Racconto: il giorno della finale (parte 2)

Su ilmalpensante.com abbiamo aperto una rubrica incentrata sulle storie di calcio, delle squadre, dei protagonisti, racconti, aneddoti, ma anche una sezione aperta alla narrativa pura. Il primo racconto è del nostro “Duca”, di cui abbiamo già pubblicato la prima parte.

La rubrica è aperta a qualunque contributo: se avete una storia, un racconto, la narrazione di una vicenda particolare, il ritratto di una squadra o di un calciatore, contatta la redazione inviando anche un estratto del pezzo.

IL GIORNO DELLA FINALE

Racconto: il giorno della finale (parte 1)

PARTE SECONDA

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-Guardate- disse lei ignorando quanto lui stesse dicendo. Gli indicò una casa affacciata su una via cieca che terminava nella strada ai piedi della cinta muraria: un edificio a tre piani più mansarda, tipica costruzione tedesca con un ventaglio di tronchi di legno ad abbellire la facciata e gerani  rossi alle finestre. Casoni sgranò gli occhi.

-Lì è dove abito io…- esclamò, perplesso. Come aveva potuto non accorgersi prima di essere arrivato fino a casa?

-Lo so bene. Avete preso in affitto da due anni e tre mesi il bilocale ricavato nel sottotetto.

-Ingrid, torno a chiedervi…

-Siete una persona abitudinaria, Casoni. Trascorrete le giornate a passeggiare. Spesso pranzate al ristorante. Ogni tanto passate in biblioteca o in libreria. Non allacciate relazioni significative con nessuno, non ricevete visite, raramente rincasate dopo le diciotto e trenta e comunque mai quando ci sono partite di una certa importanza trasmesse in televisione. Correggetemi se sbaglio.

Non ebbe il tempo di correggerla. Anche perché non c’era niente da correggere.

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Fu in quel momento che videro arrivare l’uomo. Era decisamente sovrappeso. Aveva i capelli grigi, tendenti a un bianco candido. Indossava pantaloni a costine color verde scuro, una camicia chiara e una giacca marrone. Chiunque, da quella distanza, avrebbe potuto scambiarlo per Marcel Casoni. Forse anche da una distanza molto più ravvicinata. Egli stesso era rimasto a bocca aperta. Persino gli abiti sembravano identici ai suoi.

-Siete abitudinario anche nel vestire- aggiunse Ingrid come se gli avesse letto nel pensiero. Casoni ebbe l’idea che sapesse farlo davvero. –Solitamente tenete una camicia e dei pantaloni per due o tre giorni. La giacca molto di più.

Nel frattempo l’uomo aveva preso dalla tasca un mazzo di chiavi ed era entrato in casa.

-Che cosa sta succedendo?- chiese Casoni.

-Abbiate la compiacenza di aspettare. Credo che tra un paio di minuti vedrete un tizio uscire dal retro della casa, passare dal giardino e dileguarsi verso le vie del centro.

Da quell’angolazione e da quell’altezza era in effetti possibile osservare anche il retro della casa. Casoni rimase in silenzio. Aveva la salivazione azzerata, e ritenne opportuno appoggiarsi con la schiena alle mura. Dopo poco tempo, forse meno di due minuti, accadde esattamente ciò che Ingrid aveva previsto. L’uomo che uscì dalla casa era alto e dinoccolato, con i capelli radi, e sembrava avere meno di quarant’anni. Indossava un giubbino jeans e dei pantaloni scuri. Sparì in fretta, e non poterono vedere altro.

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Casoni stavolta preferì non parlare, ma interrogò Ingrid con lo sguardo.

Lei aveva preso dalla borsa un telefonino cellulare e stava digitando un sms.

-Tra pochi secondi- gli spiegò –una telefonata anonima avvertirà la polizia del delitto, anche se il nostro uomo non se l’immagina minimamente.

Telefonata anonima. Polizia. Delitto.

-Ma chi… chi voleva uccidermi?- Casoni ebbe un forte capogiro. Ingrid gli porse la confezione di un medicinale per la pressione. Era un medicinale che l’ex giornalista assumeva da tempo. Ingoiò una pastiglia senza riuscire a distogliere lo sguardo da casa sua. -E quell’uomo che mi somigliava è morto? Ho diritto ad una spiegazione, credo…

-Credete male. L’unico diritto che avete è quello di ringraziare me se non giacete cadavere sul pavimento di casa vostra ucciso da un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Con il silenziatore, ovviamente, altrimenti l’avremmo sentito fin qui.

