Racconto: il giorno della finale (ultima parte)

Su ilmalpensante.com abbiamo aperto una rubrica incentrata sulle storie di calcio, delle squadre, dei protagonisti, racconti, aneddoti, ma anche una sezione aperta alla narrativa pura. Il primo racconto è del nostro “Duca”, di cui abbiamo già pubblicato la prima parte.

La rubrica è aperta a qualunque contributo: se avete una storia, un racconto, la narrazione di una vicenda particolare, il ritratto di una squadra o di un calciatore, contatta la redazione inviando anche un estratto del pezzo.

IL GIORNO DELLA FINALE

Racconto: il giorno della finale (parte 1)

Racconto: il giorno della finale (parte 2)

Racconto: il giorno della finale (parte 3)

ULTIMA PARTE

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La nevicata si era fatta molto fitta. Avvistarono nel turbine un autobus che avanzava a fatica.

-Vi consiglio di salire, Marcel. Lasciate che il tempo faccia il suo corso. Anche voi avete già perso una persona che amavate…

Lui si limitò ad osservarla. Aveva capito che non sarebbe andata con lui e che mai l’avrebbe rivista. Non aveva invece capito, e questo era ciò che più lo inquietava, se la cosa fosse un bene o un male. Salì senza dire una parola.

Come l’autobus si mosse Irina alzò un braccio per salutarlo. Casoni la vide allontanarsi attraverso il finestrino appannato. Un’ombra esile nella neve, che si fece sempre più piccola sino a scomparire. Come uno spettro nella nebbia, o una verità inconfessata.

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Due giorni dopo Casoni era nella hall dell’albergo a saldare il conto quando un impiegato gli consegnò una busta gialla. Era stata recapitata pochi minuti prima e non aveva mittente. Casoni trovò la forza di aprirla soltanto in taxi. C’era un bigliettino:

TRIFONOVSKAJA ULICA 155 2 A66. I.

L’aereo ritardò la partenza di un paio d’ore a causa di una forte bufera di neve. Fu in quel lasso di tempo che Casoni prese la sua decisione, mentre dall’oblò contemplava la pista coperta di bianco. A tratti gli ricordava la spiaggia di Romo in inverno. Si rimane giornalisti per sempre. Irina aveva ragione. Quell’indirizzo era una traccia e lui l’avrebbe seguita. A quel punto voleva la verità. Conoscere la verità sarebbe stato come risvegliarsi tra le braccia della moglie prima della malattia,  o bere una limonata fresca lungo la Senna in compagnia di Nina e parlare con lei di come andavano le cose ai parenti italiani.

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Casoni non seppe più nulla di Ingrid. Non da viva.

Ritornò a lavorare e dopo soli cinque mesi riuscì a farsi trasferire a Mosca come inviato. Non male per uno che doveva essere morto. Lei aveva accennato al fatto di non raccontare nulla per almeno un anno ma non era un articolo da pubblicare quello che Casoni cercava. Riuscì a decifrare il significato del biglietto che Ingrid gli aveva lasciato in albergo a Budapest. Erano le coordinate di un cimitero moscovita, e di una tomba in particolare.

Vi si recò con un mazzo di rose rosse.

Non servirono: dopo una breve indagine e una mancia ad un funzionario cimiteriale che parlava inglese la tomba risultava effettivamente già assegnata ma al momento vuota. Casoni decise allora di prendere un battello turistico sulla Moskova e giunto all’altezza delle mura del Cremlino gettò in acqua le rose tra gli sguardi perplessi di varie persone. Era necessario concedere altro tempo al cancro di Ingrid.

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Casoni prese l’abitudine di recarsi al cimitero ogni due settimane, ma senza più fiori. La trovò nella prima metà di settembre. C’era la sua foto, un nome, Ingrid Kastrovoska, e nessuna data di nascita né di morte. E c’era un’iscrizione in alfabeto cirillico. Casoni la copiò su un taccuino e quella sera stessa offrì da bere ad un collega moscovita che gli era stato presentato come referente locale, Ivan Vastic. Tra un bicchiere e l’altro, senza scendere nei particolari, si fece tradurre la frase. Si trattava di un antico detto bielorusso. Il significato più o meno era che NON C’È RANCORE PIU’ GRANDE DI QUELLO DI UNA MADRE DELUSA E TRADITA. E NON C’È VENDETTA PIU’ DOLOROSA DI QUELLA DONNA FERITA.

