Conte, Simeone o Pioli: i pro e i contro del prossimo allenatore dell’Inter (pt. 1)

Il dibattito è deflagrato in maniera inequivocabile e rumorosa proprio nel periodo della pausa per gli impegni delle nazionali, forse perché non c’era molto su cui scrivere, forse perché c’è sempre voglia di mettere zizzania in casa Inter o forse semplicemente perché c’è qualcosa di vero nelle voci che vorrebbero Pioli con un piede fuori dall’Inter.

Ci siamo già esposti in passato (recente e meno recente) su come sono state gestite queste informazioni dalla stampa, da quale parte sembrano provenire e essere indirizzate. Per quanto riguarda Conte ci è sembrato chiaro, sin dall’inizio, che le voci fossero eccessivamente vicine al suo entourage: la cassa di risonanza è sempre stata Tuttosport, tra l’altro con una singolarità, ovvero più forte all’approssimarsi di partite importanti della Juventus. Ne abbiamo parlato a inizio marzo qui:

Perché Conte non sarà allenatore dell’Inter

Nell’ultima settimana abbiamo avuto, però, alcune evoluzioni.

Temporalmente la sequenza è piuttosto chiara. Il Corriere dello Sport è il giornale che, quest’anno, si è rivelato il più informato dei fatti in casa Inter, al punto di essere anche il primo a lanciarsi violentemente contro Frank De Boer: ricorderete certamente il titolo “Frank di Burro”, ed era solo il 29 Agosto. Inoltre è stato il primo a dare per certo l’arrivo di Pioli (forse persino troppo presto!), oltre ad essere stato il giornale che ha rivelato l’ingresso di Zola nel lotto degli allenatori che l’Inter stava valutando per il post FDB.

Insomma, sembra che i rapporti tra la dirigenza Inter e il Corriere siano ottimi e tutto quello che dice il Corriere sull’Inter deve essere tenuto più in considerazione che da altre parti. E il CdS, il 30 marzo, va in prima pagina con Pioli confermato dall’Inter:

Ovviamente il tempo è fondamentale in queste cose e, piuttosto che aspettare l’indomani con Tuttosport, ci ha pensato ESPN a parlare di un rinnovo di Conte a rischio. Il motivo del contendere non sarebbe il mancato rinnovo, che non sarebbe una priorità per Conte, bensì la messa in discussione dell’attuale parco tecnico della squadra. Conte sa benissimo che l’anno prossimo sarà un anno completamente diverso: se non ci saranno cataclismi in Premier, ci sarà la Champions da giocare e tanti impegni. Una qualunque cessione importante potrebbe far perdere gli attuali equilibri a questa squadra.

In gioco ci sono le posizioni di Courtois, fortemente cercato dal Real Madrid (in parte anche dall’Atletico, ma sono cifre inarrivabili per i colchoneros), quella di Eden Hazard, anch’egli corteggiato dal Real Madrid, e soprattutto di Diego Costa. Il brasiliano (naturalizzato spagnolo) ha confessato di essere stato vicino al ritorno in Spagna l’estate scorsa e, pochi giorni dopo, Simeone ha detto pubblicamente che l’importanza Diego Costa per l’Atletico era paragonabile a quella di Messi per il Barcellona: i due, a quanto pare, si continuano a corteggiare e in molti scommettono che tornerà all’Atletico.

Per la prima volta, però, non è stato Tuttosport a diffondere una notizia dell’insoddisfazione di Conte: finora erano tutte partite da lì. Ed è un passaggio importante, perché anche le parole a ESPN sembrano provenire sempre direttamente dall’entourage di Conte: il linguaggio è abbastanza chiaro, così come i dettagli e il tipo di richieste. E sembra proprio una risposta all’articolo di ESPN.

Tuttosport, ovviamente, non poteva rimanere estraneo, così per due giorni ribatte la notizia: prima replicando la notizia di ESPN (aggiungendo qualche pepato dettaglio):

Tuttosport

Il giorno dopo affondando con le parole del manager di Conte, Andrea Pastorello: Se vinci un campionato – dice il procuratore – e apri il ciclo l’obiettivo è dare continuità. Ma se arrivano offerte da club di livello possono capitare nuove opportunità, soprattutto con i club storici”:

Insomma, a Londra non devono aver preso sul serio Tuttosport fino ad ora e sembra sia stato necessario mettere il carico pesante.

