Racconto: il giorno della finale (parte 1)

Con l’approfondimento su Milito abbiamo inaugurato una rubrica che parlerà di storie individuali, di squadre, curiosità, ma che sarà animata anche da momenti di piccola narrativa, sempre a sfondo sportivo. Oggi comincia un viaggio di 4 puntate: un racconto del nostro “Duca”, un nome d’arte inventato in questo esatto momento perché l’autore preferisce rimanere anonimo. Dobbiamo proporvelo in 4 giorni (da oggi fino a sabato) perché è troppo lungo per una sola pubblicazione.

È un esperimento che ha anche bisogno della Vostra collaborazione: al di là del valore del racconto in sé, scriveteci (commentando o sulla pagina dei contatti) per dirci cosa ne pensate. Di più, avete voglia di pubblicarlo su ilmalpensante.com? Scriveteci e inviateci il file!

Buona lettura

IL GIORNO DELLA FINALE

-1-

Marcel Casoni trascorse il pomeriggio prima della finale passeggiando tra le viuzze del centro storico di Freistadt ob dem Sahen, concedendosi qualche sosta nel fresco dei Biergarten. Viveva lì da anni, e conosceva i posti migliori. Verso le diciassette stava sorseggiando la terza Paulaner della giornata in compagnia di un vecchio tascabile di Giorgio Scerbanenco (una rara edizione del Centodelitti, trovata anni prima sul comodino di Nina, la sua nipote per sempre ventiduenne) quando la donna dal forte accento russo si sedette al suo stesso tavolino. Fu come un preludio del tramonto, un brusco cambio di stagione, l’estate che lascia spazio a un breve autunno e a un interminabile inverno sempre più freddo.

-2-

Herr Marcel Casoni?

Casoni alzò gli occhi di scatto, quasi spaventato, come se avesse udito lo schianto di due automobili.

-Sono io- rispose titubante in lingua tedesca. –Chi…

-Se preferite possiamo parlare in francese- disse la donna. Poteva essere una coetanea. Aveva i capelli di un grigio intenso che ricordava il colore di certe antiche armature.

-Non credo di avere il piacere- rispose Casoni continuando per abitudine a usare il tedesco, sorpreso dalla sfacciataggine che rasentava la cafoneria di quella sconosciuta. Chiuse il libro, dimenticandosi di lasciare il segno, e lo posò sul tavolino tra sé e la donna, come per erigere una barriera difensiva. La squadrò rapidamente. Sembrava una turista come tante.

-Non serve che per voi sia un piacere- ribatté lei. Gli sorrise, ma era un sorriso freddo da burocrate di regime. –Alla nostra conversazione gioverà piuttosto il fatto che oltre al vostro nome io conosca molti importanti dettagli della vostra vita.

Casoni non disse nulla ma afferrò il boccale e lo vuotò in due rumorose sorsate, quasi con avidità, come volendosi aggrappare alla rassicurante e conosciuta sensazione della birra fredda che correva giù per la gola. I suoi occhi non lasciarono un istante quelli di lei.

In quel momento entrarono nel Biergarten due tifosi della squadra scozzese, già alticci. Indossavano maglie del club per cui avevano percorso migliaia di chilometri e portavano in spalla pesanti zaini.

-La partita comincia tra meno di quattro ore- osservò la donna. –Dovrebbero trovarsi già a Strasburgo.

-Il confine è a trenta minuti di treno da qui- rispose Casoni felice di potersi rifugiare in un terreno a lui più congegnale, quello della geografia della terra in cui aveva scelto di andare a vivere. Nonché dello sport. –E lo stadio è facilmente raggiungibile con i trasporti pubblici.

-Un ex giornalista sportivo come voi dovrebbe ben sapere che i tifosi vengono controllati dalla polizia e convogliati nell’impianto diverse ore prima dell’evento.

Casoni si asciugò la bocca con un tovagliolo.

-Chi siete?

-Il mio nome è Ingrid. Come Ingrid Bergman, l’attrice. Il cognome è russo, come mio padre, ed è preferibile che voi non lo conosciate.

-Siete qui al seguito dei moscoviti?- azzardò Casoni riferendosi all’altra squadra che tra  poco avrebbe giocato la finale continentale.

La donna scosse la testa.

