Addio a Ferdi Kübler, l’ultimo Highlander del ciclismo eroico

Il berretto bianco in testa nelle giornate più calde, un po’ di sbieco, come quei bambini dall’aria discola che si vedono talvolta nelle foto degli anni ’20, i capelli pettinati dal vento e dalla brillantina, due occhi accesi che fanno contorno a un naso importante, proteso a fendere l’aria, che un po’ ricorda quello del suo collega, coetaneo e immortale Fausto Coppi, e l’aria scanzonata e guascona così poco… svizzera.

Kübler

Kübler testimonial, assetato e con una tifosa d’eccezione: la moglie Rosa.

Con Ferdi Kübler se ne va l’ultimo pezzettino del ciclismo eroico, quello del secondo dopoguerra, quello delle sfide epiche tra Coppi, Bartali, Magni, l’altro svizzero Hugo Koblet, Bobet e Robic, Stan Ockers, Van Steenbergen e Geminiani…

Col Fausto aveva in comune l’anno di nascita (1919) e quel “naso che divide il vento”, come cantava Gino Paoli, perché un naso da raccontare sembra una caratteristica peculiare di tanti campioni a pedali, come, guarda caso, anche “il naso triste (o allegro a seconda della strofa o dell’umore) come una salita” del Bartali di Paolo Conte.

E con loro tutti ha contribuito al mito immortale del ciclismo della rinascita dopo la guerra mondiale, quello dei personaggi unici, quello della “fatica muta e bianca” come le strade sterrate, in un decennio nel quale lo sport delle due ruote era in assoluto il più popolare nell’Europa della ricostruzione, ancora più del calcio.

“Le Fou pedalant”

La fama, meritata, di attaccante spericolato non gli ha impedito di mettere assieme un palmarès che nel ciclismo attuale farebbe curriculum da campione per almeno cinque carriere differenti.

I suoi soprannomi più celebri erano “il cowboy” (toh, un cowboy elvetico, e mezzo secolo prima di Lance Armstrong!) e l’“Aquila di Adliswil”, per i francesi era il “Fou pedalant” (il folle che pedala…).

In salita era solito incitarsi da solo ad alta voce: “Allez Ferdi” era il suo mantra. E a titolo personale vi assicuro che quando la strada sale, a qualsiasi livello, può aiutare anche l’auto incitamento.

Ferdi in tre immagini degli anni ’50, a relax e con abbronzatura “a tema”, nella foto ufficiale di squadra e dopo una vittoria.

La madre morta in una caduta con la bici nel 1947, il rapporto tormentato col padre, la fame come molla motivazionale, anche questo fa parte della storia di Ferdi. Colorata, come le maglie da leader di un grande giro, come l’iride che fascia i campioni del mondo della strada.

Nasce nei pressi di Zurigo, a Marthalen, il 24 luglio del 1919, si affaccia al ciclismo professionistico nel 1940. La nazionalità elvetica gli risparmia gli orrori della guerra e soprattutto almeno tre o quattro anni di stop all’attività agonistica, che tanto incide ad esempio sulle carriere di Coppi, fatto addirittura prigioniero dagli Alleati in Africa, e di Bartali, che deve rinunciare ai migliori anni per un atleta professionista, quelli dai 26 ai 30.
Dopo le vittorie ripetute in patria, anche in una corsa a tappe di prestigio come il Giro della Svizzera, non appena la Francia riesce ad organizzare di nuovo un Tour, ecco che Ferdi comincia a battere colpi importanti, con vittorie di tappa ma senza mai arrivare al Parco dei Principi, dove allora terminava la Grande Boucle.

Il trionfo al Tour del 1950 e al Mondiale 1951

La maturità atletica per i grandi giri arriva, come per tanti corridori, dopo i trent’anni. Al Tour del 1950 i favoriti sono gli italiani (allora il Tour si correva per squadre nazionali), e la corsa diviene celebre anche per il clamoroso ritiro della squadra capitanata da Bartali, favorito per la vittoria finale, ma indignato dalle reiterate intemperanze del pubblico francese, insofferente per il dominio sportivo dei nostri, e ancora incattivito dalle recenti vigliaccate belliche di stampo fascista. Fiorenzo Magni in maglia gialla e cinque vittorie tricolori su undici tappe, l’ultima proprio di Ginettaccio a Saint Gaudens, sono troppo da sopportare per i transalpini (“e i francesi che si incazzano…”), e non basta più il ringhio del fiorentino di Ponte a Ema, che si fa largo tra il pubblico insultante (e sputante) agitando la pompa.