Il primo effetto è stato quello di una larga spaccatura all’interno della tifoseria interista. Con Simeone ormai più defilato (ha praticamente detto che resta anche l’anno prossimo, benché le parole nel calcio non è che contino poi così tanto…), Pioli ancora sotto esame, la figura di Conte si erge pericolosa all’orizzonte.

Ma quale dei tre tecnici fa davvero al caso dell’Inter? Oggi affrontiamo l’argomento parlando di Stefano Pioli, domani e dopodomani affronteremo le questioni legate a Diego Pablo Simeone e Antonio Conte. Non tratteremo di altre opzioni fantasiose, così come non parleremo di Spalletti, perché ci sembra al momento l’ipotesi meno probabile (ma non del tutto improbabile), né di Capello, perché sarebbe lo scenario peggiore.

Questo articolo nasceva per trattare di tutt’e tre, ma parlare di Conte e Simeone ha preso sin troppo spazio…

STEFANO PIOLI

Su Pioli mi sono espresso più e più volte: chi ha voglia di approfondire potrà trovare una sorta di riepilogo nell’articolo di un mese fa:

I perché delle nostre critiche (e degli elogi) a Pioli

Per chi ha meno voglia, faccio un riassunto. Pioli ha vissuto la sua esperienza all’Inter in un momento molto particolare del calcio italiano, in cui la Serie A ha mostrato tutta la sua straordinaria debolezza, con una dozzina di squadre che hanno ricevuto il responso, o quasi, già a inizio novembre.

Chi si spella le mani nel plaudire Pioli per la strabiliante media punti deve anche fare la tara a questa media punti. L’Inter del Triplete vince con 82 punti, alla media di 2,157 a partita: per gran parte della sua avventura all’Inter, Pioli ha viaggiato a medie più alte. Liberi di pensare che questa squadra e questo tecnico siano migliori di quelli che abbiamo visto nel 2009-2010.

Oppure, liberi di pensare che questo campionato sia oggettivamente più facile. A darne la riprova è la straordinaria media punti delle 6 squadre di testa… almeno considerando il periodo che va dall’insediamento di Pioli a oggi:

La media punti dice:

Juventus 2,44
Napoli 2,389
Roma 2,33
Inter 2,111
Lazio 2,11
Atalanta 2

Riportate a 38 partite significherebbero ben cinque squadre sopra gli 80 punti! Con l’Atalanta che finirebbe a 76 e la deludente Fiorentina che sarebbe ad un soffio da quota 70 nonostante il 7° posto.

Fatta questa tara, non si può comunque negare il discreto lavoro svolto, anche merito di una società evidentemente più presente e una squadra più responsabilizzata e più vicina al tecnico, indipendentemente se questi sono meriti diretti di Pioli o meno. Almeno fino ad un certo punto, ovvero finché Pioli ha mantenuto la barra dritta e seguito un percorso preciso: a partire dalla Juventus in poi, con gli esperimenti della difesa a 3, con Medel difensore, con cambi cervellotici, Pioli ha realizzato 13 punti in 8 partite, 7 nelle ultime 5.

Ma la tara va fatta, perché il vero banco di prova per Pioli erano e saranno le grandi sfide, al netto degli inciampi tipo Sampdoria. Tre le ha già perse, tutte piuttosto malamente: contro la Juventus ha giocato solo 20 minuti alla pari (e anche meglio) salvo poi sparire definitivamente nel secondo tempo, anche se qui c’è la scusante dell’eccesso di nervosismo a causa della direzione di Rizzoli; contro la Roma, una delle partite peggiori della stagione con un inguardabile e improponibile 3-6-1; e contro la Lazio in Coppa Italia, partita che probabilmente ha generato quella paura che poi ha costretto la squadra a schierarsi in maniera innaturale nel quartetto di sfide contro Juventus, Empoli, Bologna e Roma.

Ci sono ancora Napoli, Milan, Lazio e Fiorentina da giocare, di cui solo il Napoli sembra ancora fuori portata per maturità e completezza dell’organico: e sarà in queste 4 partite che Pioli dovrà anche dimostrare coraggio, tenacia, convinzione e soprattutto identità.

