Gli allenatori dagli anni 50 a oggi: parte prima

Quanto è cambiato il gioco del calcio dagli anni 50 ad oggi? La domanda potrebbe sembrare persino banale e portare ad una risposta scontata: moltissimo. Invece non è così scontata la risposta anche perché bisognerebbe spiegare meglio in cosa è cambiato il gioco del calcio, sotto quali aspetti, visto e considerato che sono molti: tattica, preparazione atletica, tecnica, tecnologica, regolamentare e sociale.

Il percorso inizia dagli anni 50-60. Per ogni “epoca” analizzerò, brevemente, i vari aspetti. Portando esempi concreti ed aneddoti di calcio vissuto.

Fulvio Bernardini
Fulvio Bernardini

Di quegli anni, fra gli allenatori più rappresentativi è doveroso citare Fulvio “Fuffo” Bernardini detto il Dottore perché era laureato, Nereo Rocco detto il Paron, Edmondo “Mondino” Fabbri e, naturalmente, il ‘nostro’ Helenio Herrera detto “il mago”. Il calcio, in quegli anni, aveva regole diverse, rispetto ad oggi; pensate anche solo al fatto che le sostituzioni non erano previste! I giocatori di “riserva” servivano solo nel caso il titolare fosse squalificato o infortunato oppure (ma era molto raro) che stesse attraversando uno scarsissimo periodo di forma. Solo in quel caso la “riserva” prendeva il posto del “titolare”, ma prima della partita, mai durante il match. Famoso in quegli anni, divenne il “gol dello zoppo”. Un giocatore infortunato, raramente lasciava il terreno di gioco (tanto non poteva essere sostituito…), se appena appena riusciva a stare in piedi, veniva spostato all’ala (spesso l’ala sinistra) e lì rimaneva. Ovviamente, essendo infortunato, accadeva che i giocatori avversari, non lo marcassero stretto e finiva così per segnare proprio lui… lo “zoppo”. E’ solamente uno dei numerosi aspetti che concorrono a rendere il calcio degli anni 50-60 profondamente diverso dal calcio attuale, ma l’ho evidenziato perché le sostituzioni sono fondamentali per capire una cosa: le rose erano, per forza di cose, molto ristrette. Oltre agli 11 titolari c’erano 4 o 5 riserve al massimo, più i giocatori della De Martino (l’attuale Primavera). Non è quindi un aspetto trascurabile; le riserve, sapevano di essere tali, la competizione nello spogliatoio era poca ed i titolari, spesso, erano come fratelli maggiori dei giocatori più giovani.

Porto alcuni esempi di cosa fosse il calcio allora. Fabbri, era forse il più completo di tutti (lo dice Gigi Simoni, che lo ha avuto come allenatore, quindi c’è da credergli). Ebbene, i giocatori del Mantova (detto “il piccolo Brasile” per la qualità del gioco che esprimeva) non potevano usare la macchina. Avete letto bene: tutti in bici. Parliamo del 1960. La bicicletta, secondo Fabbri, faceva bene ed evitava incidenti, quindi niente auto, se non dopo la partita per raggiungere le proprie abitazioni. Disciplina ferrea dunque, allenamenti sfibranti.

Simoni :“Mi sono ispirato a lui in molte situazioni che mi sono capitate nel corso della mia carriera di allenatore. Se gli altri tecnici durante la preparazione settimanale si assomigliavano un po’ tutti, con lui era diverso. Ci teneva impegnati tutto il giorno. Divideva la squadra in due gruppi: uno lo allenava al mattino, l’al­tro al pomeriggio. E se non eravamo sul campo facevamo palestra: spalliere, quadro svedese, parallele. È stato l’antesignano di Zeman. Ci allenavamo sui gradoni dello stadio Martelli: saltare, correre su e giù al ritmo del suo fischietto. Con lui non c’era il tempo per an­noiarsi. Un trainer moderno che alternava la parte fisica a quella tecnica.”

Concentriamoci sulle parole “ci teneva impegnati tutto il giorno”: non sono parole da poco. L’allenatore, organizzava l’intera giornata dei calciatori. Gli diceva cosa dovevano mangiare, cosa dovevano fare quando non si allenavano, a che ora andare a dormire. Oggi sarebbe impensabile. Angelo Sormani (detto il Pelè bianco), in quel Mantova giocò due stagioni 1961-1963 e deve proprio a Fabbri il fatto di essere riuscito ad integrarsi ed ambientarsi in Italia (questo episodio, non l’ho letto: me lo ha detto lui personalmente).

Il Cagliari campione d’Italia 1969-70 la foto è a San Siro.
Il Cagliari campione d’Italia 1969-70 la foto è a San Siro

Bernardini invece, era un manager “ante litteram”. Seguiva moltissimo i giovani. Ecco le parole di un giovanissimo Ricciotti Greatti (che vinse uno storico scudetto col Cagliari di Gigi Riva e Scopigno) quando giocava nella De Martino di una Fiorentina mitica, che vinse lo scudetto (una delle squadre più forti di sempre, mai sufficientemente ricordata)

“La sera ci veniva concesso di andare al cinema a patto che verso le 22 fossimo già in camera. Il rapporto con la prima squadra era molto particolare. Non erano irraggiungibili come i divi di oggi. Ci guardavano con simpatia, non come giovani che erano lì per prendere il loro posto. Ci portavano in centro, ci facevano vivere la città e soprattutto lo spogliatoio. Nel­la partitella del giovedì contro Sarti, Chiappella, Montuori, Virgili e tutti gli altri campioni di quei tempi non ci risparmiavamo. Certe battaglie, certe botte… Collante di quel gruppo era Fulvio Bernardini, il Dottore. Un uomo d’altri tempi: metteva soggezione. E ti dava l’esempio. Ne so qualcosa io che venni rispedito a casa per una settimana con tanto di letteraccia spedita al mio allenatore della De Martino. Avevo litigato durante un allenamento, Bernardini lo venne a sapere e mi convocò negli spogliatoi: -Ragazzino, forse non hai ancora capito come ci si comporta in questo mondo. Prepara le valigie e prenota il biglietto del treno perché te ne torni a casa- Se tanti di noi hanno fatto carriera è perché lui veniva a vedere tutte le partite delle squadre riserve e del­la Juniores.”