Kübler comunque è lì, e senza più italiani in gara vince alla grande, mettendo in carniere anche tre vittorie di tappa e lasciando il secondo, il belga Ockers, a più di nove minuti.

Ferdi in trionfo al Parco dei Principi di Parigi, dopo la vittoria al Tour del 1950

Al Giro d’Italia si presenta tre volte, il risultato peggiore è un quarto posto al suo esordio nella corsa rosa, poi sale due volte sul gradino più basso del podio, nel 1951 dietro Magni e nel 1952 dietro Coppi.

Sempre nel 1951, e sempre in Italia, la gioia più grande nelle corse in linea, con la vittoria al Mondiale di Varese, dove regola allo sprint un certo Fiorenzo Magni.

 

Mondiali di Varese, 1951: Ferdi supera Magni allo sprint.

La rivalità con Koblet

In un ciclismo sempre contraddistinto da dualismi epici, speso montati ad arte ad uso e consumo del pubblico, negli anni ’50 è molto sentita la rivalità tra Kübler e il connazionale Hugo Koblet, stesso passaporto svizzero, ma diversi in tutto.

Figlio dall’aspetto gentile e dalle maniere affettate della borghesia svizzera, Koblet è elegante in sella e davanti ai cronisti, mondano e attento alle apparenze al punto da correre con tanto di pettine nella tasca della maglia per potersi sistemare i capelli prima dell’arrivo, occhio ceruleo e aplomb da star del cinema, corridore tanto atleticamente dotato quanto, si diceva allora, indolente. Una sorta di nemesi di Ferdi, che è invece di umili origini, aggressivo in corsa e molto attento agli allenamenti e poco alle apparenze, tratti marcati e profilo aquilino, di simpatia immediata e spontanea, rapace come un’aquila appunto, che non vuole lasciare nulla di intentato per centrare la vittoria.

 

Kübler e il Mont Ventoux

Indole da attaccante, carattere spavaldo, nell’estate del 1955, ancora in corsa per la vittoria finale al Tour, affronta per la prima volta il Mont Ventoux (le due volte precedenti in cui la corsa francese lo presentava in percorso, Ferdi non era al via). Lo svizzero parte deciso sui primi tornanti immersi nella macchia mediterranea della Provenza, ignaro delle difficoltà insolite che quella salita, vero e proprio percorso dell’anima, quasi mistico, presenta in maniera tanto insolita quanto subdola e senza appello.

Narra la leggenda che il francese Geminiani, ben consapevole del tipo di difficoltà che avrebbero dovuto affrontare, cerca di dissuaderlo dall’attaccare. Invano.

Negli ultimi chilometri della salita, in mezzo alla pietraia spazzata dal vento e sotto un sole infernale, Ferdi comincia a zigzagare, bava alla bocca. Scollina in qualche modo, poi in fondo alla discesa si ferma in un bar a rifornirsi, disidratato, risale in sella ma è talmente stordito dalla fatica da imboccare la strada nella direzione opposta a quella di gara. Arriva ad Avignone, in “cotta” clamorosa, ma il giorno dopo non si presenta al via.

 

Due immagini di Ferdi in piena crisi negl ultimi chilometri dell’ascesa al Mont Ventoux, tour de France 1955.

Un campione universale, completo, in grado di dominare anche nelle classiche delle Ardenne, vincendo due Liegi Bastogne Liegi e una Freccia Vallone e trionfando anche in una Milano – Torino a fine carriera. Per ben tre volte, nel 1950, 1952 e 1954 è primo nel Challenge Desgrange – Colombo, una sorta di classifica Pro Tour ante litteram, che conteggiava punteggi considerando i piazzamenti in tutte le più prestigiose corse, a tappe o in linea, a testimoniare la sua costanza ad altissimi livelli.

Questo è Ferdi Kübler, pochi giorni fa la sua ultima fuga, quando cominciavo a credere che fosse immortale.

Riposare in pace? Piuttosto che possa non rinunciare mai alla sua indole e scappare, andare in fuga appena può, senza paura. Niente riposo allora, solo sogni coraggiosi verso traguardi sempre nuovi.

Sempre a tutta, Allez Ferdi!

 

Kubler

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