Apologia di (un) Kovacic

Mateo Kovacic è il calciatore di cui avrei voluto più di tutti innamorarmi. Più di tutti gli altri.

Non solo più delle altre mancate promesse, ma anche più di quelli che le promesse le hanno mantenute.

Può sembrare incredibile, in una squadra in cui sono transitati fior di campioni, ben più forti, completi e soprattutto realizzati come calciatori rispetto al buon Mateo. Ma è così.

Cioè, ad esempio, non ho mai sperato che Alvaro Recoba esplodesse definitivamente come fuoriclasse tanto quanto l’ho sperato per Kovacic. E stiamo parlando del giocatore, il Chino, che più di tutti incarna il concetto di talento purissimo, ben più del giovane croato (e probabilmente ben più di qualsiasi altro calciatore del pianeta).

Ma Mateo Kovacic, per un buon periodo, è stato uno dei pochissimi motivi – forse l’unico – per cui ho seguito le partite dell’Inter.
Certo, il periodo storico ha aiutato in tal senso. Sempre rimanendo al parallelo con Recoba, al tempo del Chino c’era molti altri motivi per seguire l’Inter, a prescindere dalle sue prestazioni.

Difficilmente comunque ricordo di aver riposto tutte le mie speranze su di un calciatore della mia squadra come ho fatto invece per Kovacic. Anzi, in realtà un altro c’è stato: risponde al nome di Dennis Bergkamp, che ho amato, coccolato, viziato e difeso contro tutto e tutti, anche contro il mio io razionale che non poteva non vedere lo scempio prodotto durante le sue lunghissime, interminabili due stagioni alle nostre latitudini.

Ma a Bergkamp non concedo le attenuanti che invece concedo a Mateo. Perché la sua carriera all’Arsenal ha dimostrato che buona parte delle colpe di quel fallimento sono da ascrivere a lui.

Mentre per Mateo è diverso. Intendiamoci, non è stata tutta colpa degli orchi cattivi: se a 18 anni vieni acquistato da una squadra blasonata, che per te arriva a sborsare circa 15 milioni di euro, vuol dire che il potenziale su cui lavorare c’è. E così come è compito della società farlo venire fuori, è altrettanto compito tuo lavorare su te stesso per lo stesso obiettivo.

Ma, a mio modo di vedere, Kovacic, da solo, può assurgersi tranquillamente a simbolo supremo della sciagurata fase post-Triplete della nostra beneamata.
Ovvero un calciatore, potenzialmente fenomenale come si conviene ad una squadra prestigiosa come la nostra, ma al tempo stesso terribilmente incompiuto, proprio come si conviene ad una grande in profonda crisi come la nostra squadra in quel (questo?) periodo.

E, a memoria, nessun altro calciatore, nel bene o nel male, ha mai rappresentato da solo un qualsivoglia periodo storico della nostra squadra.

L’allenatore di campo VS il manager inglese

Walter Mazzarri è stato l’allenatore che è andato maggiormente vicino a farmi disamorare dell’Inter. Non ci sarebbe mai riuscito, così come nessun altro, ma lui è quello che appunto ci è andato più vicino. Al netto di Lippi che ovviamente fa storia a sé.

E dico questo nonostante i risultati non siano stati certo i peggiori da quando sono tifoso, anzi. Negli ultimi 30 anni ci sono stati allenatori decisamente peggiori del vate di San Vincenzo. Ma nessuno come lui mi ha mai allontanato così tanto da quel pathos, da quella adrenalina, da quell’ansia che ha accompagnato ogni singolo minuto della mia vita di tifoso.

Mateo Kovacic, nella sua esperienza neroazzurra, ha avuto due allenatori. E, per motivi totalmente differenti l’uno dall’altro, erano i due peggiori allenatori che gli potessero capitare.

I suddetti due allenatori non potrebbero avere caratteristiche più diverse l’uno dall’altro. Non vi è un solo punto in comune tra di loro.

Mazzarri e Mancini hanno rappresentato un forte ostacolo allo sviluppo del Kovacic calciatore, come detto per motivi opposti.
Walter Mazzarri è un allenatore cosiddetto “di campo”, che ama lavorare tanto durante la settimana, studiare ogni piccolo dettaglio, analizzare e sviscerare ogni singolo aspetto della propria squadra e degli avversari.

Di conseguenza avrebbe potuto lavorare sul Kovacic calciatore riguardo alla ricerca, alla definizione ed infine allo sviluppo delle sue caratteristiche tecnico-tattiche che maggiormente avrebbero potuto fargli fare la differenza in campo. Avrebbe potuto aiutarlo meglio di tanti altri nella specializzazione in uno o più ruoli, nell’inquadrarlo nitidamente all’interno dei meccanismi di una squadra, al fine di limitare i difetti tattici e/o fisici e al contempo esaltarne i pregi.

Analogamente, Roberto Mancini sarebbe stato l’allenatore ideale per sviluppare le qualità umane e caratteriali del giocatore croato, per impiantare cioè su un base tecnica, tattica ed agonistica finalmente chiara e precisa, un grosso lavoro di crescita mentale.

Chi meglio di lui avrebbe potuto fargli fare quel salto di qualità mentale, necessario per i giocatori di talento come Kovacic che viaggiano sempre sul filo dell’indolenza/anarchia, per farlo diventare una stella assoluta nel panorama calcistico mondiale?

Qualcuno che sapesse insegnargli i trucchi del mestiere, che gli insegnasse a non aver paura, a prendere decisioni in campo, ad assumersi responsabilità, a provare giocate fuori dal comune.

