatti neri erano sette e il giovane Diego Alberto aveva solo venti anni: nel clausura solo 3 vittorie, nell’apertura dell’anno dopo, 1 sola vittoria, 8 pareggi, 10 sconfitte, 12 gol fatti, 30 subiti.

Un’ecatombe.

Poi però qualcosa cambia, ma non tutto e subito: nel torneo d’Apertura del 2000 è il Boca a farsi valere, nel Clausura 2001 è il San Lorenzo a essere troppo forte e vincerà il torneo di clausura con grande margine. Solo che c’è qualcosa nell’aria che la rende più elettrica.

L’anno dopo, nel torneo di apertura 2001, Diego Alberto Milito, el principe, si dimostra più forte della maledizione e la sconfigge. Il torneo è mozzafiato, il Racing ferma alla quart’ultima il River Plate di Cambiasso, Cavenaghi, Ortega, D’Alessandro… una fucina impressionante di talento.

Era il 27 dicembre 2001, l’Argentina era nel pieno del caos con il presidente De la Rùa che aveva stabilito lo stato d’emergenza: si parla di una trentina di morti in quei giorni, più centinaia di feriti. Una settimana prima, lo stesso De la Rùa aveva lasciato la Casa Rosada in elicottero, dopo essersi dimesso, per evitare il peggio. Le dimissioni non ebbero, però, l’effetto di diminuire la tensione, anzi.

Eppure, nonostante questo, il mondo, quello del pallone, continuava a girare in Argentina: il torneo deve concludersi e, pur di portarlo a compimento, si sposta la data dal 23 dicembre al 27 dicembre.

Prima dell’ultima partita sono River Plate a 38 punti, Racing a 41: il River annienta 6-1 il Rosario Central, mentre il Racing se la deve vedere contro il Velez.

Il giorno sembra proprio quello dei peggiori: caldo, umido, con nuvole e pioggia che facevano capolino per poi sparire. Pioggia, sole, pioggia, sole. Ma i 40mila presenti tifano lo stesso come se niente fosse.
Le polemiche dei giorni prima, che vedevano il Vélez già spacciato anzitempo, spazzate via già dai primi minuti di gioco: è partita vera.

Quando Loeschbor, al 53esimo, la mette dentro su assist di Bedoya da calcio piazzato, sembra che sia tutto finito. Ma non è così: davanti di un gol, il Racing si fa agguantare a 12 minuti dal termine nel modo peggiore. Cross dalla trequarti che sembra innocuo, difensore che di petto, maldestramente, prova a passarla al portiere e invece serve tale Chirumbolo, carneade per eccellenza.

Diego Alberto Milito era entrato da cinque minuti o poco più.

Quante volte è capitato al tifoso di provare del batticuore, ansia, attesa spasmodica per gli ultimi minuti di una partita in cui la propria squadra del cuore è lì, a un passo, dalla vittoria? Provate a pensare dopo oltre trent’anni dall’ultimo titolo, provate a immaginare i cuori pulsanti, le mani sudate, i volti contratti dall’emozione e dalla paura, da quell’idea irrazionale che, sì, anche stavolta la maledizione avrà la meglio.

12 minuti che saranno durati un’eternità, avranno avuto la dimensione dei giorni e delle settimane. 12 minuti di panico, di tensione… che poi si sciolgono in un urlo liberatorio che seppellisce maledizione, gatti e improperi dei tifosi dell’Independiente (e suo fratello Gabi, che ci giocava).

Milito non aveva segnato molto (persino Cambiasso aveva segnato di più, con 9 gol: faceva il trequartista), ma nessuno glielo ha mai rimproverato.

DIEGO IN EUROPA

Diego, nome sempre scomodo in Argentina, in quel torneo di apertura fece “solo” 3 gol, ma bastava e avanzava per entrare nel cuore dei tifosi del Racing. Purtroppo per loro, la crisi economica era così violenta da richiedere sacrifici anche sportivi: Milito viene ceduto al Genoa, che milita nella Serie B italiana. Gli basta pochissimo per farsi apprezzare: 12 gol in 20 presenze.

L’anno prima avevano rapito il padre e lui aveva pagato, col fratello Gabi, il riscatto dopo 19 ore di sequestro: duecentomila dollari. Non ho mai sentito un’intervista in cui ne ha parlato, ma non credo gli dispiacesse moltissimo andare via, in quel momento, dall’Argentina.

