Il vero grande merito di Stefano Pioli

Il ruolino di marcia di Stefano Pioli è strepitoso: da quando è sulla panchina nerazzurra solo il Napoli ha realizzato più punti (20) mentre l’Inter è a 19, questo per via di un pareggio (contro il Milan) e una sconfitta (proprio contro il Napoli) mentre gli azzurri hanno due pareggi e nessuna sconfitta. Le immediate inseguitrici sono la Roma a 18 a far compagnia alla Juventus (diamo per scontata la vittoria contro il Crotone, partita rinviata per la Supercoppa italiana e da giocare l’8 febbraio).

La classifica cambia se aggiungiamo anche la partita allenata da Stefano Vecchi: con quel turno, Inter a 22, le altre tre avversarie a 21. Un cammino complessivo da 2,44 punti per partita, mentre con Pioli è a 2,38. Una media strabiliante e che è al di là di qualunque cammino possibile, compreso squadra di vertice, se non quelle destinate a superare quota 90 punti. Oggettivamente sembra un numero fuori dalla portata tecnica di questa squadra, ma intanto sta durando e nel frattempo è giusto godersela così.

LA DIFFERENZA CON MANCINI

Chi ha avuto modo di seguire su altre piattaforme le discussioni sull’Inter di Mancini, quella che era prima in classifica, ricorderà quanto fossi estremamente critico nei confronti di quella squadra e di quell’allenatore, e la ragione era piuttosto semplice: non sono mai stato un seguace del “resultadismo”, ovvero di quella filosofia che Giampiero Boniperti descrisse con la migliore frase possibile, “Vincere non è importante: è la sola cosa che conti”.

(Questa parentesi è un semplice segnaposto per sostituire tutto un pistolotto su Bauman, società liquida e ansia da risultati che Vi avrebbe annoiati a morte). Taglio tutti dicendo che in passato ho scelto approcci più profondi del semplice risultato, in qualunque campo: il calcio, e in generale lo sport, non ne è stato esente.

La mistica del perdente? No, si tratta semplicemente dell’esigenza di avere un appiglio solido e non liquido, per tornare a Bauman (ma voi in realtà non ci siete mai andati). Il risultato è, per sua natura, cangiante,  condizionato com’è da moltissimi fattori, la maggior parte dei quali è incontrollabile; pur essendo influenzate da numerosi fattori, la personalità e l’identità sono per lo più frutto di scelte precise e ponderate.

Ecco perché l’Inter di Mancini, quella che era prima in classifica, non mi convinceva: perché faceva risultati senza avere un’idea, una personalità, un’identità. Era tutto figlio della casualità, dell’improvvisazione, dell’italianissimo “tirare a campare”. E se nella vita la cosiddetta “sostanza” prima o poi ti è necessaria per affrontarla (la vita) con criterio, nel calcio è quella caratteristica che ti consente di durare nel tempo a prescindere da certi condizionamenti esterni.

Guardate il Napoli: ha ceduto il capocannoniere del campionato, colui che aveva superato Nordahl (dopo 65 anni!) come numero di gol fatti in una sola stagione (solo Angelillo e Toni erano arrivati a superare quota 30 gol in Serie A), realizzando 36 gol in 35 partite. Già a pensarci è una mostruosità. Eppure, ceduto quello, il Napoli non ha perso identità, perché era Higuain a beneficiarsene di più (oggi, pur alta, ha una media realizzativa di 13 gol in 19 partite). Il Napoli di Sarri, ci piaccia o meno, aveva ed ha personalità e identità, cosa che ti lascia la convinzione che, a meno di gravi errori di mercato, l’anno prossimo vedremo comunque una delle squadre più belle d’Europa.

L’Inter di Mancini non aveva nulla di tutto questo (eppure, squadra che all’andata avrebbe potuto “uccidere” il campionato battendo una Juventus rabberciata…), e i risultati in sé erano figli di una contingenza che, presto o tardi, sarebbe venuta a mancare. Così com’è accaduto, con un ruolino di 31 punti in 21 partite nel 2016 (post Lazio), media che proiettata per un campionato sarebbe da 56 punti.