-Siete della polizia, Ingrid?

Lei scoppiò a ridere. Sembrava sinceramente divertita. Poi gli disse qualcosa in russo, quattro o cinque frasi in tono colloquiale, come se lui potesse capirla.

-E se volessi andarmene?- le chiese Casoni.

-Ve lo sconsiglierei.

-E se provassi a farlo?

-Darei ordine di uccidere un bimbo di quattro anni malato di leucemia ora ricoverato in ospedale a Friburgo.- Ingrid parlava come se stesse enunciando il proprio curriculum vitae ad un colloquio di lavoro. –Un bimbo che non conoscete né mai conoscerete, Casoni. A voi giudicare se io stia bluffando o meno. Potreste anche scegliere di correre il rischio. E poi siamo in un luogo aperto, è ancora giorno, ci sono testimoni. Potete tranquillamente allontanarvi senza che io possa far nulla per impedirvelo. Forse.

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Casoni non disse niente. Si limitò a carezzare con il palmo della mano le spesse pietre delle mura cittadine, testimoni silenziose di quella situazione assurda. Le tastò come per sincerarsi che qualcosa nell’ordine naturale delle cose esisteva ancora e sarebbe sopravvissuto a quel pomeriggio. Le tastò quasi con dolcezza, come aveva carezzato mesi prima la tomba di Nina in un cimitero di Milano. In quel momento di calma quasi irreale che si protrasse per alcuni minuti riuscì quasi a non pensare a ciò che stava accadendo. Era come se la sua mente si fosse presa un attimo di pausa e la vita fosse tornata a sorridergli. Il suono della risata felice di un bambino biondo sui cinque anni che arrivava lungo il camminatoio in compagnia dei genitori, il vociare dei turisti nella strada cinque metri più sotto, il profumo di salsiccia alla griglia che veniva da un ristorantino di fronte a loro, una radio accesa da qualche parte che diffondeva canti popolari. Tutto questo lo fece brevemente sentire meglio. Era come se Ingrid, posto che la donna si chiamasse davvero così, non fosse mai esistita, e con lei le assurdità cha aveva portato. Poi vide arrivare la polizia, e quell’attimo di pace si infranse in mille pezzi come i cristalli di un parabrezza nell’urto finale.

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-E ora?

-Non preoccupatevi- spiegò Ingrid. Il suo tono era molto più rilassato di prima. Meno meccanico. –La polizia penserà che la vittima dell’omicidio siate voi, monsieur Casoni. Come giornalista di settore eravate tra i più conosciuti e autorevoli. La notizia circolerà in fretta, soprattutto a poche ore dalla finale che si giocherà stasera a Strasburgo. Il calcio è un’ottima cassa di risonanza, lo sapete meglio di me.

-Le chiavi- disse Casoni colto da improvvisa intuizione. –Un paio di settimane fa ho perso le chiavi di casa. Pensavo di averle lasciate in giro da qualche parte. Evidentemente mi erano state rubate.

-E avete sporto denuncia.- Quella di Ingrid non sembrava essere una domanda.

-Sì. Francamente se fossi stato io il padrone di casa non me ne sarei preoccupato, in quanto sul mazzo non c’era nulla che potesse far risalire a me. Ma era doveroso nei confronti di Frau Grubach, la proprietaria dell’appartamento…

-Questo non farà che semplificarci le cose.

-In che senso?

-Lo capirete presto. Adesso venite con me.

-Dove mi portate?

-Credo di avere già chiarito che non ho il potere di portarvi da nessuna parte. Posso solo proporvi un’altra passeggiata. Ci prenderà un’ora di tempo al massimo.

Ingrid si incamminò e dopo pochi metri la casa di Casoni uscì dal suo campo visivo. Lui la seguì.

Alla prima rampa di scale che incontrarono, in corrispondenza di uno dei sei torrioni di guardia, lasciarono le mura.

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-Sapreste consigliarmi un ristorante tranquillo che non sia troppo vicino al centro e alla zona pedonale?- domandò Ingrid.

Casoni ci pensò per alcuni secondi.

-Forse l’Oca Nera, a due minuti da qui. Ma non è un posto che frequento abitualmente.

-Tanto meglio. Se tutto andrà come deve, finita la cena, diciamo tra le diciannove e trenta e le venti e trenta, sarete libero di andare dove meglio credete e di accorgervi quasi per caso che secondo i notiziari sareste stato ucciso in casa vostra.

-Dovrò dirlo alla polizia?