L’anno successivo il Genoa arriva primo, Diego Milito segna 21 gol in 39 presenze, fondamentale, ma non basta. Nell’ultima giornata, Empoli, Torino, Perugia e Genoa si giocano la promozione in A in un testa a testa serratissimo. L’Empoli perde l’ultima (era già promosso), le altre tre vincono, ma la partita tra Venezia e Genova è sospetta: il Venezia era già retrocesso, c’è anche una sostituzione che puzza di marcio da lontano e che vede coinvolto forse il migliore in campo, il portiere del Venezia Lejsal sostituito da Oliveira, trentanove anni.

Solo che un dirigente del Venezia viene beccato dai carabinieri a pochi metri dalla sede della Giochi Preziosi con 250mila euro. Si ipotizza un tentativo di accomodare la gara tra Genoa e Venezia a opera del presidente Enrico Preziosi. Il Genoa viene retrocesso in serie C1.

Quello è un momento topico del calcio moderno: Milito poteva prenderlo più o meno chiunque al costo di due lenticchie o giù di lì, dato che il Saragozza lo prende in prestito biennale (2 milioni) più un riscatto di 6 milioni circa. Invece nessuno si fa avanti, nessuno (in Italia la Juventus si era avvicinata al fratello sbagliato), e Milito alla fine decide di andare in Spagna, sponda Real Saragozza: sfuma anche il sogno di Preziosi che, si diceva, aveva anche preso Ezequiel Lavezzi, e già si favoleggiava per una coppia assolutamente letale.

In Spagna segnerà 61 gol in 125 partite, una continuità impressionante: conquista i tifosi del Saragozza che parlano tanto di lui, spesso solo di lui. Ma non solo: si chiede che abbia anche più spazio in nazionale, magari accanto a Crespo. Il Saragozza vuole fare le cose in grande, riscatta Diego Alberto e mette su una squadra ambiziosa: Ayala, Aimar, D’Alessandro, Ricardo Oliveira, Gabi, Matuzalem e Milito sembrano garanzia persino per una qualificazione Champions League.

E invece lo spogliatoio è un calderone in cui si arriva facilmente alle mani, la squadra si disunisce e comincia una picchiata che sarebbe finita e decretata mestamente già a metà anno se non ci fosse Milito a tenere in piedi la baracca praticamente da solo: ne fa uno a partita praticamente a metà stagione, finché tutto il resto della squadra si inceppa e lui a ruota. È bravo, ma non può fare tutto da solo.

Di nuovo una squadra in difficoltà, di nuovo una retrocessione.

Ma a Genova si ricordano ancora di quel bomber e, a un anno dal ritorno in Serie A, decidono di riportarlo in Italia, ma il prezzo è troppo alto, c’è troppo interesse  da parte delle grandi e in Italia s’è mossa la Juventus, che però ha già preso a Amauri e non saprebbe come inserirlo. Si defilano tutti e resta il Genoa, che offre al Saragozza 10 milioni forte dell’assenso del Principe: l’affare si chiude proprio nell’ultimo giorno di mercato, anzi, all’ultimo minuto, uno di quei contratti che vengono passati sotto le porte, lanciati di mano in mano per farli arrivare prima.
Alla fine è ufficiale, Milito torna a Genova e e fanno bene entrambi: è l’anno dell’Inter di Ibrahimovic che segna 25 gol, ma a un gol di distanza c’è lui, Diego Alberto Milito. A Genoa non si parla d’altro, è nel destino di Milito: quando c’è, si parla spesso di Milito, indipendentemente da chi gli gioca accanto.

FINALMENTE, EL PRINCIPE

Difficile non innamorarsene, anche perché ha sempre la parola giusta da dire, non è mai fuori posto. E segna, ma non solo.

Diego Alberto Milito, di professione attaccante, è qualcosa di più di un attaccante. È un centravanti che quando è fuori dall’area ragiona da regista, è logico, metodico, disciplinato, attento, calmo, un altruista vero al servizio della squadra, con una maturità e una intelligenza fuori da ogni possibile definizione; è un centravanti che quando è dentro l’area diventa famelico, velocissimo, micidiale, capace di tirare non col “tempo giusto”, ma un attimo prima, o un attimo dopo, e diventa un rompicapo per difensori e portieri. E talvolta egoista come pochi, in quell’attimo che rinnega le fatiche fatte per i compagni fino a poco prima.