L’Inter di Pioli sta vincendo in abbondanza ma lo sta facendo in maniera nettamente diversa da quella di Mancini, e questo è un merito del tecnico. Beninteso, al di là della partita contro il Chievo, è una squadra che ancora deve trovare equilibri e soluzioni, così come abbiamo scritto nell’articolo che riportava le parole di Miranda:

Miranda e i numeri dell’Inter

Ma, nonostante gli errori e le problematiche che devono essere affrontati e risolti, quando l’Inter ha deciso di giocare, ha giocato anche un buon calcio.

Diamo a Mancini l’attenuante di una squadra certamente meno tecnica, ma anche l’aggravante di averla costruita lui con i vari Kondogbia, Podolski, Jovetic, Shaqiri, Santon, Montoya, Telles, Ljajic, Melo, e l’acquisto meno comprensibile di tutti, Eder, anche se va dato atto, nel complesso alla gestione di quel momento, di aver portato i vari Miranda, Murillo, Perisic, Banega, Ansaldi, Candreva, Brozovic che oggi ne costituiscono l’ossatura.

Quella di Pioli è certamente squadra dalla caratura tecnica superiore, nonostante sia anche più giovane nei ruoli chiave.

IL MERITO DI PIOLI

Abbiamo provato per un attimo, qualche settimana fa, a metterci nei suoi panni. L’Inter aveva battuto la Fiorentina, ma soffrendo le pene dell’inferno con un avversario in 10; poi aveva perso contro il Napoli e vinto amaramente (ah se avesse vinto contro l’Hapoel…) contro lo Sparta Praga in Europa League, e si trovava ad affrontare una squadra rognosa e difficile da incontrare, ovvero il Genoa. Un’Inter brutta, bruttissima, per larghissimi tratti inguardabile, senza gioco, senza neanche un’idea. Nell’analisi del giorno dopo scrissi:

Pioli ha colpe

Quando dico “è il pensiero di uno che pensa più a costruire un futuro e un’identità” mi riferivo a me stesso. E, nelle pagelle: “PIOLI 6: di stima, soprattutto per il realismo. Così però è difficile che si vada da qualche parte e la soluzione non può che essere estemporanea.”

Credo che la partita di Genoa sia stata uno spartiacque e che Pioli abbia compreso la natura della squadra proprio per la bruttezza estrema della prestazione. Dicevamo, avevamo provato a metterci nei suoi panni e ci siamo detti che probabilmente un po’ tutti avremmo dato a squadra e società quello che volevano: punti a ogni costo. O, almeno, quell’atteggiamento che ti fa credere che stai guardando al risultato piuttosto che al gioco o a altro: ed era il mio, personalissimo, maggior timore, dopo aver vissuto l’illusione che l’Inter aveva finalmente virato verso l’idea di “progetto” (dannazione, avevo promesso di non scriverlo!) e non del semplice e umorale “resultadismo”, cosa che mi aveva fatto vedere l’esonero di De Boer come la pietra tombale su ogni possibile tentativo di costruire un’identità, la voglia di “costruire”, di avere fondamenta… d’altra parte anche lo stesso Ferguson ci ha messo qualche anno prima dello scudetto, e l’Inter, per l’ansia di risultati subito, è al 7° anno zero.

Chi lo avrebbe rimproverato? Chi avrebbe avuto il coraggio di toglierlo dalla panchina? Pioli sarebbe rimasto a prescindere, quantomeno fino a giugno, soprattutto se avesse sposato la realpolitik del risultato a ogni costo. Anche a costo di giocare male. Anche a costo di perdere (vero Mancini?). Avrebbe potuto anche avere un solo obiettivo: sconfessare l’ex allenatore in tutti i modi, fare scelte opposte, mostrarsi “diverso” sotto ogni aspetto perché il precedente era stato talmente tanto mal digerito che il seguente avrebbe comunque avuto tutti dalla sua.

