Post derby: la tattica ci dice che l’Inter è ancora malata

Il derby di Milano è finito e il pareggio racconta, come troppo spesso accade, l’amara verità del risultato finale piuttosto che essere il frutto di quanto visto sul campo.

Ma al di là delle possibili recriminazioni nerazzurro, la prima partita ha già dato delle piccole indicazioni sulle idee di Pioli, e chi si aspettava l’allenatore visto a Bologna ha scoperto che era in torto. Argomento che affronteremo a parte, ma che già possiamo in parte sviscerare grazie al derby.

La prima scelta è stata di proporre un 4-2-3-1 visto spesso alla Lazio e, gestendo questa squadra per un paio di giorni appena, si è vista un’Inter “deboeriana” sotto tanti punti di vista, pur con interpretazioni molto diverse sotto molti aspetti, alcuni interessanti, altri meno. Anche se per molti tifosi, quello che è cambiato davvero, oltre al gol all’ultimo minuto con quel quid di fortuna in più a ripagare la sfortuna degli altri 92, è il tenore dei commenti dell’indomani.

SCELTE E TATTICA

Il Milan giocava con 3 punte e Pioli ha preferito puntare su Medel, facendo curare Bacca dalle mani di Miranda, ma lasciando i due terzini troppo soli nell’uno contro uno, altro film già visto: le sofferenze di Ansaldi con Suso ricordano quelle di Santon con Salah, per dirne una. Ed è una caratteristica quasi naturale quando sono in campo sia Perisic che Candreva.

L’idea, con Medel, era probabilmente quella di sfruttare la velocità del cileno in ripiegamento durante le fasi di transizione o di contropiede rossonero: il Milan nella prima mezz’ora non ci ha praticamente provato e l’esperimento è in attesa di conferme. Medel va anche elogiato, non dimentichiamolo, per avere giocato per lunghi minuti infortunato, cosa che stride (positivamente) con tanta sufficienza vista in questi mesi.

A metà campo delle differenze sostanziali: Kondogbia e Brozovic, con davanti Joao Mario, si dovevano preoccupare meno di costruire l’azione, giocare semplici su Candreva e Perisic, con molta più licenza di accentrarsi per liberare la fascia ai terzini.

Mentre l’Inter di De Boer aveva anche la tendenza a lasciare molta libertà  ai due centrocampisti più tecnici, con la ricerca costante di una particolare verticalità interna del reparto (vedere l’analisi di Juventus Inter per i dettagli), lasciando a loro l’impostazione della manovra, l’Inter di Pioli ha spostato più avanti, sulla trequarti e sugli esterni, soprattutto in fase di accentramento, il compito di far fluire l’azione: in assenza di un Biglia che gestisca il “giropalla”, lo vedremo spesso.

Anche qui, però, tutto rimasto molto nelle intenzioni, perché la palla non usciva con rapidità, a causa soprattutto dell’imprecisione di Kondogbia e di Brozovic, mentre c’era una sostanziale differenza di interpretazione tra la fascia destra, dove Candreva eseguiva schemi già conosciuti, e fascia sinistra, dove Perisic faceva quello che sa fare (cioè l’ala) e Ansaldi dopo un po’ ha smarrito certezze in avanti preoccupato da Suso.

Qui sotto la heatmap di Perisic e poco dopo quella di Candreva, molto diverse tra loro:

In fase di non possesso, Joao Mario restava più alto, ma ha mostrato di non avere i tempi giusti nel pressing, lasciando troppo spesso Icardi isolato a correre verso un difensore inutilmente. Soltanto all’inizio si è visto qualcosa di diverso, con una fase di transizione negativa nerazzurra portata all’esasperazione: nel primo minuti, su una palla persa da Candreva al limite dell’area, sono 5 i nerazzurri che vanno in pressing, con Perisic rimasto largo.
Ed è proprio questa azione, già al primo minuto, a raccontare molte cose della partita: perché la difesa rimane troppo bassa, e questo alla lunga porta chi sta davanti a correre a vuoto, ma soprattutto la difesa stessa a essere più timorosa e arretrata. Col passare dei minuti non si è più visto quel pressing delle primissime fasi. Va detto che è una tattica che De Boer ha provato a utilizzare, pur meno drasticamente, e che ha visto applicazioni sublimi nel Barcellona e nel Borussia di Klopp: il problema è che l’Inter non ha giocatori con quelle caratteristiche per poterlo fare.

