Portieri: l’elogio della follia – Parte I

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.

Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte

goalkeeper-2Avevo nove anni quando mi fecero imparare “Goal” di Umberto Saba. La contrapposizione dicotomica della doppia anima del portiere. Già allora amavo apparire un intellettuale, è vero, ma non possedevo un lessico tale da farmi dire cose così stupide vestendole con l’abito da sera.
In fondo a me bastò capire che il portiere è sempre solo, sia nella sconfitta che nella vittoria. Il che dà un’aura quasi da personaggio epico, una sorta di cavaliere della tavola rotonda che da solo porta sulle sue spalle il peso della vittoria o della sconfitta del bene contro il male.

A quell’età, non avendo la possibilità di uscire frequentemente per andare a giocare a pallone e vivendo in una casa dove il regime a definirlo “duro” si stava larghi, presi a passare il mio tempo venerando il mio tempietto costituito dall’album delle figurine Panini e costruendomi empiricamente un Subbuteo “handcraft” con lego, tappi a corona dell’acqua Frisia e porticine rubate da un calcio balilla al mare. Così cominciai a giocare con il mio “calcetto” e soprattutto cominciai a studiare come un portiere doveva coprire la porta nelle varie situazioni di gioco. Ora magari capirete anche perché il mio equilibrio non è stabilissimo e sono soggetto a malattie mentali compulsive.

tomaszewskiEra il 1974 e si giocavano i mondiali in Germania. Nella Polonia di Lato, Deyna, Kasperczak e Gadocha c’era un portiere alto e grosso. Aveva i capelli lunghi tenuti con una fascia e portava un nome impronunciabile: Jan Tomaszewski.

Fu lì che esplose la mia passione per il ruolo.

Effettivamente è un ruolo che mi calza perfettamente: giochi da solo, comandi la difesa, non hai obblighi tattici e sei sempre protagonista, nel bene e nel male. In più, per quanto mi riguarda, mi dava la possibilità di tirare fuori quella vena di follia che anche mia madre mi ha sempre riconosciuto: “Mio figlio è pazzo. Ma non per gioco, eh!”.

Resta il fatto che fin da piccolo ho guardato ai portieri con occhi molto particolari. Ho persino tifato squadre insulse solo perché avevano tra i pali uno che mi piaceva come si muoveva.

Qualche tempo fa cominciai, nel più classico pomeriggio estivo sotto l’ombrellone, a ragionare tra me e me cercando di stilare la classifica dei migliori portieri al mondo da quando io seguo il calcio. È finita che ho giocato a cercare i più bravi, i più scadenti, quelli che non si sa perché hanno un giorno deciso di fare i portieri e quelli che invece sono stati sottovalutati o sopravvalutati.

goalkeeperCosì mi piace finalmente mettere nero su bianco questa mia personale ed insindacabile classifica di coloro che ritengo i migliori portieri degli ultimi 40-50 anni basandomi esclusivamente sulla mia memoria e quindi, come accade sempre in questi casi, lasciando indietro molti nomi e sicuramente cancellando prove buone o meno buone di qualcuno perché non ho un hard disk, ma semplicemente un cervello che ha già immagazzinato tantissimi dati, data l’età, e quindi qualcosa è sicuramente andato perduto.

Prima di iniziare in questa carrellata ve lo dico subito che non esiste una classifica, cioè non esiste il migliore o il peggiore tra quelli che racconterò. Semplicemente loro saranno lì ad occupare tutti assieme un posto nella mia memoria perché hanno fatto qualcosa che si è impressionato nei ricordi e che me li ha fatti ritornare in mente. Questo è un viaggio nella mia memoria e nella mia passione e non una marchetta per far salire la quotazione di uno o dell’altro (ma ve lo immaginate?) o per piaggeria verso questa o quella conduttrice TV (a buon intenditore …).

0 – Ricardo Zamora, fuori classifica

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Quando ero molto piccolo, mio padre mi parlava sempre di un portiere spagnolo che aveva la capacità di gelare con uno sguardo gli avversari e che era pressoché imbattibile: Zamora. Beh, di lui non parlerò perché non ero ancora nato quando giocava e riporterei soltanto racconti che si muovevano al confine tra leggenda e misticismo. Ho voluto citarlo perché è stata una di quelle figure che scendevano in campo nella cucina di casa mia quando con mio fratello si giocava con una palla fatta di giornali avvolti da una calza e la vita di un bambino non aveva tempo.

1 – Enrico Albertosi: Ricky lo sciupafemmine

albertosi-articoloLo ricordo molto bene. Prima giocava nella Fiorentina e poi nel Cagliari campione d’Italia con Gigi Riva. L’avrei voluto all’Inter da morire! Ma i miei ricordi si focalizzano al mondiale di Messico 1970. Albertosi ha nella sua squadra una difesa di pazzi, Rosato e Poletti che giocano nel Milan e nel Torino e che fanno di tutto per rendergli la vita un inferno: gli deviano palloni che diventano velenosissimi, gli camminano sopra mentre Müller tira in porta da due metri, si polverizzano davanti a Edu, un’ala brasiliana micidiale, ma lui non si scompone mai. E quando c’è bisogno si esibisce in voli plastici che a confronto un saltimbanco cinese sembra immobile. Fu una folgorazione. hqdefaultAveva i capelli neri con la frangetta da pirla, ma quando Rivera si scostò per far entrare il 3-3 dei tedeschi, gli lessi chiaramente un “ma che cazzo fai” sulle labbra in anni in cui l’HD era semplicemente fantascienza. E poi, almeno così si mormorava, piaceva un casino alle donne … e questo era un plus non da poco.
Me lo ricordo qualche anno dopo, quando giocava nel Milan, sul leggendario gol del Becca su calcio d’angolo, nel derby del diluvio universale. Mi girai verso mio fratello, a cui stava esplodendo una coronaria urlando “GAAAAAA” e gli gridai in faccia: “Ma hai visto Albertosi che volo che ha fatto!!!”. Per fortuna lui era in trance agonistica e se ne ricordò soltanto tornando a casa nella vecchia 500 che imbarcava acqua dal pianale.

