In vista Juventus: la normalizzazione del Barcellona

Il primo vero trofeo internazionale del Barcellona Football Club è datato 1978-1979, la fu “Coppa delle Coppe”, vinta altre due volte prima degli anni ’90, nei quali arriveranno altri 4 titoli europei, tra cui (finalmente) la prima Coppa dei Campioni nel 1991-1992 ai danni della bella Sampdoria di Vialli e Mancini con una gran sassata di Ronald Koeman su calcio di punizione a pochi minuti dalla fine dei tempi supplementari, nonostante avesse addosso già 3 uomini della Samp; in più, un’altra Coppa delle Coppe. A questi due trofei hanno fatto seguito le due relative Supercoppa Uefa.

La storia europea del Barcellona, quindi, è relativamente recente, se vogliamo escludere le tre Coppe delle Fiere tra i ’50 e i ’60. Ma è dagli anni 2000 che il Barcellona si impone come prima potenza calcistica, sia in termini tecnici che di organizzazione societaria: dal 2005-2006, i troferi internazionali vinti sono stati ben 10, la maggior parte dei quali concentrati nell’ultimo decennio: segno che una attenta programmazione e un utilizzo intelligente delle risorse economiche (a partire dal mercato per finire ai vivai) possono portare succosi frutti pluriennali.

Si impone anche e soprattutto come modello di gioco e archetipo vero e proprio di un modo di giocare a calcio. In special modo nella prima parte di questo decennio, molti commentatori non avevano dubbi: il futuro del calcio era il tiqui-taca, ovvero la banalizzazione del calcio del Barcellona di Guardiola predendo in esame soltanto l’aspetto più evidente e più facilmente individuabile.

Ma niente sarebbe potuto accadere se non ci fosse stata la straordinaria combinazione di diversi fattori, tra cui la chiamata di un allenatore come Guardiola a guidare il team, oltre alla concomitante presenza di giocatori straordinari e di qualità tecniche elevatissime: parliamo di uno dei più intensi e interessanti concentrati tecnici mai visti su un campo di calcio, e a metà campo una combinazione, soprattutto nel duo Xavi-Iniesta, quasi irripetibile. Per dirne una, la formazione che battè il Manchester United era questa: Valdes, Sylvinho, Piqué, Touré, Puyol, Iniesta, Busquets, Xavi, Henry, Messi e Eto’o.

Assieme a una infinità di meriti calcistici attribuibili a quella squadra e a quel comparto tecnico, c’è anche un demerito, se così si può chiamare: quello di avere trasformato l’assoluta eccezionalità di quelle prestazioni, di quel modo di giocare (che piaccia o meno), di quella superiorità talvolta così schiacciante e annientante, in una normale routine. Una cosa normale, quasi una cosa dovuta.

Un Barcellona alieno (soprattutto dal 2008 al 2015) che, per il solo fatto di ripetere ossessivamente tattica, prestazioni e risultati, ci aveva abituati al pensiero che tutto dovesse protrarsi indefinitamente: che fosse diventata abitudine e consuetudine, prassi e quotidianità. E, per gli avversari, un vero e proprio regime.

Quel Barcellona rimarrà alla storia perché ha proposto anche un modello culturale di calcio.

Ma oggi quel Barcellona non c’è più.

Non tanto perché mancano valori tecnici. Ci sono Suarez, Messi, Neymar, Iniesta, Rakitic, Mascherano e tanti altri, ma alcuni di questi protagonisti cominciano a sentire il peso degli anni (Messi fa 30 anni questa estate, Iniesta è un 84), oltre ad avere una guida diversa in panchina.

Quando Luis Enrique è subentrato a Guardiola si è certamente trovato davanti ad una serie di problemi non indifferenti: di spogliatoio, di gestione delle forze, di integrazione di nuovi calciatori etc…

Ma il suo problema maggiore è stato come approcciare le gare, ovvero come avrebbe dovuto giocare il suo Barcellona: stesso problema che ha avuto Zidane a Madrid. Per molti, entrambi avrebbero dovuto semplicemente retirerare lo stesso modello, nella speranza che reggesse per il semplice fatto che i calciatori avrebbero fatto da sé.

Sarebbe stato un errore clamoroso.

Zidane ed Enrique, da persone intelligenti, hanno invece apportato dei cambiamenti non indifferenti, si farebbe fatica ad indicare quale dei due è quello che è intervenuto più pesantemente… anche se non ho dubbi che il più sorprendente dei due è stato il francese.

Quella che Luis Enrique aveva davanti a sé era un’opera ciclopica, durissima, e lui ha risposto nell’unico modo possibile quando il passato risulta, di fatto, inimitabile: rivoluzione controculturale.