ESEGUIRE MALE E SUBIRE

I due gol del Milan nascono da questi due concetti applicati male. Nel primo, Candreva rimane centrale, non c’è l’appoggio del terzino ed è Brozovic ad allargarsi: sul prosieguo dell’azione, Kondogbia, invece che rimanere arretrato e centrale e cercare, non dico di marcare preventivamente o di bloccare la linea di passaggio possibile su Bonaventura, ma quantomeno di stargli 5 metri dietro per contrastarlo, avanza pur non avendone più di fiato (e la rincorsa del francese sul milanista è ai limiti del comico). Sulla ripartenza del Milan, la difesa rimane troppo bassa e non tiene più la linea, Miranda si schiaccia troppo per seguire Bacca (poteva lasciarlo in fuorigioco), mentre Ansaldi, come detto ieri, si muove come se giocasse a 5 e si accentra, rimanendo in ritardo sull’azione di Suso, che trova un gran gol comunque.

Anche il secondo nasce da una cattiva disposizione del centrocampo, stavolta a causa del pressing portato senza convinzione e con la difesa troppo bassa. Icardi comincia bene il pressing, ma il primo a seguirlo in ritardo è Joao Mario, il resto è una catena: Perisic arriva tardi su Abate, Kondogbia arriva tardi in posizione, Brozovic è troppo isolato al centro, mentre Ansaldi perde la marcatura di Suso: sul goffo tentativo di Murillo di appoggiare (a Brozovic, forse: è Bacca a smorzare la palla), Ansaldi è fuori tempo, Miranda si schiaccia di nuovo troppo e si fa beffare da Suso. Anche in questo caso, la corsa dei due centrali di centrocampo a recupero evidenzia una condizione fisica quantomeno dubbia.

I due gol sono la risultante dei soliti errori individuali, che però nascondono una debolezza intrinseca dell’Inter. La difesa ha la tendenza a rimanere troppo staccata, creando un vuoto che nessun centrocampista ha l’abitudine e l’attitudine a coprire: quella innata capacità, cioè, di leggere in anticipo lo svolgimento dell’azione avversaria e posizionarsi in modo che le ripartenze/transizioni siano meno dolorose possibili. Insomma, non c’è un Cambiasso. E questo è un gran problema: perché, conoscendone i difetti, quasi tutti gli avversari giocheranno così con l’Inter, aspettandola.

E QUINDI?

I nostri voti del post partita sono stati piuttosto bassi, fatta eccezione per 5 titolari (più Nagatomo), sono tutti insufficienti. Compresi il 4,5 a Kondogbia e il 2 (simbolico o meno che fosse) a Icardi. Come si concilia una partita largamente dominata nei numeri rispetto a voti così bassi?

Scrivere o commentare dopo la partita comporta anche che alcune valutazioni siano troppo estreme, in un verso o nell’altro. Rivedendo la partita ho sostanzialmente confermato tutto, aggiusterei di un quid solo Murillo, che sul primo gol non ha colpe e sul secondo non è tra i maggiori responsabili, al di là dell’errore, e Joao Mario, che rimarrebbero però sotto la sufficienza, una sorta di 6-.

Come ricordato da Stefano, Brera avrebbe detto che l’Inter masturba il suo calcio: e quando non riesce a essere veloce, è un calcio troppo lento e per larghi tratti prevedibile, un esercizio onanistico che risulta dannoso, che poi sfocia in azioni interrotte proprio sul più bello. Fortunatamente ci sono anche tratti di buon gioco, ed è comunque squadra impostata per produrre a prescindere da come gioca: fatta eccezione per Bergamo e Southampton, l’Inter ha sempre prodotto almeno una decina di tiri a partita. Comprese le partite contro Chievo (13), Palermo (15) e Cagliari (12). Ma una cosa è produrre una cosa è giocare bene.