-Naturalmente saranno loro a chiedere di voi. Cercheranno di fare luce sulla vicenda. Ma prima telefonate a qualche vecchio collega. È necessario che si sappia in fretta che Marcel Casoni non è affatto morto ma anzi è vivo e vegeto, e in gran forma.

-Qualche vecchio collega?

-Esatto. Possibilmente qualcuno che sia allo stadio di Strasburgo per la partita. Così subito prima del calcio d’inizio tanti appassionati tireranno un bel sospiro di sollievo.

Nel frattempo erano arrivati sotto l’insegna in ferro battuto dell’Oca Nera. L’interno del locale appariva buio e appartato.

-Perfetto- sentenziò Ingrid dopo una rapida occhiata.

Entrarono e scelsero un tavolino d’angolo. Ingrid prese subito il menù, curiosa. Casoni era molto meno partecipe. La sua testa evidentemente era altrove.

-Avete con voi il telefonino cellulare?

-Sì- rispose lui.

-Perfetto. Per ora usatemi la cortesia di tenerlo spento. Più tardi chiamerete chi vi ho detto. La notizia della vostra morte, potreste raccontare, l’avete appresa da internet. Fingete che l’equivoco vi stia divertendo parecchio. Siete andato all’internet point, quello accanto alla cattedrale che rimane aperto fino a mezzanotte, per controllare la posta elettronica, e avete letto una striscia battuta dalla Reuter. Se vi chiedessero perché direte che il vostro computer ha un virus e non potevate farlo a casa.

-Ma il mio computer non ha nessun virus…

-Ce l’ha- lo corresse Ingrid. –Ma non preoccupatevi, nessun documento presente sul disco rigido rimarrà danneggiato permanentemente.

Arrivò in quel momento il cameriere, un turco. Ingrid ordinò due Gemusezuppe e qualche Brotwurst. Casoni aggiunse una bottiglia d’acqua minerale e una birra. Decise anche che era il momento giusto per un sigaro. Prese lo scatolino metallico dalla tasca della giacca e Ingrid gli offrì da accendere.

-E cosa racconterò alla polizia?

-È poco importante. Lasciate pure che siano loro a chiedere e dite la verità. Sulle chiavi e su tutto il resto. Al posto vostro eviterei solo di raccontare loro di aver visto il sosia entrare in casa e l’assassino uscire.

-Chiederanno con chi ho passato il pomeriggio…

-Voi che rispondereste?

Casoni ci pensò un attimo.

-Con un’amica?

Lei scosse la testa, stizzita. Sembrò che un lampo, come un riflesso sulla cromatura di un’auto, le attraversasse gli occhi. Poi tornò a mostrare quello che intendeva essere un sorriso accomodante.

-Casoni, ricordatevi dell’angioletto biondo a Friburgo. Forse non vi ho detto che è biondo. Del resto conta poco, tanto i capelli li ha già persi quasi tutti.- Casoni impallidì. Provvidenziale, il turco portò da bere e lui afferrò il boccale come un’ancora di salvezza. –Se io fossi un’amica non ci sarebbe nulla di strano, salvo che poi chiederebbero di me per un riscontro. Mi sembra il minimo. Direte che avete conosciuto una bella signora, una turista, e che l’avete invitata a cena dopo una passeggiata sulle mura. Ci sono anche diversi testimoni di questa versione, no?

-E poi?

-E poi basta. Probabilmente questa notte non potrete dormire a casa vostra. Sapete, i rilievi della scientifica e tutto il resto. Credo vi pagheranno un albergo. Temo che non riuscirete a seguire in diretta la finale. Forse qualche spezzone alla centrale di polizia. Quel che più vi farà piacere, è che la vostra avventura sarà finita qui e potrete tornare all’esistenza che più gradite.

L’esistenza che lui più gradiva. Per un breve attimo fu quasi bello poterlo credere.

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Per qualche minuto mangiarono in silenzio. Poi fu Casoni a prendere la parola.

-Perché mi avete chiesto di Markus Steiger? Cosa c’entra l’incidente di Nina? Chi è l’uomo morto a casa mia?

-Credo che ormai l’abbiano già portato via. Il suo nome non conta. Posso soltanto dirvi che era cittadino di una repubblica dell’ex unione sovietica, aveva un tumore allo stomaco e non sarebbe arrivato a vedere l’anno nuovo. È stato scelto perché, con qualche ritocco, poteva somigliare vagamente a voi. Da oggi in poi, vita natural durante, sua moglie e i tre figli riceveranno un anonimo assegno mensile con una cifra pari a quella di dieci suoi vecchi stipendi.