Per un certo periodo, il suo Barcellona è sembrato come una di quelle band storiche, importantissime, pietre miliari della musica, che dopo anni si riuniscono e suonano di nuovo. Sono sempre loro, ma hanno le facce più vecchie, le dita più lente, la voce più roca e che non arriva più ai picchi di una volta… sono loro, ma non sono più loro. Magari ti capita di fare un disco anche migliore del passato (che so, un Hell Freezes Over degli Eagles), ma è un lampo, è una casualità.

Luis Enrique ha già vinto moltissimo col suo Barcellona: due campionati di seguito, due Coppe di Spagna, e un Triplete nel 2015. Può sembrare paradossale, ma lo ha fatto introducendo un processo di “normalizzazione“.

Per molti appassionati, giornalisti, teorici del guardiolismo, è un processo che porterà la squadra alla mediocrità. Ben intesi, non significa “non vincere“, perché nessuno ha dubbi sul fatto che i blaugrana rimarranno in auge anche nel prossimo decennio: significa essere uguali agli altri, non distinguersi più, non essere più un modello da imitare o addirittura un vero e proprio archetipo, pur non essendo riusciti a diventare una vera e propria “scuola“, trattandosi di specificità quasi impossibili da replicare.

In futuro, fra 50 anni o 100, si parlerà del Barcellona di Guardiola e non di quello di Luis Enrique.

Non è una questione di chi c’è o chi non c’è, se è perché manca Guardiola o perché non c’è più Xavi. Lui Enrique sapeva di non poter scimmiottare Guardiola e quel Barcellona così, ha cambiato nella sostanza il suo. Questo nuovo Barcellona aggredisce molto meno l’avversario, baricentro molto meno alto, non c’è più quella pressione forsennata con annessi i famosi “6 secondi” di pressione in fase di transizione negativa: è proprio cambiato lo stile di gioco, e con questo anche la pericolosità stessa della squadra. È una squadra che prova meno la ripartenza rapida, cerca più gol sui calci piazzati, prova più spesso il contropiede e meno azioni manovrate (calci piazzati di quest’anno 17% dei gol, 2010-2011 di Guardiola 9%!). Paradossalmente, produce di più perché manca quel continuo e ossessivo girare attorno alla difesa avversaria, che era la parte persino più snervante per l’osservatore neutrale. Produce e subisce anche di più: da 7 tiri subiti a partita si va a oltre 9.

C’è sempre molto possesso palla, ma è percentualmente calato. La precisione dei passaggi è diminuita di quasi 5 punti, aumenta la percentuale di passaggi lunghi. Il vecchio Barcellona aggrediva, ma era straordinario anche nella copertura delle linee di passaggio: il 18,1 di palle intercettate a partita è diventato circa 11.

Cambia molto anche la modalità di costruzione del gioco, sia a partire dalla difesa che nella gestione sulla trequarti avversaria, dove non si vede più quell’ammasso di calciatori blaugrana che si muovono costantemente senza dare riferimenti e fornendo sempre 3-4 opzioni di passaggio ai compagni: oggi è più facile vedere coppie in attacco, al massimo terzetti improvvisati.

Il potenziale, però, è ancora tutto lì  (Guardiola non si è goduto un tridente come Neymar-Messi-Suarez) ed è aumentata in maniera esponenziale la libertà concessa ai calciatori di improvvisare. Con tutti i pro del caso, ma soprattutto i contro dopo anni di guardiolismo (c’è chi parla più di cruyffismo): il tuttocampismo Xavi-Iniesta-centrico si è trasformato in una ricerca costante del tridente delle meraviglie.

Guardiola ha scelto uno stile per vincere, Enrique ha scelto la vittoria come stile.

Per qualche giornalista vicino ai catalani, l’impatto è stato talmente forte da parlare di un eccessivo avvicinamento al calcio di Mourinho, visto come l’anticristo in epoca Guardiola. E glielo rimproverano perché lui ha scelto di vincere, di sposare un calcio resultadista, costi quel che costi: Enrique è ancora in sella solo perché ha vinto, ma in pochi scommettono che rinnoverà il contratto che scade a fine stagione.

Per questa ragione in molti, in Spagna, sono convinti che queste vittorie siano fumo negli occhi e che i danni a lungo termine possono essere molto gravi: il danno strutturale nella componente culturale può diventare difficile da riparare. Si è passati dall’aristocrazia elegante, raffinata, da sfoggiare persino con arroganza talvolta (ricordate l’acqua sull’Inter e su Mourinho del 2010?) ad un calcio più proletario, di cui non andare fieri né orgogliosi.