-So perché avete lasciato il giornalismo. So perché avete lasciato Parigi.- Quelle parole ricordarono a Casoni un disperato stridore di freni su una strada bagnata. Un meccanico suono di morte sull’asfalto viscido e traditore. Liberò un profondo sospiro, sempre più disorientato. I due scozzesi, nel frattempo, stavano infastidendo una cameriera, ma la sua mente registrava appena ciò che avveniva intorno al tavolino. Adesso il mondo erano lui, la donna misteriosa dall’accento russo che diceva di chiamarsi Ingrid, un vecchio libro dalle pagine ingiallite con la copertina girata in basso come per non vedere né sentire, un boccale vuoto, un portacenere con mozziconi di sigarette lasciati da altri prima del suo arrivo. –So che negli ultimi quattro anni, Casoni, non avete più scritto articoli né assistito a incontri di calcio, perlomeno non allo stadio.  So che avete pubblicato sotto pseudonimo un romanzetto rosa che tenevate nel cassetto già dagli anni ottanta e che ci avete ricavato euro a sufficienza per garantirvi almeno un lustro di vita senza pensare al giorno dopo. Desiderate semplicemente continuare a lasciarvi vivere in attesa della morte. Come una bottiglia di champagne dimenticata aperta al termine di un matrimonio fallito già durante la festa di nozze e che più nessuno ha bevuto.

Ascoltare queste ultime frasi di Ingrid  fu come ricevere l’esito infausto di un esame medico che lascia poca speranza. E anche se faceva male non c’era una sola parola che sentisse di poterle contestare.

-3-

Casoni non disse nulla e il silenzio iniziò a pesare come un macigno. Gli si stava attorcigliando lo stomaco mentre l’intestino minacciava di sciogliersi per la tensione. Finalmente riuscì ad articolare almeno l’inizio di una frase, per quanto potesse apparire scontata e probabilmente superflua.

-Ma come…

-Ho le giuste conoscenze per reperire le informazioni che reputo mi siano necessarie- lo interruppe la donna con un nuovo sorriso simile a una lama -laddove non possa provvedere io stessa a ottenerle in prima persona…

Casoni era sul punto di alzarsi e andarsene. In quel momento scoppiò un vociare convulso, quattro o cinque persone coinvolte in una rissa verbale o qualcosa di simile. Si guardò intorno, quasi sorpreso di non trovarsi in una stanza sotterranea e insonorizzata di qualche grigio palazzo ministeriale ad est della cortina di ferro, bensì in una birreria di Freistadt, nella Germania riunificata del ventunesimo secolo, graziosa cittadina con linde casette piene di gerani ai balconi che si specchiavano nelle acque blu del fiume Sachen.

Rumore. Confusione. Dei robusti inservienti stavano invitando gli scozzesi ubriachi ad andare via. Uno dei due, rosso in viso, non si capiva se ridesse o piangesse. L’altro lo seguiva barcollando, insultando tutti i presenti che li fissavano con malcelato disprezzo o, nel migliore dei casi, manifestando con lo sguardo una certa pena.

Poi Casoni tornò da Ingrid come se avesse ritrovato il coraggio perduto per la sorpresa e rimesso ordine nelle idee.

-Cosa volete da me?

Lei sorrise e si alzò dalla sedia.

-Proteggervi- gli rispose in francese. –Soltanto proteggervi.

-4-

Ancora una volta la donna era riuscita a spiazzare Casoni.

-Dove state andando?- chiese lui usando il francese per la prima volta dopo alcuni mesi in cui non aveva parlato nella sua lingua madre se non per brevi conversazioni telefoniche.

-A passeggiare sulle mura- Ingrid era tornata a usare il tedesco e lui, sempre più disorientato, fece altrettanto.

-Devo seguirvi?

-Non ho la facoltà di obbligarvi a farlo né il mandato per provare a costringervi- Casoni si affrettò comunque ad alzarsi e indossare la giacca. Cominciava a fare fresco ma finora non se n’era accorto. Ingrid era già verso l’uscita.

-Non scordatevi il libro- disse, dandogli le spalle. Lui avvampò per l’imbarazzo e, forse quella era la sensazione più corretta, la vergogna. Si sentì come se fosse uscito nudo di casa per occuparsi dello shopping natalizio in centro. Prese il libro con la mano che tremava, sudata, e lo mise nella tasca interna della giacca sentendone il peso sul cuore come un predicatore con la sua Bibbia.

Le mura di Freistadt ob dem Sachen erano ben conservate e cingevano l’antico borgo medievale disegnando una forma che ricordava quella di un’incudine. Erano un forte motivo di attrazione per i turisti. Casoni amava trascorrere ore e ore a passeggiare tra la gente lungo lo stretto camminatoio e osservare dall’alto quei tetti e quei cortili che sembravano usciti da una fiaba di Andersen o dei fratelli Grimm. L’unica sua difficoltà era salire i ripidi gradini. Colpa dei chili di troppo. Ingrid invece li percorse con la grazia e l’agilità di una ginnasta, oppure di una persona ben addestrata all’esercizio fisico. In un altro momento Casoni avrebbe persino potuto trovarla una donna attraente.

