Portieri: l’elogio della follia – Parte II

Su ilMalpensante.com abbiamo affrontato la prima parte del viaggio nella storia dei portieri. Oggi la seconda puntata.

Portieri: l’elogio della follia – Parte I

Al di fuori di Jan Jongbloed, quelli che vi ho raccontato nella puntata precedente erano tutti fior fior di portieri. Tutti quanti erano però accomunati dal fatto che hanno giocato in squadre fortissime che hanno vinto o sono arrivate vicinissime a vincere campionati mondiali, europei, coppe e campionati.

Questa puntata invece vorrei incominciarla raccontandovi di Antonio Leopizzi, detto “Uccio Tomaceschi”. Antonio era un ragazzo di pochi mesi più grande di me. Salentino doc e purtroppo gobbo fino alla ghiandola pineale. Ma lui ed io eravamo straordinariamente amici e al mare giocavamo in porta tutt’e due. Io negli “poppeti” (i forestieri) e lui nei “li meju” (i locali).

Infinite partite che cominciavano verso le 5 del pomeriggio lungo la spiaggia della Baia Verde … si quella che adesso è utilizzata da mandrie di giovincelli per drogarsi a bestia e ubriacarsi come animali ascoltando musica orrenda. Un tempo quella spiaggia era il nostro campo di calcio.

Dopo una mareggiata, il fondale si manteneva per centinaia di metri a 10 massimo 15 centimetri e i portieri giocavano in acqua, mentre le squadre si affrontavano nella lingua di sabbia che si inoltrava nel mare. Giocare in acqua voleva dire, anche con soli 10 centimetri di fondo, avere un “ammortizzatore” naturale per tuffi pazzeschi che si potevano e anzi si dovevano fare, vuoi per tuo divertimento personale, vuoi per ricevere gli applausi dei tuoi compagni, vuoi perché c’era la ragazzina di turno che magari ti stava guardando dal suo asciugamano.

Adoravo giocare con il sole al tramonto che si tuffava platealmente in mare, mentre mi arrivavano palloni da tutte le parti che spesso schizzavano sull’acqua prendendo traiettorie maledette che ti costringevano a colpi di reni che se solo ci penso adesso mi viene la sciatica.

Io ed Uccio a 16 anni eravamo amicissimi, come ho detto. La sera ci si trovava davanti al liceo sempre con la stessa luce negli occhi che esprimeva la speranza di riuscire a parlare con una ragazzina, senza che questa fosse seguita a vista dalla madre, dal fratello maggiore, di solito cattivissimo, o, peggio ancora, da una sorellina rompicoglioni che si attaccava come una cozza alla poveretta. Finiva quasi sempre che si andava a guardare il faro sui bastioni del paese vecchio a raccontarci sogni, speranze e una bella serie di cazzate che hanno reso quelle estati per me indimenticabili.

Uccio giocava a calcio in una squadretta locale, ma era sotto osservazione dagli esperti del Lecce, che di lui parlavano molto bene. Ma a metà degli anni settanta i ragazzi non erano assillati dall’arrivare a fare il calciatore e le società non erano i mostri inglobanti che sono adesso. Oggi ti infilano in uno schema societario quando ancora sei un bambino, se anche soltanto lontanamente vedono in te una remota possibilità di diventare un campione. Uccio invece viveva la vita di tutti i ragazzi di allora. Scuola, mare e ragazze. E pallone. Giocato su campi di terra battuta, sotto un sole assassino che da maggio ad ottobre ti spacca la testa. Era molto bravo, anzi era bravissimo. Era detto Tomaceschi proprio perché anche fisicamente ricordava quel portierone della Polonia del 1974.

Ricordo mentre dalla mia porta lo vedevo inarcarsi in volo a deviare tiri pazzeschi, con la sua silhouette che per un attimo attraversava la sfera del sole.

Uccio non arrivò mai a giocare in un campionato che non fosse quello giovanile, perché in quegli anni oltre al mito di Tomaszewski arrivò, importata dal ricco nord che cominciava a scoprire il Salento come un nuovo mercato per i suoi schifosi traffici, l’eroina. Uccio se ne andò senza nemmeno salutarmi nell’inverno del 1977, lasciando un ricordo dolcissimo di sé, ma anche un vuoto profondo.