Inoltre va detto che, nel novero delle peggiori prestazioni stagionali, alcune sono proprio sotto l’egida di Pioli: Genoa, Napoli, Roma, Bologna, che si affiancano a Atalanta e Hapoel della prima parte. Oltre a una serie di parziali letteralmente regalati all’avversario che, in condizioni diverse, non avrebbero lasciato indenne l’Inter: penso alle partite contro Udinese o Sassuolo, Fiorentina o Lazio di campionato.

Qual è la vera dimensione di Pioli? L’idea, condivisa con molti lettori, è che a Pioli manchi quel quid in più per fare il gran salto di qualità, come dimostra anche la sua storia nella Lazio, come scrivevamo al suo arrivo all’Inter:

Vero, l’anno prossimo sarà un campionato diverso: la Fiorentina e il Milan saranno probabilmente ancora fuori dai giochi, la Roma e la Juventus probabilmente con un nuovo allenatore, e solo il Napoli sembra sia in grado di garantire continuità tecnica e tattica. Pioli potrebbe bastare, nonostante brutte prove come Genoa o Sampdoria, a patto di un mercato di qualità: per la serie “non puoi fallire”, contando anche sulla continuità in panchina. D’altra parte, cambiare per cambiare non ha mai portato nulla di buono.

Ma cosa significa farsi bastare un allenatore? L’Inter ha rinunciato a gennaio a Miangue, che con De Boer aveva visto il campo e sembrava potersi giocare un posto ad armi pari con Nagatomo, Santon e Ansaldi, quest’ultimo prima sacrificato all’altare della centralità difensiva di Medel, poi recuperato per sopraggiunta impraticabilità della difesa a 3. Joao Mario e Barbosa sembrano decisamente spariti dai radar, con il portoghese protagonista di soli 46 minuti nelle ultime partite: un ostracismo difficilmente spiegabile.

Così come lo è la mancata convivenza tra Banega e lo stesso portoghese: all’arrivo di Pioli ci eravamo espressi chiaramente su questo punto, difficile che li avremmo visti insieme in campo. Ma da qui a non provarci sostanzialmente mai ce ne passa… e invece è successo. Murillo (24 anni) messo da parte (e sul mercato) per fare spazio all’adattato Medel (30 ad agosto), a prescindere dall’avversario.

La domanda è spontanea: con la Champions fuori portata, cosa si è costruito per il futuro? Ce lo chiedevamo già dopo la partita contro il Genoa, in un discorso inficiato, nei numeri, dall’imprevedibilità di un campionato improvvisamente spento, ma non nella sostanza:

Si è recuperato Kondogbia alla causa, ma si è riperso (stavolta, credo, definitivamente) Brozovic; si è rimasti impantanati con Icardi isolato al centro; si è insistito su Candreva (soprattutto) e Perisic nonostante la necessità di entrambi di rifiatare.

Ecco, l’impressione è che l’anno prossimo sarà ancora un anno zero, e la cosa che la rende ancora più terribile è che lo sarà anche con Pioli in panchina. E sarà l’ottavo anno zero.

Il buon Stefano sembra inadeguato a prescindere: lo è se si vuole costruire, perché è chiaro già da questi mesi che le prospettive e i pensieri dell’allenatore vanno in direzioni opposte; lo è se l’obiettivo è vincere qualcosa o essere competitivi, maledettamente subito, a meno di una campagna acquisti di grandissimo livello. Ma a quel punto sarebbe competitivo praticamente chiunque, e c’è chi darebbe maggiori garanzie di Pioli.

L’unica vera àncora di salvezza per l’attuale allenatore? Un posto in Champions League, per quanto inarrivabile al momento.

Antonio Conte

Il nome più in voga al momento è Antonio Conte: per qualcuno si tratta dell’anticristo, per qualcun altro l’unica garanzia di vittoria.

Chi ha ragione?

Per molti tifosi, Conte è l’incarnazione della peggiore Juventus possibile: capitano delle squadre di Lippi e della triade Moggi-Giraudo-Bettega; presente e interrogato nel processo che vide la Juventus coinvolta con sospetti di doping e abuso di farmaci, come riportato in questo articolo de La Repubblica (cliccate sull’immagine per aprire l’articolo originale):

Non solo questo, ma anche le recenti rivelazioni che lo vorrebbero implicato in prima persona nella questione “Curva-‘ndrangheta”, come riportato da diversi giornali in questi giorni:

E da non dimenticare anche la squalifica sportiva di 4 mesi per l’omessa denuncia della combine tra Albinoleffe e Siena, mentre nel processo civile (rito abbreviato) è stato assolto per “non avere commesso il fatto”.