La traccia che Ingrid aveva voluto lasciargli era questa. Casoni non si fermò. Riprese con ossessiva determinazione a bazzicare posti e conoscere persone.

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Casoni entrò in contatto con diversi addetti ai lavori del mondo del calcio e in particolare con persone dell’entourage dirigenziale della squadra in cui Steiger aveva finito la carriera. Era in quell’ambiente che doveva essere maturato il contatto tra gli interessati a far fuori il tedesco e la misteriosa ‘agenzia’ di Ingrid. Una cosa apparve chiara sin da subito: Markus Steiger era un argomento tabù. Verso la fine di giugno Vastic lo invitò a cena e gli propose di partecipare a un vernissage che si sarebbe tenuto di lì a pochi giorni dove avrebbe avuto modo di conoscere il ricco ex datore di lavoro del campione e la bella figlia Irina dal cuore spezzato (anche se alcune voci di gossip la volevano già sentimentalmente legata ad un giovane manager moscovita). Casoni accettò. E, forse aiutato dalla vodka e dall’impressione che Vastic fosse una persona ben inserita in certi meccanismi (lavorava per un quotidiano e una stazione radiofonica di proprietà dell’onnipotente Presidente) decise di provare ad alzare il tiro.

-Vi avevo parlato del libro a cui sto lavorando?

-Non credo, Marcel. Un altro romanzo rosa?

Per un istante Casoni vacillò. Come sapeva del romanzo che aveva pubblicato anni prima sotto pseudonimo?

Fu la sensazione di un attimo. Nell’ambiente le voci girano e quello non era certo un segreto.

-No. Niente amore in questa storia- la frase uscì più drammatica di quanto Casoni avrebbe desiderato, ma la scarsa padronanza di Vastic della lingua inglese non lo rendeva in grado di riconoscere sfumature approfondite. –È un’inchiesta a metà tra sport e cronaca.

-Cioè?

-Steiger. Markus Steiger.

Vastic scosse la testa.

-Poveraccio- commentò. A Casoni venne per un attimo l’impulso irrefrenabile di vomitarsi addosso e fuggire via, per sempre. Ingrid sapeva che in realtà non aveva mai venduto il cottage a Romo?

Probabilmente sì, fu la risposta amara che si diede da sé.

-Vi fa più pena o rabbia la storia di quell’uomo?- domandò a Vastic.

-Non saprei, Marcel. Forse è una specie di lutto che qui non abbiamo ancora elaborato.

Casoni decise di sganciare la bomba. Ora o mai più.

-Oltre alla sua biografia e alla tragedia del giorno della finale, in realtà ho forse in mano qualcosa di più.

-Ossia?

-Girano voci di problemi avuti con la società per via di alcuni eccessi fuori dal campo. Tirava nei guai anche certi compagni di squadra.

Vastic aggrottò le sopracciglia.

-Questa mi è nuova, Marcel. Posso chiedervi dove avete raccolto queste informazioni?

Casoni sorrise. Cercò di mostrarsi cordiale e accomodante.

-Ho le mie fonti, Ivan. Mi capite. Facciamo lo stesso mestiere.

-Naturalmente.

-In realtà il libro è ancora in una fase iniziale. Ho ancora tanto da lavorare. E da cercare.

-Sarei lieto di aiutarvi, Marcel. Ma di quel che avete appena detto non so nulla. Vedrò di informarmi anch’io.

-Bene. Scambiarsi notizie fa bene come scambiarsi favori.

-Lo so, Marcel. Come avete detto voi, facciamo lo stesso mestiere. E naturalmente anch’io ho le mie fonti.

La conversazione e la cena in pratica finirono con quell’ultima frase. Che, forse per l’alcol che rende paranoici, a Casoni suonarono tanto come una velata minaccia, o un avvertimento.