Lo vedi in campo, e nei primi istanti quasi ti chiedi come possa far gol quel calciatore lì, con la corsa compassata, che non segnerebbe di testa neanche sollevato, che ti chiedi persino come possa fare un dribbling sullo stretto… ma è impressione che dura pochi secondi: palla al piede, sa accarezzarla, sembra quasi un “10”, bravo, intelligente… ti resta la perplessità, pensi che forse non c’è molto di più. Pensi.
Quando guardi Milito ti viene in mente quella leggenda (è una bufala, in realtà) del calabrone che non potrebbe volare, ma lui non lo sa e continua a volare. Perché a lui, nato nel club noto per il “bel gioco”, non interessa essere bello: gli piace essere essenziale, preciso, efficace.
Ecco, tu vedi Milito in campo, muoversi, correre, sacrificarsi, e per un po’ ti viene il dubbio che sia sin troppo gregario, che uno così possa segnare ed essere decisivo: poi entra in area, si muove e tutto cambia, tutto si illumina. Diventa “el principe“, e segna spesso, segna tanto.

Vedete, Milito arriva all’Inter quasi in sordina, c’è addirittura chi rimprovera al presidente Massimo Moratti quell’operazione cieca e folle con il Genoa: dentro Milito e Thiago Motta, pagati con soldi più Bonucci, Meggiorini, Bolzoni e Acquafresca. C’è chi dice che scegliere Milito per Acquafresca è sintomo di un “mercato masochistico“. Non parla mai, pochissime interviste, mai una parola fuori posto: c’era anche chi diceva che se non parli da fenomeno, non lo sei neanche in campo.
Ma Massimo è convinto, sono gli uomini giusti, ed è convinto pure José Mourinho.

SPECIAL ONE E UNO SPECIALE

Mourinho non è un allenatore normale, e non perché è lo Special One, ma perché è un allenatore che, quando guarda un calciatore, va oltre. Fa così anche con El Principe: va oltre, perché sa che Milito è uno speciale. E Mourinho sa che i piedi dei fuori classe trasformano le cose essenziali, l’attenzione per i dettagli, in cose straordinarie.
Certo, Milito non ha avuto la fortuna di tanti suoi connazionali più appariscenti, sin da giovanissimi avvicinati da grandissimi club: Diego Alberto ha dovuto macinare calcio e gol, giocate e regia avanzata in squadre meno blasonate, persino nella serie cadetta italiana.

E dire che non ci voleva moltissimo, bastava guardarlo. Se non in Argentina, se non in Italia la prima volta, almeno in Spagna: perché se prima batti il Barcellona di Ronaldinho (del miglior Ronaldinho) in Coppa del Re realizzando una doppietta e poi ne fai 4 nel turno successivo al Real Madrid (non ci era mai riuscito nessuno prima di allora),  non puoi essere uno normale.

Eppure deve passare dal  Genoa per arrivare in una grande, pur non essendo tra le più grandi. Ed è proprio all’Inter che vedendolo, finalmente, nelle grandi occasioni nessuno avrà più dubbi: si tratta di uno dei più grandi attaccanti della sua generazione. Di più, ci sono quelli, come me, che lo reputano uno dei centravanti più intelligenti della storia del calcio.

Milito deve avere un cervello speciale, una capacità innata di comprendere movimenti, spazi, dimensioni traiettorie dei corpi e della palla all’interno di un campo di calcio. Una delle mie passioni nel calcio è quella di guardare i calciatori prima che ricevano la palla, e talvolta mi accade di continuare a osservarli anche se la palla va da un’altra parte.
Con Milito è successo spesso, spessissimo, perché era evidente che in campo c’era un Predestinato, un Prescelto. Perché se quando doveva finalizzare era abbagliante per chiunque, quando era lontano dalla palla era ipnotico: un centravanti totale, per intelletto, per letture, per la capacità di sbilanciare le difese avversarie ancora prima di prendere palla.

Lui ti dava, dicevamo, quella sensazione che pensasse con due o tre tempi di anticipo rispetto a tutti gli altri e che sapesse anticipare, o posticipare, anche solo di un attimo, quel tanto che gli bastava per guadagnare un vantaggio cruciale: la differenza con gli altri  è che di quell’attimo, di quel gesto, lui era già consapevole un paio di secondi prima. Non poteva essere altrimenti: non è mai stato velocissimo, e pertanto doveva sopperire con la consapevolezza di quel che sarebbe accaduto.

