Aveva ragione Mancini

( di Francesco Santavenere).

Tra gli abituali lettori del malpensante, forse qualcuno si ricorderà che io sono l’autore della lettera a Frank de Boer in cui, esortandolo provocatoriamente ad andar via, lo difendevo a spada tratta.

Per cui potrà suonare strano un titolo come questo: come sarebbe a dire che aveva ragione Mancini? Deciditi France’, o sei dalla parte di De Boer, cultore del bel gioco, del progetto, dei giovani da lanciare, oppure sei dalla parte del Mancio, cultore del risultato, dei campioni fatti e finiti.

No Signori, io non sono né dalla parte dell’uno né dalla parte dell’altro.

Non scriverò che sono dalla parte dell’Inter (in realtà l’ho appena fatto), perché è scontato che sia così, e proprio per questo motivo oggi, dopo l’ennesimo indegno spettacolo offerto dai nostri in questa funesta stagione, ribadisco un concetto che avevo espresso ad inizio agosto: aveva ragione Mancini.

Perché purtroppo ci giriamo sempre intorno senza mai andare al vero nocciolo della questione.

Partiamo dall’inizio. Una società non dovrebbe pensare tanto a quale allenatore le piacerebbe che sedesse sulla nostra panchina, quanto a quale sarebbe il profilo ideale per sé stessa, tenuto conto dell’ambiente, del contesto, del futuro, dei risultati attesi.

Io personalmente ho sempre ragionato così: non è un problema se l’allenatore scelto sia il mio preferito o meno, perché anche qualora fosse il più antipatico e/o scarso sulla faccia della Terra io me lo faccio piacere sempre e comunque (no, Lippi no vi prego, ma tutti gli altri sì).

L’importante però è che la società, nel sceglierlo, abbia tenuto in conto tutti i fattori possibili e immaginabili, ovvero:

  • che tipo di risultati si vogliono raggiungere ed in quanto tempo;
  • in che modo raggiungerli (attraverso il bel gioco, i giovani, ecc);
  • che caratteristiche ha la rosa in quel momento, perché spesso non si considera il fatto che passare da un allenatore con delle idee di calcio ad un altro completamente differente comporta degli extra-costi legati al dover necessariamente modificare in maniera significativa la rosa (NB altro punto a favore di de Boer l’aver cominciato a costruire un progetto profondamente diverso da quello del suo predecessore senza far spendere un euro in più). Per questo le società normali non dovrebbe mai passare da un de Boer a un Simeone, indipendentemente dalla bravura dei due;
  • Cosa si aspetta la società da quell’allenatore sulle questioni extra campo (gestione dello spogliatoio, gestione dei media, ecc).

Se una società non considera TUTTI questi fattori, qualsiasi allenatore sarà destinato a fallire, portandosi dietro tutto. Perché a quel punto sembrerà che nulla funzioni, neanche quelle cose, o quelle persone, che in realtà hanno (ancora) potenziale e la voglia di operare un repulisti generale pervaderà ognuno di noi.

Prendiamo la situazione attuale: quanti ne salvereste oggi? A tutti i livelli, intendo. Pochissimi, immagino.

Ecco, per questo dico che, al di là dei gusti personali, la scelta di un allenatore debba essere condotta coerentemente con tutte queste variabili.

Sto dicendo qualcosa di nuovo? Ovviamente no, ma non credo sia così scontato che tutti la pensino allo stesso modo.

Nelle ultime settimane dell’era de Boer, leggendo alcuni commenti di miei colleghi di tifo, notavo come, al di là della stima e della generale preferenza verso l’allenatore olandese, si ponesse comunque l’accento sul fatto che in ogni caso “è stato troppo duro con alcuni giocatori e quindi la squadra non lo segue più”, “siamo più vicini alla zona retrocessione che alla zona Champions”, “se perdiamo domenica la situazione comincia a diventare preoccupante”, “perché si ostina a parlare in italiano durante le interviste?”, e così via.

A mio avviso però si confondono le cause con le conseguenze, le azioni con le reazioni.

Ad esempio, essere troppo duro con i giocatori può essere una scelta condivisibile o meno per noi tifosi, ma non è importante. L’importante è che siano l’allenatore e la Società a condividere la stessa linea di pensiero. Se il mio datore di lavoro mi fa capire che ho pieni poteri nella gestione dello spogliatoio, davanti ai miei giocatori mi legittima e mi difende sempre, allora io posso operare le mie scelte in assoluta tranquillità, certo del fatto che, volente o nolente, chi dovrà subirle (i calciatori) non potrà sabotare in alcun modo il mio lavoro. Spesso sopravvalutiamo i calciatori, ma in realtà li dobbiamo considerare, fatte le debite proporzioni, proprio come noi: se il nostro datore di lavoro è uno stronzo, impone carichi di lavoro pesanti, chiede risultati sfidanti, non dà tregua, è intransigente, e soprattutto ha la necessaria personalità ed il necessario carisma per comportarsi in questo modo (oltre che le competenze), allora noi saremo portati a lavorare di più, con maggiore concentrazione e con maggiore sforzo. Certo, magari saremo più stressati e più nervosi, ma dal punto di vista prettamente aziendale il nostro lavoro sarà molto probabilmente migliore.