Col Milan non cambia la faccenda, così come non cambia l’imprecisione e lo spreco di occasioni, così come quelle dell’ultimo passaggio, compreso i cross: gli errori sono davvero troppi e troppo grossolani: dopo la trequarti l’Inter perde convinzione. E dire che Perisic è una delle ali più interessanti in giro in Europa, mentre Candreva è il miglior assistman in Italia negli ultimi 5 anni.

Il problema è che segnare al 92esimo in un derby provoca anche reazioni ormonali non indifferenti in chi tifa, e rimane la sensazione di avere fatto qualcosa di grande, probabilmente migliore di quel che si tratta in realtà. Donnarumma non ha fatto nessuna parata importante, nessuna. Se avessi dato io il voto, avrei dato 6 che è la media tra “l’assist” a Bonaventura sul primo gol e delle svigolate che fanno capire quanto debba lavorare con i piedi per diventare come lo dipingono già oggi.

Avevamo detto che una vittoria milanista sarebbe stata una duplice bugia: per la partita, perché ha davvero giocato (con tutto il rispetto) come un Crotone qualsiasi; per il campionato, perché non è e non può essere, perché non ha i mezzi, l’avversaria della Juventus, è probabilmente la sentenza più accecante del derby.

Sotto ogni profilo, la differenza tra le due squadre è imbarazzante: il Milan vince solo dal punto di vista della coesione. Finire 2-2, con un gol all’ultimo minuto su un “calciodangoletto” è un demerito, non un merito. Arrivare in area decine e decine di volte e poi sbagliare l’ultimo passaggio, o farlo un tantino meglio ma non così bene da consentire un tiro in porta decente, rammaricarsi per due lisci e qualche ciabattata: sono cose che possono raccontare di una squadra che meritava tante sufficienze? Che ha giocato bene?

Basterebbe guardare la difesa del Milan per dire “contro chi ha pareggiato?”, ed è un forte demerito di Icardi (anche e soprattutto individuale) essere sparito nel giorno in cui ti marcavano Paletta e Gomez (prima o poi su Icardi faremo un approfondimento video a parte). Atalanta, Sampdoria e Cagliari avevano anche giocato meglio di questo Milan, per fare degli esempi.

La discriminante è l’idea di squadra che si ha: se non va bene un progetto, costi quello che costi, e gli si rinuncia per i risultati, allora questi devono arrivare. Soprattutto in partite come questa e contro squadracce come questa, con oltre 40 rinvii che rinverdivano i ricordi degli allenatori d’antan nei campetto dell’oratorio: la tattica “alla viva il parroco”.

Mettiamo le mani avanti: non è un demerito di Pioli, o almeno non può essere il principale accusato. Alcune cose potevano essere evitati, i cambi potevano essere fatti prima (non ci voleva un genio per vedere la difficoltà di Ansaldi) e potevano essere migliori (Jovetic perché?): ma i problemi sono anzitutto sulle spalle dei calciatori, ai quali probabilmente manca quel qualcosa in più di cattiveria agonistica che riesce, talvolta, a far cambiare il corso dell’intera partita. Sottolineo “intera”, perché nel finale un pareggio non basta.

Ecco spiegato il perché dell’insoddisfazione e dei voti che non seguono l’onda emotiva del pareggio al 92esimo ma parlano di una squadra che per tante ragioni è rimasta nelle intenzioni e che, sul più bello, s’è persa più di quel che avrebbe dovuto. Il pareggio non può soddisfare, soprattutto considerando che vincendo si sarebbe andati a -5 dal 3° posto: un’occasione enorme sprecata.

Pioli, lo ripetiamo dall’inizio, dovrà lavorare molto sulla testa più che sulla tattica. E se per la prima non possiamo sbilanciarci, alla seconda dedicheremo un appuntamento a parte entro domani.

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