Per molti, quell’atteggiamento sarebbe stato il giusto viatico per la permanenza, per “giocarsi” persino la permanenza.

Non così per Pioli. O almeno, non così fino alla partita di Genoa, compresa. Un po’ oltre a dire il vero.

Perché il vero merito di Pioli non è nel risultato… se è vero che sono lontanissimo dalla filosofia del “risultato a tutti i costi”, è pur vero che anche con meno vittorie avrei sostenuto la stessa tesi. Il vero merito di Pioli è stato provare una certa via, e averlo fatto fino alla Lazio certamente (vedi Napoli e Genoa, o quei famosi “tempi regalati” a Sassuolo, Udinese e Lazio) ma di aver compreso che non è quella giusta, di avere cambiato in corsa. E non è un caso che gli aggiustamenti siano arrivati soprattutto nei secondi tempi.

Il vero grande merito di Pioli è stato quello di comprendere la natura di questa squadra, che non è fatta per difendersi, per avere la difesa bassa, per subire l’avversario e provare a ripartire in qualche modo: l’allenatore nerazzurro ha cavato il meglio dell’Inter proprio quando ha alzato il baricentro, quando ha chiesto a Miranda di marcare lui, e non Murillo, e di provare gli anticipi anche sulla trequarti avversaria, quando ha chiesto alla squadra di gestire il possesso palla pur con delle caratteristiche peculiari di verticalizzazione e rapidità, nonché di pressing, che sono della sua scuola.

Pioli se l’è giocata nel miglior modo possibile: essendo sé stesso, senza accontentare nessuno, senza soddisfare i palati dei vendicatori, senza rinnegare per forza qualcosa. Ci ha provato, ci proverà ancora forse, ma da persona intelligente qual è ha capito che non sarebbe andato da nessuna parte.

GLI ALTRI NUMERI

E se i numeri di quest’Inter dicono che c’è ancora tanto lavoro da fare, che comunque si subisce troppo, che c’è stata una grossa dose di fortuna (Chievo escluso) nel portare a casa molti di quei 19 punti, ce ne sono altri che ci rivelano questa natura.

Durante la partita contro il Chievo, su Facebook un commento su un post de ilmalpensante.com cattura la mia attenzione:

Effettivamente, fin lì, l’Inter aveva prodotto una quantità straordinaria di azioni dalle fasce. Al punto che completerà la partita con l’enormità di 70 cross/passaggi dalla fascia (dato Opta) nonostante la percentuale di passaggi giusti fosse bassissima (18,57%, in blu quelli a buon fine, in giallo l’assist di Candreva).

Una squadra alla quale si rimproverava troppo gioco sulla fascia, ma che sta trovando con continuità soluzioni praticamente solo sulla fascia, perché è lì che si concentra il suo maggior talento creativo e ormai da più partite le azioni chiave si svolgono da lì: sembrava un ritorno al passato, ma in realtà è l’esaltazione delle caratteristiche dei singoli, perché nessuno, almeno in Italia, ha due ali con questa qualità nel cross.  L’Inter di Pioli crea il 44,7% delle sue azioni chiave dalla fascia (i “passaggi chiave” più vicini al 50%): l’Inter di FDB si fermava a 38,2%.

Non è frutto di casualità: contro Udinese 30 cross, contro la Lazio 34, contro il Sassuolo 34… contro il Genoa? 19. Numeri che si accentuano anche a causa dell’involuzione sia di Banega che di Joao Mario, tanto da farci propendere per l’idea che la prossima si possa giocarli addirittura senza entrambi.

Altro paradosso, per chi si aspettava una lama a recidere il passato, è il bilanciamento in campo: all’Inter si rimproverava un atteggiamento troppo alto e aggressivo. Già detto che, anche con Pioli, appena rinuncia a questo modo di giocare, soffre, soffre terribilmente, contro il Chievo l’Inter registrerà oltre 62 metri baricentro (altissimo, se non erro il 2° o 3° stagionale, controllerò) e ha macchiato le belle distanze del primo tempo solo con parte del secondo troppo sfilacciata (finirà con 27 metri di lunghezza media). E ogni volta che ha alzato il baricentro, ha giocato meglio: perché migliorano gli spazi, le coperture, la possibilità di coprire le linee e di difendere meglio.