Ma se quello stesso capo ci comunica che a fine anno andrà via, oppure veniamo a conoscenza del fatto che il suo diretto responsabile non lo sopporta e lo vuole fare fuori, voi come vi comportereste? Continuereste a lavorare con la stessa concentrazione e con lo stesso sforzo? Non sto dicendo che mollereste completamente (in realtà per molti sarebbe così), ma sicuramente mantenere lo stesso grado di concentrazione e di qualità, senza più gli adeguati stimoli, diverrebbe tremendamente più difficile.

Ma se nel nostro lavoro quotidiano un piccolo calo di concentrazione non comporta (di solito) chissà quali danni, per prestazioni sportive ad altissimo livello la differenza può essere enorme.

Perché se tra i dipendenti comincia a serpeggiare un qualche malumore, assolutamente fisiologico e non necessariamente figlio dei pessimi risultati (cosa pensate, che al Barcellona o al Real sono tutti felici e contenti? Questo vale solo per Milanello Bianco, nelle altre realtà non è così), ma si dà la possibilità a questi mugugni di prendere piede e di autoalimentarsi, la differenza può essere che su un cross dalla trequarti, il difensore che, accortosi di essere fuori posizione, lascia l’attaccante libero di colpire indisturbato, anziché provare comunque a disturbarlo (ormai la palla non la prendo più ma hai visto mai che il mio disturbo può impercettibilmente fargli perdere la coordinazione e la concentrazione?).

E il risultato è che nel primo caso la palla entra sicuramente, nell’altro invece, magari chissà, l’avversario potrebbe prendere il palo.

E se prendesse il palo, la sua squadra non accorcerebbe le distanze e non prenderebbe ulteriore fiducia, e di conseguenza poi non pareggerebbe per poi ancora andare addirittura a vincere.

Insomma, i risultati negativi spesso non dipendono dai singoli giocatori e dalla loro collocazione tattica, ma da fattori più emotivi.

Perché generalmente creiamo tante occasioni e non concretizziamo? Perché manca la giusta dose di tranquillità e ferocia. Magari qualcuno ci riesce comunque (Icardi segna spesso in condizioni psicologiche sue e/o della squadra precarie), ma qualcun altro no. E lo stesso Icardi magari segnerebbe di più in condizioni psicologiche migliori, chi lo sa.

Insomma, il discorso è lungo ma credo che il ragionamento sia chiaro.

E allora, se le condizioni psicologiche ideali non ci sono, e non ci si va nemmeno vicino, ecco che le scelte societarie devono essere fatte seguendo altri criteri.

E QUI VENIAMO AL MANCIO

Potrei dire che lui aveva detto che Banega è tatticamente non inquadrabile, che Yaya Tourè non era per niente finito, che questa squadra aveva bisogno di personalità più che di tecnica, ma non è questo il punto.

Io posso anche non essere d’accordo, ed effettivamente non lo sono perché preferivo di gran lunga il progetto che stava portando avanti de Boer, ma bisogna purtroppo prendere atto che, alle condizioni attuali, con la Società attuale (e passata, perché nulla è cambiato), con la piazza attuale, questa squadra ha bisogno dei Mancini e degli Yaya Tourè.

La reputo una sconfitta, intendiamoci, perché se per fare bene hai bisogno unicamente di Tizio o di Caio, quando di persone del loro stesso livello e anche di più ce ne sarebbero a centinaia, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Ma siccome né io né voi possiamo cambiare questo atavico modus operandi, allora diamo un colpo al cerchio ed uno alla botte senza fare troppi sofismi.

Mancini aveva capito che quest’anno la Juve non era imbattibile. La frase “con Tourè avremmo vinto lo scudetto” mi sembrò all’epoca una provocazione dettata dall’amarezza della conclusione dell’esperienza nerazzurra, oggi non ne sono più così convinto.

Indipendentemente dal fattore tecnico, quanto servirebbero oggi a centrocampo carisma, leadership, esperienza e fisicità?

Ma soprattutto, Mancini già dall’anno scorso aveva capito che il problema di questa squadra non sono né i terzini, né Miranda e Murillo, né Medel, né Icardi e nemmeno il modulo tattico.

Il problema di questa squadra è la fragilità emotiva.

Questa cosa sembra essere il segreto di Pulcinella, eppure tutti ancora si ostinano a dare contro ora a Murillo, ora a D’Ambrosio, ora a Medel, senza mai fermarsi a pensare come mai così tanti nostri giocatori si trovino in una condizione psicofisica così drammatica quando in altri contesti (vedi Nazionali, vedi squadre passate) performavano e performano in maniera completamente differente.

Contro gli israeliani ho notato, ma non era la prima volta, la mole industriale di passaggi e di stop elementari sbagliati, a differenza di loro (!) che non hanno mai sbagliato neanche un colpo di tacco. Come è possibile? Davvero è colpa del fatto che Nagatomo è una merda e Brozovic è scostante? Intendiamoci, alcuni giocatori sono effettivamente inadeguati per l’Inter, ma non possono essere così tanti.