TRIPLETE E LEGGENDA

Tra Genova e Milano, Milito segnerà molti gol, soprattutto nei derby: evidentemente l’atavica rivalità con l’Independiente gli ha lasciato qualcosa di irrisolto che, in clima derby, lo fa diventare ancora più micidiale. Ma non è quello che lo porta nella leggenda, o almeno non solo.

Raccontare Milito all’Inter è impresa improba: due stagioni di grandissimo livello (una, poi, è hors categorié), altre tre fatte di sofferenze e incomprensioni. Ma come si potrebbe raccontare a parole la bellezza? Quale dote si dovrebbe possedere per descriverne la completezza e la straordinaria varietà di colpi? Quando parli dei calciatori, soprattutto degli attaccanti, hai sempre qualcosa da far risaltare, una caratteristica, una specificità, una dote: Milito, il miglior Milito, all’Inter è semplicemente di indicibile e indescrivibile perfezione.

L’Inter non era tra le più grandi, ma lui, Thiago Motta e quel manipolo di nuovi combattenti, a sostituire il fuoriclasse che voleva decidere tutto da solo, non si trovano lì per caso: tutti più o meno osteggiati dai propri club, tutti paria nei proprio club. “Il destino non fa errori” ha detto un giorno che non era preso da troppa riservatezza.

E il destino non ha fatto errori. Ci sono calciatori che hanno vinto più di Milito, anche più conosciuti di Milito: ma quello che ha realizzato nella stagione 2009-2010 è qualcosa riservato ai grandissimi, a pochissimi eletti.

A Milano si vede tutto il bagaglio di colpi, movimenti, intelligenza: è un’enciclopedia di come si sta in campo. Al punto che Mourinho non ha dubbi: ha due centravanti, ma uno di questi ha segnato 129 gol in 199 partite nel Barcellona. Eppure è proprio lui a ricevere la consegna più faticosa, nel momento più importante: mi serve qualcuno che si sacrifichi sulla fascia. Al centro dell’attacco ci va Diego Alberto Milito, che in quella Inter troverà qualcosa che non aveva mai trovato: un pressing alto che gli consente di sfruttare al massimo il suo posizionamento intelligente.

E sono quel pressing e quel posizionamento, il 5 maggio del 2010, che gli consentono di stendere la Roma: Cambiasso pressa alto, Thiago chiude la linea di passaggio e intercetta, lanciando in profondità Diego già piazzato sullo spazio giusto e senza marcature. Pensi che non abbia scampo, corre, corre da solo, ma i romanisti stanno tutti recuperando, sono in 5 contro uno, soprattutto Perrotta è lì per recuperare l’ultimo centimetro: ma Milito sa già cosa accadrà. Continua la corsa verso il centro, rallentando e attirando lì Perrotta, per poi scartare rapido e breve sulla destra, lasciando volare all’incrocio un tiro imparabile. Sono tutti rimasti due tempi indietro.

È il suo posizionamento a risultare decisivo il 16 maggio, contro il Siena. L’Inter sta schiacciando l’avversario, c’è una discesa di Zanetti, una delle sue, irresistibile, sulla sinistra… ricordo ancora quel momento. Avevo guardato un attimo prima in mezzo, al limite dell’area, alla ricerca di Milito: non c’era, si vedeva solo Pandev, messo male. Dov’era Diego? Era là, nell’unico pertugio giusto per lo scarico di Zanetti: il primo tocco non è felicissimo, ma Milito la rispinge avanti, il tempo di guardare un attimo il portiere, un lieve tocco per aggiustarla, il piede che si piega, si ferma, tentenna: Diego ha già visto prima, il portiere è sbilanciato. Il tiro d’esterno verso la porta è semplicemente imprendibile. È scudetto.

Flash forward, 22 maggio. L’Inter rischia per un istante, la palla va a Julio Cesar che rilancia sulla trequarti avversaria, dove ci sono Demichelis e Milito, che si appoggia sull’avversario impedendogli di arrivare sulla palla, poi la spizza di testa. In quel momento non importa cosa fa la palla, sa dove andrà, sa che Sneijder saprà cosa farne: lui si gira e prende il tempo a Demichelis, scattandogli davanti, dove c’è un corridoio che porta dritto alla leggenda: la palla dell’olandese è col contagiri, sta arrivando anche Badstuber… altro ricordo di un battito che è venuto a mancare: il piede di Milito sembra piantarsi per terra, ha perso palla, occasione sfumata… no, ferma… quello che sembrava un errore era una finta, era Milito che, invece di anticipare, posticipava di un attimo per far sedere Butt. Poi colpiva, ma solo poi, quando già metà degli interisti era sulla soglia dell’infarto.