-Un… volontario? Volete dirmi che era un volontario?

-Sì. Forse un volontario non del tutto consapevole, ma la risposta è sì. Ci sono tante sfaccettature in un certo tipo di questioni, come potete ben immaginare. Una di queste, che peraltro non è sempre un’opzione tra le prime ad essere considerate, è la scelta del male minore. Inutile ricordarvi che questa conversazione non ha mai avuto luogo, Casoni. Pensate sempre al bambino di Friburgo. E a un infermiere nei guai fino al collo per via di certi debiti di gioco  che potrebbe ricevere un mio ordine.

Casoni deglutì acido. Le parole di Ingrid avevano avuto il potere di bloccargli la digestione. Non se la sentì neppure di finire la birra.

-Steiger e mia nipote?- chiese con un filo di voce.

Lei continuava a mangiare con appetito, come se stessero conversando di vacanze o di auto sportive.

-Top secret- rispose. –Per ora. Ma se tutto funziona come auspico potrei anche decidere di informarvi, ovviamente a titolo privato e senza dover chiedere autorizzazione a nessuno. Mi siete simpatico, Casoni.

-Nina… io ho il diritto di sapere se a Nina…

-No Casoni, non avete nessun diritto. Però fate bene quel che dovete quando tra poco avremo finito di mangiare, e io uscirò magari per sempre dalla vostra vita. Vi ripeto che se tutto andrà come deve potreste saperne di più. Lasciatemi valutare. Diciamo che se tra un anno a partire da oggi decideste di visitare Budapest vi consiglio lunghe passeggiate tra gli alberi nel parco sull’Isola Margherita. Tanti vialetti; alcuni interni, altri si affacciano sul Danubio. Ci sono delle panchine. Sedete ad ammirare il panorama sulla punta meridionale. A destra c’è la collina con la fortezza di Buda, mentre sulla sinistra si trova il palazzo del parlamento. Non siete mai stato a Budapest, vero?

-No- disse Casoni.

-Fateci un pensiero, allora.

Dopodiché non dissero altro, e poco dopo le sette di sera Ingrid si alzò con un ampio sorriso e uscì. Lui non si era offerto di pagare ma dovette farlo lo stesso.

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Alle venti e trentacinque un affranto Jacques Clébert, inviato di un prestigioso settimanale calcistico francese, era al bancone del bar presso l’area VIP dello stadio di Strasburgo. Stava bevendo un Martini Rosso e discuteva con alcuni colleghi, perlopiù francesi e italiani, della tragica e ancora misteriosa fine di Marcel Casoni. Tra poco sarebbero dovuti salire in tribuna stampa. Quando il telefonino suonò sgranò gli occhi leggendo il nome che si era acceso sul display.

-Pronto?

-Jacques, sono… sono Marcel. Marcel Casoni!

Dopo cinque minuti nella sala stampa dello stadio lacrime e malinconia si erano trasformate in un allegro brindisi. La bella notizia circolò in fretta. Nell’intervallo raggiunse gli spogliatoi. Le squadre erano ancora sullo zero a zero. Partita non bella ma combattuta, come spesso accade nelle finali. I russi avevano però parecchio da recriminare con l’arbitro. A Markus Steiger era stato annullato per fuorigioco un gol a tutti apparso valido, e negato un rigore evidente. Parecchi gli ammoniti per proteste. L’attaccante tedesco se l’era cavata con un cartellino giallo.

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Alle ventidue Marcel Casoni si trovava nell’ufficio dell’ispettore Liedermann, il funzionario incaricato dell’indagine sul misterioso delitto. Un assistente stava prendendo nota della sua deposizione quando arrivò un vociare convulso da una stanzetta accanto. Liedermann e l’assistente si scambiarono un’occhiata dubbiosa. Dopo qualche secondo qualcuno bussò alla porta.

Liedermann si scusò con Casoni con un cenno della mano.

Entrò un giovane agente.

-Chiedo scusa ispettore. Se appena potete venire di là, c’è qualcosa in televisione che dovreste vedere. Magari anche voi, monsieur Casoni.

Quando arrivarono nella stanza in fondo al corridoio c’erano una mezza dozzina di agenti come ipnotizzati davanti alla televisione posta su una scrivania vuota accanto ad uno schedario. Le immagini in diretta mostravano quello che sembrava essere l’epilogo di una rissa in campo. Purtroppo non si trattava di uno spettacolo raro. Ma stavolta c’era anche qualcosa di diverso. Un crocchio di giocatori scozzesi affranti che si accalcavano intorno a un compagno circondato dai sanitari, giocatori russi con le mani nei capelli, qualcuno che piangeva. Nella confusione l’immagine di un’altra telecamera mostrò Markus Steiger che fuori di sé veniva trascinato via in malo modo da quattro agenti francesi ai quali cercava di opporre resistenza.