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  Si rivide con Vastic al vernissage. Fu una serata noiosa. Come promesso ebbe modo di conoscere il Presidente e la figlia. Scambiò due parole sulla squadra con lui e poche frasi di circostanza con lei. Niente di più. Né del resto avrebbe potuto chiedere nulla di diretto su quanto cercava, non certo in quella sede. Vastic appariva abbottonato come non mai. Casoni tentò, tramite il giornale, di fissare con il Presidente un’intervista sul caso Steiger, ma ancora una volta si scontrò con un secco niet. Passavano le settimane e sembrava che tutte le piste finora battute (poche, a dire il vero) non portassero a niente. Forse perché quella che Ingrid aveva voluto suggerirgli non era una vera e propria traccia: era l’equivalente russo del trucco del metodo del bastone e della carota. Una caramella che serviva a tenere viva in lui la curiosità. Facile pensare che fosse già tutto predisposto. Dopo un paio di mesi fu lo stesso Vastic a dargli appuntamento in un locale per adulti. Il taxi lo lasciò davanti al club, in una zona della città che non conosceva e poco frequentata dagli stranieri. Scendendo la stretta scala che portava di sotto il giornalista pensò alla fogna più che all’inferno. La musica era elettronica e assordante, l’ambiente buio e ambiguo. Vastic vi si adattava come un quadro alla parete di una galleria: non era una cattiva persona, ma non tutti i dipinti sono vere opere d’arte. Casoni era impaziente. Lo lasciò trasparire. E il collega russo, al secondo giro di vodka, gli propose senza giri di parole di comprare informazioni.

Le sue domande negli ambienti giusti non erano rimaste inascoltate.

– Vi spiegai, Marcel, che anch’io ho le mie fonti- disse Vastic. Casoni annuì in silenzio e si accese un sigaro. Una ragazza provò ad avvicinarsi ai due ma il russo la allontanò con un cenno della mano. -Benchè, francamente, non so quale successo potrebbe avere un libro su Steiger.

Casoni gli offrì da fumare ma Vastic rifiutò.

-In effetti- rispose Casoni -ci ho pensato a lungo in queste settimane. Sto valutando l’idea di abbandonare il progetto. Steiger non è l’unico argomento di interesse per un giornalista sportivo. Soprattutto qui da voi.

Vastic annuì, perfettamente calato in quel gioco della parti.

-Oggi da noi si può parlare di tutto- gli spiegò il russo. -Quelli che fino a vent’anni fa erano archivi segretissimi, Marcel, adesso sono diventati una miniera d’oro- L’uomo dedicò alcuni secondi ad ammirare le natiche di una ballerina seminuda che danzava sul bancone del bar. -Un’autentica miniera d’oro, amico mio. Per chi cerca informazioni e per chi è in grado di fornirle. Voi occidentali sapete meglio di me che il denaro può aprire tutte le porte. E in Russia negli ultimi anni di denaro ha cominciato a girarne molto. Quindi sarebbe sciocco tenere chiuse quelle porte.

Casoni tentennava.

-Dunque?- gli domandò.

-Ditemi, amico mio. Raccomandandovi la massima discrezione prima, durante e dopo un’ipotetica inchiesta, ed escludendo come saggiamente avete deciso l’argomento Steiger… voi su che tema puntereste per uno scoop?

-Calciomercato?- abbozzò Casoni portandosi alla bocca il sigaro.

Vastic scoppiò a ridere. Ma era un suono più simile a una violenta grandinata che a un’espressione di ilarità.

-Marcel, parliamoci chiaro. Nessuno di noi ha tempo da perdere. Fermo restando che sarò sempre interessato a scambiare con voi informazioni su chi sarà la prossima stella del team e chi finirà giubilato a marcire nella seconda divisione ucraina o israeliana, sappiate che i miei contatti sono a conoscenza del fatto che in tutta Mosca c’è una sola lapide recante l’iscrizione che mi avete fatto tradurre qualche tempo fa.

Per Casoni fu come ricevere nel contempo uno schiaffo e una tenera carezza. Ancora una volta trovò conforto nel sigaro. Diede un paio di lunghe boccate prima di tornare a parlare.

-Come sapete che si tratta di un’iscrizione su una lapide? Io non ve l’avevo detto.

Vastic sorrise sprofondando nella sua poltroncina.

-Non lo so affatto- rispose. –Vi ho citato il particolare soltanto perché mi è stato chiesto di farlo. Una sorta di garanzia ‘soddisfatti o rimborsati’. Si dice così da voi, vero?

Casoni sospirò e finì la vodka. Poi affondò il sigaro nel posacenere.

-Diciamo di sì. Soddisfatti o rimborsati è un termine abbastanza azzeccato.

-Come dicono gli arabi, se Maometto non va alla montagna è la montagna ad andare da lui…

-Quanto?

Vastic gli porse un foglietto. Una somma più che ragionevole. Del resto non si trattava di spionaggio industriale né di complotti internazionali. Era una semplice questione privata. Una storia di fantasmi o poco più.

-Tra dieci giorni. –Rispose Casoni. –In questo stesso bar.

Vastic ammiccò.

-Apprezzate l’ambiente, Marcel?

Casoni si alzò e gli tese la mano in segno di commiato.