E poi c’è il secondo. Altra transizione meravigliosa di Sneijder, palla a Eto’o che trova Milito là dove c’è sempre un corridoio, ma questo non privo di asperità. Il primo tocco è attorno ai 35 metri, sul centrosinistra: da quel momento in poi, altri sette tocchi verso la meraviglia. Il quinto è a rientrare, a irridere l’avversario; il sesto serve per superarlo rientrando; il settimo è sempre quel leggero tocco poco prima di tirare che serve per aggiustarla e al tempo stesso disorientare il portiere: l’ottavo è quello che sa fare meglio, quello che la fa rotolare nella rete. Altro ricordo: c’è stato un momento, in diretta, in cui ho pensato che potesse passarla a Eto’o che era libero e solo in mezzo: ma l’argentino era ormai nel suo territorio, era in area e lì, lo sappiamo, diventa essenziale, efficace, letale, se necessario anche egoista a rinnegare tutto l’altruismo espresso fino a due secondi prima: quel gol doveva essere suo, si doveva parlare di lui anche se accanto aveva uno come Eto’o.

Aveva sofferto tanto, faticato tanto per essere lì, in cima al mondo: quel gol doveva essere suo (Eto’o avrebbe realizzato due gol in due finali di Champions consecutive). Milito mette la firma nei 4 gol più leggendari del calcio italiano e tra i più importanti nella storia del calcio moderno.

Una stagione vissuta ad altissimi livelli e che avrebbe meritato altissime considerazioni: e invece no, Milito non è neanche nella lista dei candidati al pallone d’oro. Altro ricordo: sfogli il giornale, leggi i nomi, ci deve essere un errore. Milito non può non esserci, c’è anche Asamoah Gyan! Ce ne sono 9 di quella finale di Madrid, 5 del Bayern e 4 dell’Inter: manca lui, El Principe. Ha certamente pagato l’ostracismo idiota di Maradona nel mondiale del 2010, poi punito giustamente dall’impietosa Germania. Non lo vincerà neanche Sneijder, che lo avrebbe vinto se il sistema di voto fosse rimasto quello dell’anno precedente.

IL DESTINO NON FA ERRORI

All’Inter giocherà 5 anni, 75 gol complessivi in 171 partite: il peso dei suoi gol va molto oltre la semplice media. Si era ripreso da un grave infortunio, aveva richieste milionarie un po’ da tutte le parti, ma non poteva esserci altra scelta.

La storia doveva chiudersi con un bel cerchio, la carriera doveva chiudersi al Cilindro di Avellaneda. Chiudersi, ma non prima di vincere un altro titolo (il destino non fa errori, giusto?), in barba ai sei gatti neri mai ritrovati e ai malocchi dei tifosi dell’Independiente, non prima di vederlo esultare, forse per la prima volta, in maniera sguaiata dopo un gol, l’ennesimo, in un derby: ma nella Grande Buoenos Aires, si sa, il calcio è fede, talvolta anche superstizione… e per Milito “Il Racing è molto di più che vincere o perdere. O ci credi o non ci credi”.

Ieri si è chiusa definitivamente la carriera di un calciatore che in campo è riuscito a trascendere il calcio stesso, interpretando in maniera totale quel ruolo: sarebbe necessario mostrarlo ai bambini e farne enciclopedia, far capire loro che c’è sempre lo spazio giusto, il corridoio giusto. Basta vederlo prima.

Il Racing lo ha salutato come merita un Principe.

E se vi trovate da quelle parti, nella Grande Buenos Aires, nel dipartimento di Avellaneda e volete andare allo stadio Presidente Juan Domingo Perón, detto “El Cilindro”, c’è una strada che lo costeggia: prima si chiamava Calle Italia, ora si chiama Calle Milito, con la M composta dal numero 22 un po’ piegato. Il cartello stradale è già stato rubato e reinstallato: è una strada che ad un certo punto, improvvisamente e inaspettatamente, prima fa una finta a destra, poiscarta verso sinistra, proprio poco prima dello stadio dell’Independiente: all’uomo dei derby una via da derby.

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