Non avevano più parlato da quando avevano lasciato la Gasthof e il suo Biergarten. Fu Ingrid, fissando il parco all’esterno delle mura e, subito oltre, i parcheggi pieni di auto e di pullman, a rompere il silenzio.

-Cosa pensate di Markus Steiger?

-5-

Casoni deglutì. Quel nome era come una ferita aperta, o il prurito di una vecchia cicatrice che fatica a rimarginarsi.

-Credo- rispose dopo aver riflettuto un istante –che Steiger sia semplicemente una… persona negativa- Prese qualche secondo di pausa. –Anzi, consentitemi il termine: è un vero e proprio uomo di merda. Se invece mi state chiedendo di giudicare il calciatore, da giornalista sportivo e appassionato non posso che spendere parole di elogio su di lui. Ha vinto due palloni d’oro e svariate coppe e campionati in diversi paesi europei, spesso portando gloria in squadre di medio profilo che lui ha saputo trasformare in vincenti. Salvo censurare certi comportamenti in campo come sputi ad arbitri e avversari, risse, insulti razziali e via dicendo. Ma questa non è la mia opinione. È cronaca. E in alcuni casi, è la magia dello sport, pura leggenda.

-Andate avanti, Casoni- lo esortò Ingrid continuando ad ammirare le cime degli alberi. –Mi interessa quello che avete da dire. E poi è ancora presto.

-Per cosa?

-Continuate- il tono della donna era come una pistola puntata alla tempia. E Casoni continuò.

-Markus Steiger, nato a Berlino trentaquattro anni fa. Infanzia difficile, pare. Carattere forte ma spigoloso, e dire spigoloso è un eufemismo. Ma sa giocare a calcio, attaccante, prima o seconda punta, ed è un fenomeno. Forte fisicamente, tecnico, potente. Egoista. Segna gol a raffica. A diciassette anni lo compra una squadra belga appena promossa quasi per caso in Prima Divisone. Lui segna la bellezza di trentacinque gol in venti partite. La gare che salta, le salta quasi tutte per squalifiche assortite, solo un paio per leggeri infortuni. Sarà una costante nella sua carriera. La squadra si salva in campionato e arriva in finale di coppa, che perderà. Lui manca perché, tanto per cambiare, nella semifinale di andata in cui aveva segnato una doppietta aveva preso a pugni il marcatore. Ma in fondo questo non è importante…- Casoni sorrise con una certa amarezza. Era come se stesse sfogliando l’album dei ricordi. Un album di figurine, forse. –Steiger non ha mai resistito più di tre stagioni nella stessa città. Difficile trovare chi lo sopportasse. E poi venderlo era sempre un buon affare. Una sola presenza in nazionale, nell’under ventuno, due convocazioni nella nazionale maggiore senza mai giocare. Dissidi con gli allenatori, ovviamente. “Il commissario tecnico è un sacco di merda” in diretta radiofonica rimane una delle sue frasi storiche. I compagni tendenzialmente lo odiano ma devono giocoforza sopportarlo. Con la sua classe e il suo peso agonistico solitamente è sempre stato lui a dettar legge nello spogliatoio. Ha giocato in Belgio, Francia, Spagna, Italia solo per pochi mesi, dove i tifosi l’avevano soprannominato Steigerman facendo un gioco di parole con il nome del protagonista di un cartone animato sulla lotta libera. Poi ancora Francia, Inghilterra. Mai in patria. Ultratrentenne è andato a raccogliere gli ultimi miliardi negli Emirati Arabi e, nell’ultima stagione, a Mosca. I nuovi ricchi russi che cambiano gli equilibri di potere nel calcio. E come saprete, la sua squadra è per la prima volta nella storia in una finale europea. Ecco spiegato Markus Steiger.

-Va bene Marcel- annuì Ingrid, quasi seccata. Sembrava una maestrina delusa dal suo allievo. -Non dimenticate niente?

-6-

Casoni non rispose subito. Prese un fazzoletto dalla tasca dei calzoni e si asciugò la fronte.

-Immagino che facciate riferimento all’incidente di quattro anni fa.- Era come se con quelle parole buttate fuori tutto d’un fiato si fosse cavato dalla gola un granchio avvolto in una placenta marciscente, e ora stesse fissandolo mentre la divorava in un punto qualunque a terra tra le assi del camminatoio. Masticando lentamente, senza fretta, con orrore, come l’attesa notturna di una notizia che non vorremmo mai ricevere nell’atrio spoglio di un pronto soccorso, freddo e poco ospitale…

-Tre calciatori e una ragazza- disse Ingrid, voltandosi verso di lui.