Il concetto non è alieno: il tifoso interista sa benissimo che l’allenatore deve anche creare empatia con l’ambiente. I media non sono amici dell’Inter e, se manca unità di intenti e di prospettive, il rischio è l’implosione. Il caso più eclatante è quello di Marcello Lippi, una vera e propria bomba a mano dentro lo spogliatoio nerazzurro; si difendono i “pro” portando l’esempio di Trapattoni.

Va detto che la storia di Conte è più vicina a quella di Lippi che non a quella del Trap, e la sua juventinità è persino più marcata: quasi 13 anni da calciatore e tre da allenatore non sono poca roba. Difficile non essere identificato con i colori bianconeri, anche se Conte ha fatto molto per rimanere legato sì, ma non proprio identificato, almeno come allenatore. Il problema è che poi spuntano video così e passano molti dubbi:

Il problema di fondo è che Conte non ha praticamente mai dovuto gestire una situazione davvero difficile e all’Inter i primi insuccessi sarebbero un vero problema: altro che “paracadute” Chelsea, come raccontato nell’articolo riportato all’inizio.

Non solo, dovesse arrivare un Juventus-Inter come l’ultimo, come reagirebbe Conte? Con quale spirito? Con quale credibilità potrebbe lamentarsi di eventuali torti arbitrali?

Il cortocircuito è bello che servito.

CONTE VINCENTE

Ma per coloro che ne sponsorizzano l’arrivo, l’argomento principe è che Conte è un vincente, per moltissimi un top, e per non pochi addirittura uno dei migliori 3 tecnici attualmente disponibili.

E qui il cortocircuito diventa mio, perché anche su Conte sarebbe necessario fare la tara, perché fino ad oggi, a partire dal primo anno di Juventus, Conte è sempre stato nelle condizioni per vincere qualcosa ed essere davvero competitivo.

La premessa al discorso che segue è che non si vuole sminuire Conte come allenatore, bensì calarlo nel contesto storico e mediatico in cui ha operato.

Ha avuto, da sempre, una spinta mediatica non indifferente. E con “da sempre” significa anche nella sua esperienza a Bari, quando si è cominciato a favoleggiare del fantomatico 4-2-4 tutto attacco e fantasia. Ma non è tutto, come vedremo più avanti.

Il primo anno di Juventus fece seguito alla disastrosa Juventus di Del Neri. L’attuale tecnico dell’Udinese aveva tutto sommato retto nel girone d’andata, a 5 punti dal secondo posto, qualche pareggio di troppo e una difesa fragile (24 reti subite, il Milan a 17, l’Inter a 19) ma buona produzione gol (33 reti, secondo attacco della Serie A). Ma Del Neri era assolutamente estraneo all’ambiente bianconero e a gennaio c’è una svolta improvvisa; è Tuttosport, come sempre, la cartina di tornasole: il mercato di Gennaio è davvero ridotto al lumicino con soli colpi a parametro zero o quasi, con il solo “colpo” Barzagli a distinguersi, più per le prestazioni successive che non per le attese di quel momento. Era chiaro che la Juventus aveva scaricato Del Neri.

L’arrivo di Conte era nell’aria e il ballottaggio di qualche mese con Mazzarri era sembrato più un tira-e-molla dirigenziale chissà a quale scopo (che enorme sliding door!). La Juventus piazza subito dei buoni colpi: Vidal, Lichtsteiner, Vucinic e soprattutto lo svincolato Pirlo, ovvero 4 buoni colpi in grado di cambiare il volto di una squadra. Qualcuno cita Vucinic come esempio della “scarsezza” della rosa, dimenticando che in realtà in quel momento era uno degli attaccanti del momento e contribuì in due stagioni con 20 gol e 20 assist in campionato, risultando determinante per circa il 30% dei gol.

In quel 2011-2012, le squadre di testa della Serie A si suicidano in massa, soprattutto due delle possibili contendenti: l’Inter con la scellerata scelta di Gasperini e la Roma con il corpo estraneo e mai digerito Luis Enrique. Il Napoli e la Lazio non sembravano neanche attrezzate per un campionato di testa, al punto da vedere terza persino l’ottima Udinese di Guidolin.