Qualcuno che, insomma, lo facesse diventare un leader.

Non un trascinatore, attenzione, perché il buon Mateo non ha la personalità per diventare un condottiero; ma un leader in campo sì, qualcuno a cui sai che puoi sempre affidare il pallone perché, nella peggiore delle ipotesi, non lo perde e, nella migliore, ti tira fuori la giocata decisiva.

Nessuno meglio di Roberto Mancini avrebbe potuto.

Eppure, nessuno dei due è riuscito nel proprio obiettivo. Ma non ci sono andati nemmeno vicini. Ma neanche di striscio.
Perché il buon Walterone era troppo prigioniero delle sue ansie e delle sue paure, attanagliato dai fantasmi delle bottigliette d’acqua addentate e delle maledette piogge torrenziali, per poter anche solo pensare di lavorare, con pazienza e serenità, sulle caratteristiche tecnico-tattiche di un giocatore sicuramente talentuoso ma comunque oggettivamente difficile da inquadrare.

In una squadra costantemente sull’orlo del baratro mentale, a cui aveva trasferito ogni sua piccola ansia da prestazione, che aveva timore persino di una squadra di dopolavoristi islandesi, come poteva prendere da parte il timido e spaesato Mateo per insegnargli calcio come si deve?

E ovviamente, se questo lavoro di campo non era stato fatto da Mazzarri, pensate che avrebbe potuto farlo uno che ormai si è quasi completamente distaccato dal lavoro in campo per assumere sempre più un ruolo di manager all’inglese?

Figuriamoci.

Ed ecco che allora anche il lavoro sulla testa del giovane croato non ha neanche avuto motivo di materializzarsi, visto che il propedeutico lavoro di cui sopra non era stato nemmeno abbozzato.

E, intendiamoci, non che Mancini si sia fatto il mazzo per provarci lo stesso, eh.

Ecco, io non glielo perdonerò mai.

Tutti e due hanno avuto la possibilità di regalarmi un beniamino assoluto, uno di quei giocatori tanto veloci nel pensiero quanto semplici ed efficaci nelle giocate.

Uno di quelli, insomma, che cerchi a tutti i costi di imitare goffamente nelle tragiche partite di calcetto del giovedì. E invece, dulcis in fundo, arriva il Real Madrid che, con un’offerta monstre, di quelle che ti fanno pensare che alloraforsenontuttoèperdutoeancheseconunaltramagliamamagaripuoilostessodiventareunfenomeno, se lo porta via.

Via da un sogno, via da una speranza. Via da un sentimento latente mai completamente sbocciato.

Ma, anche qui, nonostante il blasone della società, forse la scelta peggiore che avrebbe potuto fare.

IL PARALLELO CON COUTINHO

Nonostante non sia stato amato tanto quanto Kovacic, anche se oggettivamente tutti noi avevamo già all’epoca un’ottima opinione di lui e sul suo talento, Coutinho è sicuramente il calciatore più simile a lui tra quelli transitati dalle nostre parti.

Con l’aggravante che è stato sacrificato per due spicci in nome del ridimensionamento economico, che altro non è stato che un vertiginoso ridimensionamento tecnico senza alcun beneficio economico, portato avanti dal duo Moratti-Branca in epoca pre-asiatica.

Ma perlomeno nel caso del brasiliano, la piazza Liverpool si è rivelata perfetta per una insperata esplosione del giovane calciatore.

Una piazza sufficientemente prestigiosa, e quindi fonte di quella pressione/stress necessario per crescere caratterialmente, ma al tempo stesso non così competitiva da dover necessariamente richiedere giocatori fatti e finiti, pronti per essere buttati nella mischia e a cui chiedere da subito di fare la differenza.

Come dite? Analogie con la nostra piazza attuale?

Sì, ma lo sapete come siamo fatti noi nel valorizzare potenziali inespressi.

Invece il Real Madrid non è proprio la squadra in cui ti immagini che un giovane calciatore possa crescere in tranquillità, lavorando sui propri difetti, migliorandosi come uomo e come calciatore, in un ideale contesto fatto di pressione esterna e possibilità di fallire, almeno nel breve.

COSA SAREBBE STATO?

Kovacic sarebbe potuto diventare qualsiasi cosa. Se devo immaginarlo come un campionissimo affermato, ho almeno 4 scenari diversi davanti agli occhi: trequartista, regista basso, mezz’ala, alla Sneijder. E forse è proprio questo che lo ha fregato.

Ne parlo al passato anche se ha soltanto 22 anni perché in un articolo così malinconico non può esserci il lieto fine.

Ma ovviamente invece è ciò che più gli auguro, perché ancora oggi, quando mi capita di vedere una partita del Liverpool, non posso fare a meno di gioire per quel piccolo talento brasiliano che corre per il campo con una personalità, un’audacia ed una efficacia che mai mi sarei aspettato di vedere, soprattutto in un campionato come quello inglese dove, nella mia ignoranza calcistica, non ci ho mai visto bene i brasiliani come lui.

E quindi spero di cuore che anche Mateo, un giorno, possa correre per il campo con la stessa personalità, la stessa audacia e la stessa efficacia.

Ma adesso è il momento dei rimpianti, di ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, per la sua carriera, ma soprattutto per la mia personale classifica dei beniamini.

Perché di Mateo mi sarei proprio voluto innamorare.


ilMalpensante Vi ricorda…

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