Jan Tomaszewski: forza, piazzamento e potenza reattiva

Il ricordo di Uccio non poteva che portarmi a parlare forse del più completo tra i portieri che io ricordi: Jan Tomaszewski. Una tale perfezione difficilmente l’ho vista su un campo di calcio. Tomaszewski rendeva vano praticamente ogni calcio d’angolo perché ovunque arrivasse la palla era sua. Si scontrava in area con montagne di carne rappresentate dagli attaccanti avversari che però non riuscivano mai a spostarlo. Afferrava la palla elevandosi in cielo, grazie anche al fatto di essere alto 1,93,

cosa ai tempi non proprio comunissima anche per un portiere. La prima volta che se ne parlò fu in occasione di una partita a Wembley contro l’Inghilterra, in cui il portierone costruì un muro davanti alla porta e gli inglesi gli si schiantarono contro.

La partita finì 1-1 solo perché agli inglesi venne dato un rigore non proprio limpido. Ma la sua consacrazione a idolo fu durante i mondiali del ’74. Tomaszewski in quei mondiali parò l’impossibile e soprattutto fu il primo portiere a parare due rigori in due partite differenti nell’arco dello stesso mondiale. Aveva un’incredibile capacità reattiva per cui anche a distanza ravvicinata riusciva a deviare il pallone evitando il gol con scatti a molla mai più rivisti. A quei tempi il gioco del calcio non era molto veloce, Olanda esclusa, per cui Tomaszewski sembrava veramente un marziano, perché rispetto agli attaccanti di allora aveva le movenze di un cartone animato per quanto era veloce e reattivo.

Lui e Lato trascinarono la Polonia al terzo posto finale e nei campetti di calcio tutti i bambini in porta volevano essere chiamati “Tomaceschi” … anche io e mi riempivo di orgoglio, perché i bambini sono così e sono belli per questo.

LA TRILOGIA INGLESE

GORDON BANKS: the Banks of England

7 giugno 1970. A Guadalajara son passate da poco le 3 del pomeriggio e fa un caldo feroce. C’è un tale Jairzinho che di mestiere fa l’ala nel Brasile e viene giù sulla fascia destra come se non ci fosse nessuno a contrastarlo, nonostante il coach inglese, tale Alf Ramsey, considerato in patria un semidio, gli abbia piazzato come ultima difesa un signore come Styles, una sorta di criminale rubato alle patrie galere perché non ha paura di niente, ché sa picchiare ed è totalmente insensibile ad ogni forma di dolore, proprio ed altrui. Soprattutto altrui.

Jairzinho crossa con il goniometro un pallone che arriva esattamente dove c’è O’ Rey. Pelè si alza e con il suo tipico colpo di testa, che Burgnich e Albertosi ricorderanno per sempre, va a schiacciare il pallone dall’alto verso il basso. Praticamente un’esecuzione capitale. Il tutto a non più di cinque metri dalla linea di porta.

Tra i pali c’è un tale, Gordon Banks, che di mestiere fa il portiere dell’Inghilterra campione del mondo. Con uno scatto di reni vola all’indietro e con un pugno alza la palla oltre la traversa. Un volo che sa di prodigio. E’ la parata del secolo. E’ la parata della storia del calcio.

Immaginatevi le immagini sfocate che arrivano via satellite su un tv in bianco e nero in una caldissima sera di giugno ed un bambino di dieci anni che è incollato come una calamita alla televisione. Io quella parata me la ricordo, perché non toglievo mai gli occhi dal portiere quando entrava nelle inquadrature e ricordo perfettamente l’azione. Pensai che Gordon fosse un supereroe.

I mondiali del Messico 1970 sono stati la consacrazione del Brasile, considerata la più forte squadra di tutti i tempi. Furono coloro che schiantarono la nostra nazionale per 4-1 in finale, facendoci sembrare una squadretta di dilettanti. Ma non fummo gli unici a venir sconfitti da Pelè, Rivelino e soci, anche la grande Inghilterra di Bobby Charlton, Bobby Moore e Nobby Styles, detto “the butcher”, vennero sconfitti. E non fu un’umiliazione solo perché il portiere dei tre leoni si chiamava Gordon Banks ed era un muro impenetrabile.

Il grande Pelè, che andò a complimentarsi con lui per la strepitosa impresa, considerava Banks il più forte portiere del mondo, ma si sa che poter dire “Me l’ha parato il più forte di sempre” è diverso che dire “Me l’ha parato Scaccabarozzi”. Comunque sia quella parata è semplicemente da leggenda.