Per comprendere la portata qualitativa di quella stagione, basta guardare la classifica: Juventus 84, Milan 80 e dietro il vuoto, con Udinese 64, Lazio 62, Napoli 61, Inter 58, Roma 56. Per dire, l’Inter di oggi è a 3 punti da quell’Inter.

L’unico avversario vero è il Milan, che può contare su una buona squadra, impreziosita soprattutto da Ibrahimovic, in grado di cambiare da solo le sorti di un campionato. Ma quello è un Milan anche sfortunato: collezionerà talmente tanti infortuni da finire con soltanto 5 giocatori sopra i 1700 minuti giocati in stagione, mentre la Juventus ne avrà una dozzina. Falcidiati Flamini, Pato, Gattuso, Boateng, Nesta, Cassano, Robinho e tanti altri, al punto che Allegri (allora allenatore del Milan) non fu mai in grado di schierare una potenziale formazione titolare. Nonostante questa infinità di problematiche finische condizionanti (ricordo una statistica parziale a fine aprile: significano oltre 240 giornate di assenza in stagione!), il Milan contese il titolo che trovò il suo punto di appoggio nello scontro diretto, a febbraio 2012: la partita del famigerato “gol di Muntari“. Altra sliding door pazzesca visto che per qualcuno, al tempo, non ci sarebbe stata vittoria bianconera senza quell’episodio; per qualcuno, anni dopo, non sarebbe mai cominciato questo ciclo senza quel gol. E senza alcuni episodi arbitrali più che dubbi, come sempre: ma qui il discorso si allargherebbe a dismisura.

La formazione potenzialmente titolare era questa: Buffon Barzagli, Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner, Pepe, Marchisio, Pirlo, Vidal, Vucinic Del Piero/Matri. Non migliore del Milan, ma con 240 giornate di infortuni…

Ad agevolare il cammino (e a far rendere di più la rosa) la mancanza di coppe europee sarà determinante: il Milan arrivò ai quarti, mentre l’Inter si fermò agli ottavi. In Coppa Italia, invece, Conte fu sconfitto dal Napoli per 0-2.

L’anno successivo, parliamo della stagione 2012-2013, gli avversari di Antonio Conte, se possibile, fanno ancora peggio. Berlusconi decide che è il momento di dire basta con i grandi investimenti e cede due delle colonne portanti della squadra, ovvero quei calciatori che trasformavano una buona squadra in una squadra temibile: Zlatan Ibrahimovic al Barcellona e Thiago Silva al PSG. In entrata solo Montolivo e De Jong apportano qualcosa in più, mentre falliscono Krkic e Pazzini: l’unica vera avversaria della Juventus è in disarmo.

Non ci vorrebbe molto per rimettere in corsa l’Inter, ma il mercato si rivela ancora una volta sbagliato: Silvestre, Pereira, Mudingayi, il ritorno di Jonathan, il riscatto di Guarin, il prestito di Gargano, sono tutte operazioni più o meno deficitarie, con due soli colpi azzeccati, ovvero Handanovic e Palacio. Ma ad aggravare tutto c’è l’acquisto di Antonio Cassano, momento in cui si delegittima l’allenatore in carica (Stramaccioni) e lo si mette in una difficoltà imprevista e imprevedibile. La prima parte di stagione va bene ma, dopo avere violato per la prima volta il Conad Stadium, succedono due cose: da una parte, una collezione di orrori arbitrali esagerati, un accanimento visto raramente contro una singola squadra; dall’altra, un mercato invernale masochistico e di pura follia: vada per l’acquisto di Kovacic, ma la cessione di Sneijder (centrale nel gioco di Strama) fu un vero suicidio, fatta per dare spazio a Cassano; così come la cessione di Livaja, unica punta di riserva… mentre in entrata si registravano Kuzmanovic, Schelotto e più tardi persino il vecchietto Rocchi.
Molti tifosi interisti ricordano poco e male, e soprattutto fanno un gran torto a Stramaccioni, pensandolo come il grande responsabile di quella stagione. Ma per comprendere fino a che livello arrivò quell’Inter, basti citare una delle ultime partite: Handanovic; Pasa, Cambiasso, Juan Jesus; Nagatomo, Kovacic, Kuzmanovic, Pereira; Guarin, Alvarez; Rocchi.

La Roma decide di perseverare nell’errore, prendendo Zeman come allenatore, e pertanto resta sostanzialmente soltanto il Napoli di Mazzarri: buona squadra, con qualche ottima individualità (Cavani e Hamsik), tanta buona o discreta manovalanza, ma è anche l’anno in cui si perde Lavezzi, partito verso il PSG.