La doppia sfida contro il PSG è stata la summa di questa esperienza. All’andata travolti, senza identità, senza gioco, senza idee, senza forza, senza neanche più la consapevolezza di poter recuperare e di essere i più forti; e al ritorno una vittoria figlia anzitutto delle scelte scellerate di Emery, ma figlia anche più di casualità e colpi dei singoli, oltre che di scelte arbitrali oltremodo discutibili e troppo determinanti in termini di risultato finale.

La Juventus affronterà oggi questo Barcellona, non quello di Guardiola. Una squadra temibilissima perché ha nelle sue fila giocatori straordinari, perché capaci di trovare il guizzo decisivo in un amen; ma non più una squadra inarrivabile, aliena, che annientava i suoi avversari con la pressione mentale ancora prima che col gioco: quello li finiva, in campo. Per comprendere, il Barcellona di Guardiola impiegò 114 partite a perderne una con due gol di scarto, e fu Inter-Barcellona del 2010 all’andata (3-1): quella di Enrique già a ottobre del primo anno (e in settimana contro il Malaga, 2-0).

C’è nervosismo in casa blaugrana, con l’allenatore che sembra quasi un corpo estraneo, consci di avere un’intera stagione che si gioca in 12 giorni: oggi Juventus e ritorno il 19 aprile, poi il Clàsico giorno 23.

Luis Enrique, dopo la batosta contro il PSG all’andata, ha cercato un’altra strada, con una sorta di 3-4-3 che consente di esasperare ancora di più, se possibile, l’individualità del suo terzetto d’attacco, mettendolo ancora più a suo agio. Tattica che gli ha permesso di difendersi anche un po’ meglio, visto che, col vecchio modulo, Busquets era costretto a scalare spesso tra i difensori quando gli esterni di difesa salivano, mentre adesso staziona più stabilmente a metà campo, anche quando il Barcellona perde palla: e non c’è nessuno tra i blaugrana più bravo a contrastare, che si tratta di tackle, linee di passaggio o azioni aeree. Certo, il problema è che all’andata non ci sarà per squalifica e per la Juventus è un gran vantaggio: il Barca non ha un sostituto.

Sarà importante vedere se Luis Enrique ripeterà la formazione.

Quale dei due Barcellona è quello vero? Quello che le busca di santa ragione, senza neanche provare a giocarla? Oppure che compie un’impresa impossibile, estraendo dal cilindro tutti i conigli magici possibili in una serata?

Entrambe. Perché questa è una squadra più fragile e più attaccabile che nel passato, ma aver perso la sua ortodossia per abbracciare la realpolitik dell’allenatore le consente di essere paradossalmente meno prevedibile e meno facile da leggere.

Se la Juventus vorrà vincere dovrà giocarla con la stessa intensità per 90 minuti (e non partire a razzo,c ome le succede spesso), dovràvincerla a metà campo, senza alzare troppo il pressing né stare esageratamente bassa come contro il Napoli: il rischio sarebbe l’implosione nel finale di partita. Dovrà essere, altresì, bravissima a non lasciare mai campo aperto ai blaugrana: è uno dei difetti della Juventus, ma è anche il più grande pregio del Barca, che col trio MSN ha massacrato mezza Europa negli ultimi due anni con le ripartenze rapide. E sfruttare la ripetuta mancanza di disciplina dell’avversario in difesa, puntando Mascherano che è spesso stato il punto debole della difesa. Fossi Allegri, con il Barca disposto con il 3-4-3 piazzerei Dybala dalla parte di Mascherano e Cuadrado dall’altra, giocando con Pjanic trequartista; con il Barcellona a 4 dietro, lascerei le cose come stanno.

Luis Enrique, invece, dovrà chiedere a sé stesso uno sforzo mentale, chiedendo alla squadra un pressing più alto, situazione che la Juventus ha patito molto sia in campionato che in Coppa: benché tutti molto bravi di piede (ad eccezione di Chiellini), i difensori juventini soffrono molto se pressati perché noon sono proprio velocissimi negli spostamenti laterali, con o senza palla.

Avrà il dubbio se avanzare o meno Mascherano, per sostituire Busquets, e tornare alla difesa a 4 o mantenere la difesa a 3: fossi in lui, mi schiererei a 4 con Umtiti e Piqué centrali, mettendo Mascherano davanti alla difesa.

Nella battaglia dei singoli, se Iniesta farà Iniesta e uno tra Messi, Neymar e Suarez sarà in giornata, non ci sarà tattica che tenga. E già tutte queste variabili, queste opzioni e questa eccessiva dipendenza dai singoli basterebbero a spiegare quanto diverso sia questo Barcellona da quello di Guardiola.

Infine, non meno importante, il Barcellona ha un vantaggio straordinario: si gioca su 180 minuti. Nella sfida secca sarebbe stato un avversario ancora più abbordabile, ma è difficile che questi calciatori sbaglino due partite consecutive dello stesso

Loading Disqus Comments ...