Di Banks posso dire poco altro, perché, come ho già scritto, ai tempi i giocatori li conoscevi perché esisteva una figurina, avevi sentito parlarne una volta o forse avevi letto un articolo sul giornale. Quando arrivavano eventi come i mondiali, gli europei, le finali di coppa dei campioni o comunque eventi di questa portata, solo allora avevi la possibilità di vederli e Banks lo avevo visto per la prima volta durante i mondiali del ’66, ma rientrava solo nel novero delle figurine con le immagini sfocate di gente che aveva nomi che non sapevo pronunciare. Non ero ancora stato bruciato dal sacro fuoco dei portieri. Ricordo soltanto che lo chiamavano “Banks of England” e siccome ai tempi non si insegnava l’inglese anche alle scuole elementari, alla trentesima volta che mio padre e mio fratello lo nominarono, chiesi che venisse svelato anche a me il segreto di quel nome che aveva un alone tra il misterioso ed il magico.

Più tardi seppi che aveva avuto un incidente in auto a seguito del quale aveva perso un occhio. Ciononostante andò a giocare negli USA, più esattamente nel Fort Lauderdale in Florida, pur parzialmente cieco. Cosa che ne fa una pietra miliare delle leggende dei portieri.

PETER SHILTON: una vita tra i pali

Shilton, per quanto ne so io, è l’unico calciatore che abbia superato le 1000 presenze nella Lega Inglese, che fosse Premier League o League Championship piuttosto che League One o Two o la National League. Si, perchè Shilton le ha attraversate praticamente tutte, dal momento che si è ritirato a 48 anni dopo aver giocato ben 1390 incontri ufficiali.
Nessun altro portiere è stato capace di ottenere così tanto dalla propria carriera, guadagnando anche fortune in Sterline che molto probabilmente sono state tutte versate agli allibratori delle corse di Cavalli, perchè Shilton, come ogni grandissimo, aveva anche lui il suo vizietto.
Del resto non è mai stato uomo da mezze misure. Il suo obiettivo dichiarato è sempre stato quello di essere il migliore ed avendo avuto davanti a se uno come Gordon Banks l’impresa non era facilissima.
Tutti noi abbiamo praticamente conosciuto il Leicester grazie alla emozionante stagione 2015/16 in cui, con alla guida Claudio Ranieri, ha vinto la Premier. Ma il Leicester è da sempre una fucina di giovani campioni e soprattutto di grandi Portieri. Lo stesso Banks veniva dal Leicester. Peter Shilton, che di Leicester era originario, divenne titolare a 17 anni anni della squadra in cui era cresciuto e per cui tifava.
Aveva un fisico pazzesco: massiccio, non molto alto, “solo” 1,83, anche se ai suoi tempi difficilmente si trovavano giocatori più alti di 1,85, ma con un’agilità che lo hanno reso uno dei più spettacolari.
Il suo pezzo forte erano le prese volanti sui calci d’angolo. Praticamente una via di mezzo tra un ballerino del Bolshoi ed un acrobata cinese.

Ma Shilton non sarebbe passato alla storia soltanto per la bellezza estetica dei suoi gesti atletici, è stato praticamente l’uomo che ha inventato il portiere moderno. Colui che ha saputo più di altri interpretare il cambiamento del portiere nel solitario giocatore che affronta, ultimo baluardo di difesa, il nemico pronto a trafiggerlo, così come lo racconta Umberto Saba, in un allenatore della difesa, che sapeva quando era il caso di modificare l’assetto tattico della retroguardia in funzione delle mosse dell’avversario, sbattendosene gioiosamente le balle delle indicazioni del coach. Tanto i suoi compagni ascoltavano lui e non chi stava in panchina. Chiunque fosse.
Lo capì subito Brian Clough, mitico allenatore del Nottingham Forest e prima ancora del Derby County e personaggio principale dello straordinario libro “Il maledetto United” che racconta la sua avventura al Leeds United e di cui si ricorda una frase che ai gobbi certamente non fa piacere: “I will not talk to any cheating bastards!” dopo una scandalosa partita giocata contro i torinesi.
Quando Shilton arrivò al Nottingham, Brian Clough capì che non avrebbe potuto contrastare l’enorme carisma del suo portiere e probabilmente anzi lo agevolò, lasciandogli carta bianca sulla gestione della difesa a partita in corso. Ed evidentemente ebbe ragione lui se il Forest vinse un campionato, quattro coppe di lega, una supercoppa europea e due coppe dei campioni consecutivamente, diventando il più incredibile paradosso della storia del calcio: l’unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati.