-La vodka, Ivan. È quella che apprezzo. Temo di aver sublimato i piaceri della carne. Mi restano solo gioie e dolori dello spirito.

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Casoni era in albergo a smaltire una sbronza. Il memoriale che aveva comprato il giorno prima era tra lenzuola accanto a lui, come un amante addormentato. Quel documento poteva essere fondamentale. Doveva riconoscere che Vastic aveva saputo indirizzarlo bene. Mancava solo la prova del nove.

Verso mezzogiorno riuscì ad alzarsi dal letto e senza nemmeno farsi una doccia andò al tavolino e dal portatile lanciò la connessione ad internet.

Se Maometto non va alla montagna è la montagna ad andare da Maometto.

Ecco il punto. Non era stato lui a trovare informazioni su Ingrid, ma chi sapeva lo aveva cercato. Probabilmente si trattava dello stesso schema che si era ripetuto in passato. Qualcuno si è rivolto a Ingrid per risolvere un problema, o è stata lei a proporsi agli interessati con la soluzione?

Ingrid. Era soltanto per quella donna che era arrivato fino a lì. Per la sua disperata richiesta di aiuto. Anche voi avete già perso una persona che amavate…

Scrisse una mail a Claude Montreux. Gli tremavano le dita mentre batteva sui tasti. Era vicino come non mai alla verità, poi tutto sarebbe finito. Il resto, tutto ciò che di marcio gravitava intorno a quella vicenda, non gli importava.

E di marcio ce n’era parecchio.

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DAL MEMORIALE CONFIDENZIALE IN POSSESSO DI MARCEL CASONI:

<<…Ingrid Kastrovoska non si era mai sposata. Dal 1968 al 1974 aveva lavorato presso l’ambasciata sovietica di Berlino, ufficialmente come segretaria e traduttrice. Nel settanta lasciò gli uffici per circa dieci mesi. Secondo uno che aveva lavorato con lei in quegli anni era rimasta incinta a seguito di uno stupro ma aveva scelto di tenere il bambino…>>

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Dopo meno di una settimana arrivò in hotel il plico che Montreux aveva spedito da Parigi. Il collega aveva svolto una ricerca perfetta: tutto quello che la stampa europea aveva pubblicato nel corso degli anni su Markus Steiger era in quella scatola sotto forma di fotocopie o, in alcuni casi, di files su CD.

Prima di mezzogiorno Casoni trovò il tassello mancante. Caso volle che l’articolo fosse stato pubblicato proprio dal giornale per cui scriveva e firmato da Jacques Clébert: un’intervista risalente alla parentesi francese del bomber tedesco. Una parentesi per lui, un punto di non ritorno per Nina.

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Quel pomeriggio Casoni tornò al cimitero. C’era la neve, come a Budapest quasi un anno prima. E come a Budapest non c’era musica nell’aria, ma silenzio. Delle parole in particolare però suonavano nella mente di Casoni. Una canzone di De André ascoltata e riascoltata: Canti di stagione, anime salve in terra e in mare, sono state giornate furibonde senza atti d’amore.

Lasciò sulla tomba di Ingrid un mazzo di rose rosse. E un ritaglio di giornale che presto il vento, come in un gesto di pietà, portò via:

<<Ho avuto un’infanzia del cazzo e sono cresciuto in quartiere del cazzo. Mia madre non l’ho mai conosciuta. Mio padre faceva il trasportatore. Non mi ha mai parlato di lei. Forse si è sposato da sbronzo e sì è perso la sua morte nel darmi alla luce. Non lo escludo. Sempre se la vecchia ha tirato le cuoia. Perché mio padre era un grande stronzo ma almeno c’era. A volte grazie a un amico trovava qualcosa da fare per un tizio nel giro della politica. Addetti alle ambasciate, cose così. Quei tizi qualche volta mollavano una mancia e così il vecchio dopo aver fatto scorta di birra e senape da spalmare sui wurstel scaduti riusciva a saldare i debiti che aveva. Vita di merda. Il regalo più bello, il primo momento felice che riesco a ricordare, sarà stato intorno ai quattro o cinque anni. Era il mio compleanno. Lui chiaramente non se ne ricordava. Eppure qualcuno, mai saputo chi, quel giorno mi fece arrivare per posta un bel pallone di cuoio nuovo di zecca. Non l’aveva nessuno, nel palazzo e nel cortile. Un buon investimento, che ne dici? Quel pallone divenne il mio primo amico, divenne il mio futuro, divenne mia madre…>>

 

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