-Se sapete già tutto- attaccò Casoni stizzito –perché mi state tormentando? Che cosa volete?- Senza volerlo, o forse senza rendersi conto in tempo, realizzò che aveva pronunciato quell’ultima frase a voce troppo alta, quasi gridando. Due turisti, forse americani, si voltarono incuriositi verso di loro. Solo in un secondo momento si rese conto anche del fatto che aveva parlato in francese.

Rien– rispose Ingrid nello stesso idioma. –Niente.

-Niente?- chiese Casoni, spiazzato, tornando al tedesco.

-Niente che voi possiate darmi o dirmi. Possono al massimo interessarmi alcune vostre opinioni, per quanto irrilevanti ai fini ultimi.

-Ad esempio?- Casoni seguì con lo sguardo la coppia di turisti che si stava allontanando dicendo qualcosa sottovoce.

Ingid riprese a camminare e lui la seguì, come un cagnolino o un servo devoto.

-Ad esempio, vi chiedo: credete che Markus Steiger possa essere un uomo capace di uccidere o fare del male a qualcuno?

Casoni si concesse qualche secondo prima di rispondere.

-Al di là di numerose risse o battibecchi in campo, non risulta abbia mai avuto gravi problemi di comportamento sociale. Mi sembra di ricordare che abbia spaccato il naso ad un paio di fotografi particolarmente invadenti, ma sembra sia un vizio comune anche a certi cantanti del rock, o attori di grido. Certo ci vorrebbe uno psicologo comportamentista per un quadro più preciso…

-E infatti ho il piacere di essere una psicologa comportamentista- disse Ingrid –tra le altre cose.

Casoni, se possibile sorpreso una volta di più, fece per dire qualcosa, ma lei lo anticipò con una nuova domanda.

-L’avete conosciuto personalmente?

-Sì, certo. Quando giocava in Francia. Con me non si comportò né bene né male, se devo essere sincero. Diverse interviste, parecchie chiacchierate durante i ritiri. Forse nel rapporto con lui mi ha aiutato il fatto di potergli parlare in tedesco. Non saprei che dire…

-Gli avete presentato voi la ragazza?

-La ragazza ha un nome. L’aveva. Si chiamava Nina. E credo voi già lo sappiate.

Ingrid annuì, guardando l’orologio tradendo quello che, secondo Casoni, sembrava un certo velato nervosismo.

-Nina Castelnuovo, ventidue anni, studentessa italiana. Figlia di vostra sorella. Le volevate un gran bene.

Casoni sospirò.

-Io sono vedovo. Non ho figli. Sapevate anche questo? No, non dite niente. Del resto mi importa poco della vostra risposta. Nina era venuta a vivere a casa mia da alcuni mesi. Amava Parigi. Amava svegliarsi e osservare dal balcone la cupola del Sacro Cuore…

-Conosco bene Parigi e le sue attrattive, grazie. Preferirei parlassimo di Steiger. Gli avete presentato voi Nina?

-No, non gliel’ho presentata io. A una cena ha conosciuto un suo compagno di squadra. Credo sia stato lui a invitarla alla festa nella villa di Steiger, quella dannata sera…- Ingrid guardò ancora l’orologio, e questa volta parve più sollevata. Si fermò. Casoni guardò anch’esso l’ora: le diciassette e quarantacinque. Si fermò accanto alla donna, ma non smise di parlare. Lei però sembrava non ascoltarlo più con grande attenzione. –Credo che stessero festeggiando la vittoria nel derby. Un bel tre a uno. Ironia della sorte, Steiger non aveva segnato in quella partita. Però aveva fatto due assist, e favorito il terzo gol con una botta da fuori respinta male dal portiere…

-A segnare il terzo gol fu Vincent Breuille- puntualizzò Ingrid in tono sbrigativo, come un giudice annoiato e già certo del verdetto da pronunciare in procinto di congedare la corte. –Uno dei tre che moriranno quella notte. E quella partita fu l’ultima di cui voi, Casoni, abbiate scritto su un giornale, prima di scegliere di isolarvi dal resto del mondo a fare i conti con il vostro dolore. Dapprima l’isola di Romo, in Danimarca, ma forse là eravate addirittura troppo solo. E dunque eccovi qui a Freistadt.

Casoni fu percorso da un brivido freddo, come quando vide l’undici settembre in diretta televisiva. Perché stava succedendo tutto ciò? Chi era quella donna?

-Noto che conoscete davvero parecchi dettagli, Ingrid. Ma non saprei decidere se riuscite più a incuriosirmi o irritarmi con il vostro inqualificabile…

(continua…)

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