2 – Lido Vieri: la faccia cattiva della difesa nerazzurra

serie_a_1972-73_-_inter_vs_juventus_-_lido_vieri_e_roberto_bettegaÈ stato il primo portiere di cui mi sono veramente innamorato. Difendeva la porta dell’Inter nel 1970/71, anno in cui l’Inter, dopo essere stata acquisita da Ivanoe e Lady Renata Fraizzoli dalla famiglia Moratti un paio d’anni prima, vinse lo scudo sorpassando i cugini. L’anno della tabella del Cipe. In quel campionato Vieri, che veniva dal Torino, fu un protagonista. Tra i pali era spettacolare, ma il suo pezzo forte era l’uscita sui piedi dell’attaccante senza mostrare mai un attimo di paura o indecisione. Agguantava la palla a due mani. Se la portava sotto braccio e rialzandosi guardava l’avversario come a dire: “Cazzo vuoi? Via … sciò”.
Usava portare un cappelletto a forma di “coppola”, tipo quelli che venivano venduti assieme all’impermeabile trench (mio padre ne aveva uno, subito requisito dal sottoscritto).

lidovieri_03Vieri portava la maglia numero uno dopo che era stata per anni dominio assoluto di Giuliano Sarti, che non mi piaceva perché non faceva né salti né uscite spericolate. E poi le voci che si rincorsero dopo la fine di quello sciagurato 1967 … Insomma, spettacolo zero e noia a non finire e pure qualche dubbio sulla sua integrità morale.

Mentre il “Lidone”, come riportava il gergo familiare, era una gran manico e ricordo anche la figlia della vicina che diceva che era pure carino … ma su questo non intervengo e lascio ai posteri.

3 – Luciano Castellini: felino
Detto “Giaguaro”. Ha militato in tante squadre, ma io me lo ricordo al Toro dello scudetto 1975/76 e al Napoli nel dopo Zoff. Giaguaro lo era veramente. Uno dei pochissimi portieri “bassi”, era alto “soltanto” 1,80 m. , capace di fare voli da un palo all’altro. Una forza esplosiva nelle gambe e soprattutto una capacità ginnica alquanto inusuale per i portieri del tempo, che avevano imparato più da Sarti e Pizzaballa che da Yashin, per quanto Lev non apparisse così spettacolare come in realtà era.

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Ma “Giaguaro” era pura leggenda. Tra i pali, prima che battessero una punizia dal limite, guardavo la palla e immaginavo come e dove sarebbe volato Giaguaro. Una volta, colto a 14 anni da raptus agonistico grazie ad un paio di parate giuste, mi immedesimai così tanto che mi dimenticai completamente di compiere “l’arco in volo” e caddi pesantemente su un fianco: due costole incrinate. Non tutti possono permettersi di essere “Giuaguaro” Castellini.

Di Castellini ricordo una parata pazzesca su punizione di Mariani, ala sinistra della beneamata attorno al 1973/74, con volo plastico al limite della fantascienza da palo a palo e deviazione in angolo mentre tutto lo stadio aveva già urlato “GAAAAAAAAAAA ….. “ strozzandoselo in gola. Poi approdò all’Inter come allenatore dei portieri e fu persino sulla nostra panchina in uno di quei momenti di follia che ciclicamente prende la nostra squadra e gli allenatori saltano come birilli alla Trevisana. Non è tagliato per essere un allenatore, il Lucianone, ma come stava tra i pali lui ne ho visti pochi.

4 – Jan Jongbloed: la negazione del portiere

goalkeepermagazine-comChi ha passato i 50 non può non ricordarselo: era il portiere dell’Olanda. Quella incredibile squadra che aveva in campo una tale concentrato di classe calcistica che non ci si capacita che non sia mai riuscita a vincere un cazzo. Jongbloed in quella squadra ricopriva più il ruolo di libero aggiunto che di vero e proprio portiere. Tecnicamente era una sega paradossale, ma aveva l’istinto del difensore che all’improvviso ti trovi davanti quando credi di aver passato ormai tutti gli ostacoli e la porta ti si spalanca davanti. Non prendeva gol, perché quella squadra era talmente forte che non si riusciva nemmeno a tirargli contro, ma era straordinariamente divertente nel suo goffo tentativo di essere un portiere.

Aveva sdoganato, nell’immaginario fanciullesco di allora, la pippaggine tra i ragazzini che ora potevano tranquillamente giocare anche in porta “alla Jongbloed” che nessuno li avrebbe più potuti insultare “Sei una segaaaa!!!”.

La sua leggenda nasceva dal fatto che parava senza guanti e fu il primo portiere che indossò la maglia con un numero diverso dal 1,10581c0_9cef79a3eae147628d8aaea8fdad1c512 o 22, che erano i numeri canonici dei portieri ai mondiali (unico palcoscenico fino ad una trentina di anni fa in cui si potevano vedere giocatori di cui si sapevano pochissime notizie, spesso mitizzate).
Quella maglia numero 8 fu per me una sorta di illuminazione, perchè mi permise di “sdoganare” la maglia numero 14 del Celtic, di stretta proprietà di mio fratello, e sfoggiarla  in porta con grande orgoglio. Tanto tra me e Jongbloed non è che ci fosse molta differenza.

(continua)

 

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