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Marcel Casoni, come del resto milioni di appassionati e non, rimase sconvolto da ciò che successe quella sera in campo. Non era la prima volta che un atleta moriva in diretta televisiva. Era accaduto nella Formula 1, nel ciclismo, in varie altre discipline. Anche nel calcio, per via di malori o incidenti. All’inizio degli anni novanta un giocatore di basket ebbe un gesto di stizza e tirò una testata contro la base che reggeva il canestro, rimanendo paralizzato dal collo in giù. Due o tre anni fa in un campionato minore italiano ci fu una rissa fuori dagli spogliatoi e un giocatore mandò in coma un altro con un pugno. Ma a Strasburgo era successo di peggio, qualcosa che sarebbe rimasto scolpito per sempre con orrore nella memoria di tanti. Anche chi di sport non si era mai interessato.

Casoni nei mesi a seguire vide e rivide le immagini decine di volte. Ne aveva una videocassetta perché la televisione aveva smesso di mostrare il filmato integrale di quel che era successo il giorno della finale poco dopo l’inizio del secondo tempo.

Cyryl Oybukwu, rozzo e possente difensore nigeriano ventiduenne della squadra scozzese, che strattona al limite dell’area Markus Steiger.

Steiger, che nel primo tempo si era mostrato molto meno nervoso e reattivo di altre volte, sembra essere tornato in campo carico di rabbia e negatività. Con una gomitata cerca di liberarsi del rude numero cinque che per tutta la partita l’ha marcato con mezzi leciti e meno leciti. Per alcuni mesi, qualcuno ricorderà in seguito nelle decine e decine di articoli che tratteranno la vicenda, i due sono anche stati compagni di squadra, a Parigi, dove Oybukwu giunse da Lagos poco più che ragazzino.

Oybukwu tira la maglia di Steiger. Lui lo colpisce con il gomito in pieno volto.

Il ragazzo si accascia, ha il setto nasale a pezzi, e intanto Steiger si volta e lo colpisce con una violenta pedata sotto le ginocchia. Il pallone cade poco lontano ma ormai nessuno né in campo né fuori se ne cura più.

Oybukwu finisce a terra, picchia con forza la fronte sul terreno, e Steiger inizia a prenderlo a calci in testa. Due, tre, quattro, cinque colpi con lo scarpino da gioco da distanza più che ravvicinata prima che qualcuno riesca a fermarlo.

Oybukwu è immobile, fermo in una posizione innaturale, non muove un muscolo. Una chiazza di sangue si allarga dalla sua tempia sfondata e va a macchiare il verde del terreno di gioco rimesso a nuovo per l’evento…

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Nelle settimane successive Casoni venne convocato diverse volte da un sempre cortese Liedermann per chiarimenti o verifiche sul caso ma la vicenda sembrava destinata a risolversi con un nulla di fatto. Non fu mai scoperta l’identità del morto. Continuò a seguire la vicenda Steiger tramite la stampa o i telegiornali. Tutto sembrava avviato verso il pantano delle sentenze e dei ricorsi nei tribunali, sportivi e non. Dapprima l’UEFA assegnò la coppa a tavolino alla squadra scozzese e valutò se radiare o meno i moscoviti dalle competizioni continentali. Il contratto di Markus Steiger fu immediatamente rescisso. Il campione tormentato giunto infine all’ultima tappa del viale del tramonto finì in carcere con l’accusa di omicidio volontario e svariate aggravanti. In attesa del processo erano tante le voci che giravano. Forse la difesa avrebbe chiesto di tramutare l’accusa in omicidio colposo, o addirittura avrebbe tentato la via di una perizia per dichiarare a Markus Steiger la seminfermità mentale e una temporanea incapacità di intendere e di volere dovuta alla trance agonistica. Dopo circa un mese, quando le acque iniziavano a calmarsi, i russi presentarono un ricorso alla giustizia sportiva chiedendo non solo di non essere esclusi dalle coppe ma anche di poter rigiocare quella finale, dichiarandosi estranei come club al folle raptus di un tesserato del quale si stava già legittimamente occupando la giustizia ordinaria. Poi il campionato europeo in Portogallo catturò gran parte dell’interesse degli addetti ai lavori.

(continua…)

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