Così come la storia del “possesso palla”. Contro Genoa e Napoli quasi pari (51%): contro Chievo 64%, Udinese 54%, Lazio 54%, Sassuolo 58%, Milan 65%. Questa squadra nasce per avere la palla tra i piedi e gestire il gioco, ce l’ha nelle corde, nelle qualità tecniche individuali, nella capacità di gestire la palla: e in questo senso anche l’infortunio di Medel ha aiutato Pioli a cercare e trovare soluzioni adeguate a metà campo.

Altro paradosso, quello della difesa a 3 e del trasformismo dei “troppi moduli”. Dopo la partita contro il Milan, Pioli disse che nessuno si era accorto che l’Inter aveva giocato a 3 nel secondo tempo. Ho rivisto quella partita e non ho visto alcuna traccia di difesa a 3, se non per quelle condizioni fisiologiche imposte dall’azione e che sono naturali anche nella difesa a 4. Ma da quel momento in poi, più di una volta durante la partita ha difeso a 3, come contro il Chievo nel secondo tempo quando c’era da recuperare: Pioli in campo ha cambiato molto più spesso di quello che ci si aspettasse, mutando la squadra anche più di una volta a partita e anche con più di 3 moduli a partita.

Il grande merito non è quello di avere “cambiato”, ma quello di essere riuscito a resistere, pur tentando, al cambiamento a tutti i costi. Di essere riuscito a rimanere sé stesso. Con i pregi umani che gli si possono riconoscere nell’avere stretto un rapporto diverso con i calciatori, in questo aiutato da una società e da un ambiente palesemente, e stra-giustamente, a protezione del tecnico… e non va mai sottovalutata la costante presenza di Steven Zhang in tribuna. E così, anche gli scontenti, come dice Eder, si lamentano meno.

Altro merito, indiscusso, è quello di avere convinto alcuni a interpretare il proprio ruolo in maniera diversa. Penso soprattutto ai terzini, alle due ali e a un Icardi che sta finalmente muovendosi di più, pur con delle prestazioni con poco movimento anche tra le ultime.

IL FUTURO

Bravo Pioli a esplorare le potenzialità di questa squadra, colorandola con le sue caratteristiche di tecnico: più velocità, trame meno elaborate, meno aggressività sui tackle e sulle linee di passaggio. Gli ha detto bene, come è facile sostenere, anche la fortuna, ma la sorte aiuta anche chi sa cercarla con convinzione.

Non sarà sempre tutto rose e fiori e ci saranno momenti peggiori, sconfitte e incomprensioni. Scommettiamo anche che prima o poi l’ambiente tornerà a essere più teso perché la “pace” con i media non può durare in eterno… non è roba da Inter e lo sappiamo.

Ma Pioli deve insistere su questa strada, pensare in grande, costruire una squadra con chiara identità e specificità, che sappia essere sé stessa sempre, senza rinunciare alle proprie peculiarità. I punti e la classifica contano, e conteranno, ma tutti sappiamo che è un’impresa improba: deve continuare a 2,2 punti a partita per superare quota 75 e francamente nessuno chiede questo genere di miracoli. Il che non vuol dire che sia stato perfetto o che non ci sia nulla da “rimproverargli”, anzi, gli appunti ci sono e sono tanti.

Ma se sarà questa la strada maestra, potrà diventare anche una base adeguata per costruire qualcosa di importante, che non significa “risultati a tutti i costi”, ma che abbia a che fare con i concetti di futuro, programmazione, pianificazione, solidità e quello dannatissimo di “progetto”.

Perché sono le idee che alla lunga vincono. E se sono buone e guardano avanti, Pioli può rimanere benissimo lì dov’è.

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