Guardo la rosa della Roma e la trovo infinitamente più incompleta e lacunosa della nostra in molti reparti. Infinitamente.

Io credo proprio che Mancini avesse capito che questa squadra non può dominare le partite ed avere un approccio offensivo, ma non perché non abbia i calciatori in grado di farlo da un punto di vista tecnico-tattico, tutt’altro, ma perché non è in grado psicologicamente di reggere l’urto.

Per attaccare c’è bisogno di una certa personalità e di un certo grado di coraggio/incoscienza. Una squadra che somatizza così negativamente il semplice passare in svantaggio non può giocarsela a viso aperto.

Non è questione di moduli, di Banega sì o Banega no o di difesa alta.

È questione di carattere.

Secondo me non è un caso che l’anno scorso stavamo ottenendo risultati così eccellenti, ben al di sopra sia del valore della rosa che del gioco espresso. Perché la squadra giocava in maniera estremamente semplice, speculativa. E mentalmente non le veniva richiesto quello sforzo supplementare che viene invece richiesto alle squadre che devono crearsi linee di passaggio, tentare dribbling, difendere alto, eccetera, ovvero a quelle squadre che fanno un gioco propositivo. Sforzo supplementare che, inspiegabilmente, per i nostri rappresenta un ostacolo insormontabile.

Ma siccome comunque i nostri non sono scarsi per niente, quel gioco così brutto e senza fronzoli era tremendamente efficace.

Fateci caso, abbiamo cominciato a calare nel momento in cui abbiamo cominciato a giocare meglio, forse perché il Mancio si è fatto stranamente condizionare dalle feroci critiche che provenivano da tutte le parti (le stesse che sta subendo il Milan ogg…ah no), e ha provato a modificare qualcosa, con i risultati che tutti conosciamo.

Ma nel girone d’andata Medel sembrava Matthaus, Lijalic sembrava Garrincha, Miranda e Murillo sembravano Burgnich e Picchi.

Non può essere un caso.

Il suo calcio non era per nulla piacevole, le partite molto sofferte, i cambi mai giusti e tempestivi, ma vincevamo ed eravamo più tranquilli. E vincere aiuta a vincere, si sa.

Senza considerare poi la capacità di gestire e sopportare da solo la pressione mediatica delle PI di cui abbiamo sempre parlato e che all’Inter viene .

Non che fosse tutto rose e fiori, anzi, il Mancio ha le sue belle colpe. Ma qui non stiamo cercando capri espiatori, stiamo cercando di analizzare le cause dell’orrenda situazione in cui ci troviamo ormai da anni.

Per questo reputavo Mancini il miglior allenatore possibile per l’Inter attuale.

Non il mio preferito, né il migliore in assoluto (figuriamoci), ma il migliore nella nostra situazione.

UNA SCELTA DIVERSA

Mancini non è un allenatore, o meglio non lo è come può esserlo un de Boer, ma è un leader carismatico e con una mentalità tremendamente vincente.

Quando si accusava de Boer di non conoscere la serie A si raccontava una stronzata. Non c’è bisogno di conoscere le tattiche di un campionato mediocre come il nostro, c’è solo bisogno di conoscere le dinamiche di un paese malato e pieno di avvoltoi come l’Italia pallonara.

Io sono fermamente convinto che puoi tranquillamente prendere un allenatore non avvezzo alle dinamiche malate del nostro pallone come de Boer e farlo lavorare con successo. Basta semplicemente proteggerlo dall’esterno e legittimarlo all’interno.

È molto difficile? Sono altrettanto fermamente convinto di no, ma se sono 20 anni che ci ripetiamo sempre le stesse cose evidentemente lo è.

E allora devi operare una scelta diversa. Perché è scontato che un de Boer, con delle idee di calcio di un certo tipo, alla prima grande occasione della carriera al di fuori del suo paese, preso a 2 settimane dal calcio d’inizio della stagione, eccetera eccetera eccetera, non potrà in alcun modo ottenere i risultati sperati.

Quindi, se tu Società non hai alcuna intenzione di proteggere il tuo allenatore dai media e se hai necessità di risultati immediati – e solo tu puoi saperlo perché ahimè noi tifosi non possiamo decidere nulla in tal senso – allora devi prendere un Mancini.

Ripeto, purtroppo.

Perché il mio timore è che continuiamo a guardare il dito anziché la luna, a bocciare e bruciare giocatori e allenatori in un loop forsennato senza mai venirne a capo.

Ma indipendentemente da tutto, è necessario che società, allenatore e giocatori siano in perfetta sintonia. Anche fossero in completo disaccordo con noi tifosi, basta che decidano una volta per tutta di che morte dobbiamo morire.

Perché qui non ce la facciamo più.

Insomma, potete prendere tutto questo ragionamento come una provocazione o come uno spunto di riflessione, potete soffermarvi sul nome Mancini o provare ad andare oltre per comprendere meglio il senso delle mie parole. A voi la scelta.

Tanto domani ci ritroveremo nella stessa situazione di oggi.

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