Shilton di quella squadra fu l’immenso portiere che per due anni chiuse i chiavistelli della sua porta ad attaccanti come Müller, Netzer, Cruijff, Juanito e Santillana. Insomma: un vero mito. La naturale continuazione di Gordon Banks, anche se la nazionale dei tre Leoni in quegli anni fu praticamente un disastro dopo l’altro e nemmeno uno come lui riuscì a salvarla da brutte figure epocali.

Per me Shilton è la vera rappresentazione di un calcio bellissimo, indimenticabile, avvolto sempre da un po’ di mistero, dovuto più alla lontananza, alla non conoscenza della lingua e alla scarsa disponibilità di media dell’epoca: il calcio inglese degli anni ’70. Il Calcio nella più romantica delle sue espressioni.

Di Shilton potrei continuare a parlare per ore, ma mi piace ricordare qui un aneddoto che lo rende più simpatico di quanto potesse sembrare in campo: una sera, mentre si intratteneva sulla sua auto con una gentile signora, il marito della suddetta ebbe a manifestargli, diciamo così, tutto il suo dissenso per quella sua abitudine a consolare sua moglie. Peter, non trovando di meglio, decise che era meglio fuggire, ma dopo aver acceso l’auto e innestata la marcia, andò a schiantarsi contro un palo della luce.  Fu così che decise che forse era meglio salutare il Forest ed approdare verso altri lidi.

A seguito di quel fatto e al conseguente abbandono del Nottingham, tutti pensarono che ormai la sua carriera fosse finita, ma in realtà Shilton, gatto dalle sette vite, resuscitò di nuovo e nel 1984 riuscì a portare al secondo posto il Southampton, una squadra che alla metà degli anni ’70 viaggiava tra una retrocessione in Second Division ed una promozione in First, e che aveva avuto tra le sue fila anche un certo Kevin Keegan.

Anche in Nazionale seppe aspettare il suo turno, che arrivò decisamente tardi, ma comunque i suoi bei tre mondiali se li è giocati (1982, 1986 e 1990) riuscendo a mandare in pensione un portiere veramente sopravvalutato, ma meno incline agli scandali e più mansueto agli ordini del coach, come Ray Clemence, che non passerà sicuramente alla storia come invece ha fatto Shilton.

Shilton fu però anche il portiere che subì l’onta maggiore mai perpetrata su un campo di calcio: il gol di mano di Maradona ed il gol più incredibile della storia del calcio, sempre di Maradona, che nella stessa partita scartò tutta la squadra inglese per poi superare il buon Peter.

Cose che oggi probabilmente non potrebbero più accadere. Difficilmente Maradona sarebbe riuscito a valicare la metà campo senza venire abbattuto da un paio di centrocampisti senza scrupoli. Probabilmente quella partita fu per Shilton il peggior ricordo della carriera. Purtroppo giocava in una squadra che in quella partita dimenticò di essere l’Inghilterra.

David Seaman: il baronetto sfigato

 

Signori vi presento uno dei portieri più eleganti della storia. Un grandissimo portiere che fu deriso dal mondo intero per un gol preso da 50m durante una finale di Coppa delle Coppe nel 1995 contro il Real Saragozza. Ma andiamo per ordine.
David Seaman lo ricordo perchè fu uno dei primi a sfoggiare un’elegante coda di cavallo tra i tanti calciatori veramaente buzzurri che popolano la storia del calcio dai primi anni ’70 ai giorni nostri.
Lui si presentava in campo camminando con i guanti sotto braccio come se tenesse il cappello a cilindro salendo le gradinate di Ascot. Un baffo sempre perfetto e lo sguardo maliardo di chi sa che basta una “lumata” e le donne gli cadono ai piedi. D’altra parte da giovane era stato un giocatore di cricket, abituato più a parlare con i baronetti che con i raccattapalle.

Soprannominato “Sosh” (letteralmente “Socievole”) perchè essere socievole non era proprio una sua qualità, ha vinto tre campionati, quattro FA Cup, una Coppa di Lega e la Coppa delle Coppe nel 1994, tutto con l’Arsenal. Mica male, no?
Agile, capace di comandare la difesa, certo non un Peter Shilton, ma insomma sapeva il fatto suo. Non fortissimo nelle uscite, ma veramente notevole tra i pali e nel corpo a corpo con gli avversari. David era un buon portiere, sicuramente uno dei due o tre migliori degli anni ’90, eppure sono certo che ancora oggi vive con un fantasma davanti agli occhi e che ancora gli turba il sonno, facendolo dubitare delle ottime qualità che aveva.
Era il 10 maggio 1995, un mercoledì sera in cui si giocava la finale di Coppa delle Coppe Arsenal-Real Saragozza. Io ero comodamente adagiato sul mio divano. Panini, birra fantozziana e sigarette e mi stavo pregustando già i calci di rigore, dal momento che il 120° era praticamente scaduto e le due squadre sembravano ormai rassegnate a terminare la partita sul 1-1.