Formazione titolare? Buffon, Barzagli, Bonucci, Lichtsteiner, Chiellini, Vidal, Pirlo, Marchisio/Pogba, Giovinco/Quagliarella, Vucinic: leggerina in attacco, ma difesa e centrocampo nettamente i migliori in Italia.

Infine, l’ultimo anno: con l’acquisto di Tevez, ma anche di un prezioso Llorente, la Juventus mette su una squadra difficilmente battibile e per la quale non c’è neanche bisogno di raccontarsi come sono andate le cose: 102 punti, 80 gol fatti, 23 subiti e ben 17 punti di distacco sulla seconda. Squadra che, nel terzo anno, si era resa anche apprezzabile in molte partite. Fare un paragone, per esempio, con l’attuale bruttezza della squadra allenata da Allegri è impossibile.

Ma, oggettivamente, perdere era impossibile: Buffon, Chiellini, Bonucci, Barzagli, Asamoah, Lichtsteiner, Pirlo, Vidal, Pogba, Tevez, Llorente.

NON VINCENTE IN EUROPA

Se in Italia le cose sono andate bene sotto molti punti di vista, con società attenta, mercati sempre migliori, squadra che man mano ha alzato anche il livello di gioco, non si può dire lo stesso in Europa, dove Conte ha mostrato limiti non indifferenti.

Nel primo anno (ovvero 2012-2013) la squadra di Conte parte con il freno a mano tirato nonostante un girone di una facilità imbarazzante: a parte il Chelsea, abbordabilissime Nordsjælland e Shaktar Donetsk, che però fermano i bianconeri in 3 pareggi consecutivi. La Juventus poi si riscatta anche se la qualificazione si decide all’ultima partita e, nonostante uno Shaktar molle, è necessaria un’autorete in una azione viziata da fuorigioco: la sconfitta avrebbe significato l’esclusione.

Facile poi il passaggio contro il Celtic, ma poi trova un muro sul quale si schianta, ovvero il Bayern Monaco: doppio 2-0, con prestazione assolutamente inguardabile all’andata e Bayern dominatore in lungo e largo.

L’anno successivo va decisamente peggio, la Juventus esce malamente già nella fase a gironi. Ne segnano il destino una sola vittoria, tre pareggi e due sconfitte, soprattutto l’ultima contro il Galatasaray: era la partita decisiva. 9 gol fatti e 9 subiti ne certificano l’assoluta inadeguatezza in Europa, nei moduli e nella mentalità.

E se in terra patria la media punti è sempre stata decisamente alta, non così si può dire nell’Europa che conta: 6 vittorie, 5 pareggi e 4 sconfitte.

Va un po’ meglio in Europa League (2013-2014 a seguito dell’uscita ai gironi come terza), dove arriva alle semifinali dopo aver battuto Fiorentina e Lione: la ferma, però, il Benfica.

Il discorso sulla nazionale è lungo e complesso, per molti versi “dimenticato” visto il risultato finale che per molti è stato addirittura positivo. Eppure “in corsa” non mancano le polemiche, vedi risultati magrissimi contro Malta, Albania, Bulgaria o prove incolore come contro la Norvegia o la Romania o la Scozia.

Va meglio a Euro 2016, almeno per quel che riguarda il lato mediatico: battuta una delle favorite, ovvero il Belgio (oggettivamente la migliore prestazione della sua Italia) e poi anche la Spagna che però era in netto calo fisico e tecnico (nel mondiale precedente era stata eliminata ai gironi), con un rinnovamento che tardava ad arrivare: Spagna che fu superata nel girone anche dalla Croazia segnando 5 gol e subendone 3… 4 anni prima ne aveva fatti 6 e subiti 1 nel girone con Italia, Croazia e Irlanda.

Nonostante l’uscita di scena ai quarti contro la Germania. Nelle 7 sfide dal 96 al 2013 la Germania non era più riuscita a vincere contro gli azzurri, eppure ci erano già riusciti contro Conte (4-1) nel marzo 2016: la partita dell’Europeo è meno spettacolare di quel che si è raccontato, tutto sommato in bilico.

L’uscita di scena viene vista addirittura come un fatto trionfale, nonostante 4 anni prima c’era stato un allenatore, Prandelli, lapidato per avere perso in finale contro la Spagna più forte della storia.