Così funzionavano le cose in quegli anni; naturalmente questo era reso possibile dal contesto sociale ed economico. Basta pensare al ruolo che avessero gli insegnanti a scuola e, conseguentemente, gli alunni. Nel calcio c’era una similitudine: chi si sarebbe mai permesso di contestare un allenatore? Egli era il giudice supremo. La sua parola rispettata e temuta. Le sfuriate di Rocco e Herrera sono proverbiali. Così come le loro frasi, i loro motti.

Rispetto ai giorni di oggi, il calcio era molto più basato sulla tecnica ed era molto meno atletico. Se rivediamo una partita di quegli anni, sembra giochino al rallentatore. I metodi di preparazione atletica erano infinitamente meno specifici e perfezionati rispetto agli anni successivi, neanche da paragonarsi, rispetto alle metodologie odierne, coadiuvate da strumenti sempre più sofisticati. Anche gli infortuni avevano conseguenze molto più gravi rispetto ad ora. Gli allenatori, incidevano molto di più sul gruppo, sulla disciplina, sulla carica motivazionale. Molto meno (ad eccezione di qualcuno) tatticamente. La Grande Inter, una volta in campo, non seguiva al 100% le indicazioni del Mago Herrera. Se in campo c’era da cambiare una marcatura Picchi e compagni, decidevano anche da soli. Ma erano 11 giocatori che in campo davano tutto (ogni riferimento alla situazione attuale … è puramente voluto), non era solo una questione di classe e di bravura: era anche una questione di carattere, di orgoglio, di professionalità. La cronaca di quegli anni, è piena di esempi virtuosi dei comportamenti dei giocatori. Lontani anni luce da quelli di oggi.

Luigi (Gigi) Meroni con la maglia del Torino
Luigi (Gigi) Meroni con la maglia del Torino

Al Torino di Nereo Rocco, per tornare all’esempio della tattica, le due ali di allora, Gigi Meroni (indimenticabile “farfalla” granata) e Gigi Simoni (soprannominati i due Luigi d’Oro del Torino), quando giocavano contro l’Inter, si cambiavano di fascia. Senza che Rocco dicesse nulla. Infatti, Simoni soffriva la marcatura di Giacinto mentre si trovava più a suo agio (si fa per dire…) con Tarciso “la roccia” Burgnich; viceversa Meroni, non riusciva a superare Tarcisio, mentre riusciva a mettere in difficoltà Giacinto Magno. Il rimedio lo trovavano da soli. Questo particolare, la dice lunga su cosa fosse il calcio allora.

Non che la tattica non ci fosse, tutt’altro. Heriberto “movimiento” Herrera, alla Juve, era famoso per la sua ossessione sulla preparazione atletica e sulla disposizione in campo dei giocatori. Addirittura, li faceva allenare con una corda legati insieme, per sincronizzarne i movimenti.  Ogni azione di gioco, doveva avere una sua logica.

Per quanto concerne la gestione della squadra (del gruppo), proverbiale è la “commissione” di Rocco. La “commissione” consisteva in un gruppo ristretto di giocatori che Nereo Rocco sceglieva tra i più rappresentativi e carismatici dei suoi giocatori. A loro chiedeva consiglio e demandava la gestione dei rapporti “ordinari” all’interno dello spogliatoio. Se qualche giocatore sgarrava, la “commissione” subito lo riprendeva. Solo se la situazione non veniva risolta, allora interveniva Rocco in persona. L’istrionico Rocco, una volta ad un giocatore che gli chiedeva spiegazioni su un’esclusione dalla formazione, rispose in dialetto: “xe sta un’idea de mi moie”.

La gestione del gruppo di Helenio Herrera, è semplicemente mitica. Sua l’idea di mettere negli spogliatoi frasi apparse sui quotidiani che avevano “parlato male” dell’Inter: in questo modo caricava la squadra.

Infine, un accenno sul contesto tecnologico in cui operavano quegli allenatori. Il calcio, per seguirlo, dovevi andare allo stadio, la televisione (per quei pochi che ce l’avevano), o meglio la RAI, perché le cosiddette TV commerciali non esistevano, raramente faceva vedere una partita di calcio, se si escludono le partite della nazionale e le partite più importanti della Coppa Campioni. La storica trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto” è del 1959. Prima di tale data il calcio non potevi neppure “sentirlo”, altro che vederlo in televisione. La moviola, negli anni 50 e 60 non sanno neppure cosa sia, di trasmissioni sportive neppure l’ombra.

Un ultima annotazione, storico-sentimentale. Nel 1959, due giovani che militavano nella De Martino della Fiorentina, furono portati nel Mantova ad opera dell’allora giovanissimo direttore sportivo del Mantova, in cambio di Eugenio Fantini (il centravanti che aveva portato il Mantova dalla Serie C alla Serie B). I giocatori si chiamavano Luigi Simoni e Sergio Pini (che diventerà lo storico “secondo” di Gigi), il DS era Italo Allodi. L’affare, anzi l’affarone, lo fece il Mantova.

Continua …

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