I calci di rigore, se non c’è di mezzo l’Inter, per me sono il momento più gustoso di una partita, perchè è lì che si vedono i grandi manici del tiro secco. Quelli che tra i pali ti fissano e ti annebbiano la mente e poi te la parano e ti fanno tornare a centrocampo scornato, mentre loro si girano verso la folla con il sorrisetto bastardo di chi sa che l’ha messa in quel posto. E’ uno dei momenti più esaltanti dell’essere portiere. Ed ero lì, con tutte le buone intenzioni di godermi quello spettacolo.
Nel Saragozza giocava in porta un certo Andoni Cedrún, basco figlio d’arte, che non era male, ma non aveva praticamente mai parato un rigore in vita sua, mentre nell’Arsenal giocava lui, l’idolo: David Seaman.

La telecamera aveva già inquadrato le panchine su cui si stavano decidendo le liste dei rigoristi e l’arbitro era già con il fischietto in bocca quando stacca all’improvviso sul centrocampo dove Nayim, un carneade che non ha certamente rivoluzionato la storia del calcio, vede Seaman al limite dell’area e tira. Un tiro che non gli sarebbe riuscito mai più se ci avesse provato altre cento volte, ma quella volta gli riuscì e andò a prendere la porta con il povero David che arretrava come un paguro e saltava goffamente all’indietro con un anticipo fatale, dovuto al fatto che si era trovato un passo troppo presto sulla gamba di slancio, quella destra. Toccò la palla, ma quella, terribile e bastarda, entrò. E l’immagine di Seaman seduto dentro la porta che sorride annichilito è la quint’essenza della distruzione di un portiere.

Quel tiro da cinquanta metri credo che resti stampato nella sua mente come un incubo indimenticabile.

Tutti dissero che l’Arsenal perse la Coppa a causa della sua posizione troppo avanzata, anche se non poteva certo aspettarsi un tiro da quella zolla lontanissima. Ma in realtà il povero Seaman occupava la posizione corretta, come il canone calcistico dell’epoca aveva stabilito, per fungere da libero quando la palla era lontana e nessuno, nemmeno il tifoso più “infoiato” del Saragozza, avrebbe mai immaginato che gli spagnoli avrebbero potuto segnare da lì.

Quella sera David il Bello aveva fatto un gran lavoro. Aveva salvato più volte i suoi dimostrando che meritava di far parte del Gotha dei portieri mondiali, ma alle 23:02 del 10 maggio 1995 un fatto era certo: la carriera di David Seaman era finita.
A 32 anni non aveva più chance. La stampa inglese, com’è solita fare con i suoi calciatori, lo massacrò, andando a recuperare anche dei precedenti e magari gonfiandoli anche un po’ e aprendo quindi la strada alla sconfitta non solo del calciatore, ma anche dell’uomo.

Forse è stato proprio questo accanimento che mi ha fatto piacere ancora di più quel portiere così affettato e tutto sommato senza pregi così enormi da renderlo “indimenticabile”, ma comunque con una qualità media assolutamente di molto superiore rispetto ad altri suoi colleghi incredibilmente sopravvalutati.

Pochi giorni dopo quella disgraziata finale, Seaman, in tournè in Cina, si fratturò anche una caviglia … quando si dice che la sfiga è assassina! Ma l’uomo, al contrario di quel che si possa credere, ha dato dimostrazione di grande, anzi, grandissima tenacia, ritornando in un solo anno ad essere di nuovo il portiere dei Leoni d’Inghilterra nella fase finale degli Europei giocati in terra d’Albione e facendo sfoggio di tutta la sua “nerchia” parando i rigori di McAllister e poi di Nadal che furono decisivi per l’approdo in semifinale.

David Seaman, sia per la stampa che per me, dopo quegli europei era decisamente il più forte portiere del mondo, come poi ebbe modo di dimostrare anche nelle stagioni successive quando, sempre con l’Arsenal, fece il “double” campionato coppa e guidò la difesa inglese nel Mondiale 2002. A 39 anni è stata una bella soddisfazione.

(Continua…)

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