Infine al Chelsea, con un mercato in pompa magna e un proprietario come Abramovic che lo difende. Un mese fa lo descrivevo così:

L’inizio non è dei più esaltanti. Dopo 3 vittorie, inizia un altro ciclo di tre partite difficili con il pareggio contro lo Swansea e le sconfitte contro Liverpool e Arsenal, l’ultima delle quali davvero bruciante 3-0. Era la sesta giornata di campionato e il Chelsea era 8° in classifica: l’impressione era di una certa scollatura tra allenatore e spogliatoio.

Ma, a differenza di quanto successo in casa nerazzurra, Roman Abramovic decide di affiancare l’allenatore in tutto e per tutto. L’allenatore italiano aveva ereditato una squadra che aveva già “giocato” col tecnico precedente (Mourinho) riuscendo a scalzarlo dalla panchina, nonostante pochi mesi prima avessero vinto assieme una Premier League; aveva ereditato una squadra con troppa gente abituata ad autogestirsi, che Mourinho aveva provato a domare (vedi Diego Costa o Hazard) ma da solo, senza il pieno supporto della società, non era riuscito nell’operazione.

Così, Conte presenta una lista di epurabili che, a quanto sembra, erano: Ivanovic, Terry, Cahill, Azpilicueta, Fàbregas, Matic e Oscar. Pur partito tecnicamente e sportivamente al meglio, mai decollato davvero il rapporto con Diego Costa (e non sono mancate le esclusioni). La discussione si innerva in ben tre incontri consecutivi a pranzo tra Abramovic e l’allenatore, in cui si è parlato anche di problemi societari e di supporto al tecnico, non ultimo l’intervento in fase di mercato di Michael Emenalo per l’acquisto di Batshuayi e il fallimento delle operazioni (riportate dall’Inghilterra) Romagnoli, Koulibali, Bonucci e altre. Emenalo fu uno dei principali responsabili di quello che al tempo fu un vero e proprio ammutinamento contro José Mourinho: Conte avrebbe preferito di gran lunga Walter Sabatini.

Conte al Chelsea ha avuto la fortuna di poter giocare una sola competizione e una squadra piuttosto lunga e di altissima qualità: il suo vero banco di prova sarà l’anno prossimo quando dovrà gestire più competizioni e non avrà più “l’effetto sorpresa”, non sarà più il punto d’appoggio che “sollevò Mourinho”. Sarà lui stesso come Mourinho, nella stessa situazione, con gli stessi calciatori: e ho impressione che se il duo Abramovic-Granovskaja non lo appoggerà in tutto e per tutto sul mercato, la sua esperienza potrebbe persino finire anzitempo perché quello del Chelsea è uno spogliatoio atomico, quando vuole.

L’anno prossimo avremo l’esatta dimensione di Conte, anche se la sfida Champions può dare quel quid in più di stimolo, soprattutto visti i risultati del “nemico” Allegri con la sua Juventus.

Oggi Conte garantirebbe qualcosa all’Inter? Non credo, anzi, sarebbe un rischio enorme: non è un allenatore da progetto e diventa un vincente solo se ha dalla sua squadre e situazioni oggettive per competere con facilità.

Il che non ne fa un “allenatore minore”, ma di certo comporta che in una situazione come quella nerazzurra potrebbe essere persino dannoso come lo fu Lippi, sul quale si dicevano più o meno le stesse cose che si dicono oggi di Conte.

E come sarebbe digerito dall’ambiente, quello che lo detesta per la sua juventinità conclamata?

Ripeto il concetto: faccio fatica a vedere Conte all’Inter, ma qui si aprirebbe tutt’altra questione: c’è chi pensa solo ai risultati e lo pensa un grande allenatore (magari è della stessa schiera di chi avrebbe voluto Capello all’Inter), e c’è chi non vuole fare sconti col dna, con lo stile, con l’appartenenza, con gli inevitabili problemi ambientali che si verrebbero a creare: dopo una partita come Juventus-Inter appena trascorsa, come reagirebbe Conte in nerazzurro? Il cul-de-sac è lì, bello e servito.

E a questo punto sorge una domanda spontanea: quanto siamo disposti a rinunciare pur di dire che siamo competitivi? Davvero dobbiamo svendere anche questa parte di interismo?

Sinceramente ne farei a meno.

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