L’allenatore giusto per l’Inter: Diego Simeone

Abbiamo lasciato in sospeso la questione “allenatore” per la prossima stagione, travolti e stravolti dagli eventi delle ultime due settimane, a partire da Crotone (una sconfitta assolutamente inaspettata e incalcolabile) per finire al derby e alle evoluzioni in Champions League.

Abbiamo parlato della situazione di Pioli in questo articolo:

Conte, Simeone o Pioli: i pro e i contro del prossimo allenatore dell’Inter (pt. 1)

Ed era prima della partita contro il Crotone. Poi c’è stato anche il derby, con tre cambi sbagliati nel concetto e nella tempistica:

Inter- Milan 2-2: il derby che vale la stagione di Pioli

Non riesco a immaginare un 2017-2018 con Pioli in panchina, a meno di un mercato stellare, di quelli che se richiamiamo Mazzarri si arriva terzi o quarti comunque, tanto basterà per la Champions League. Così come non riesco a immaginare un nuovo allenatore senza nuova dirigenza.

Un mercato fatto bene e intelligentemente, una società diversa e di maggior spessore, un allenatore che sia perfettamente compatibile con l’ambiente: tre ingredienti che, messi insieme, possono riportare l’Inter ad alti livelli già in una sola stagione.

Come fece la Juventus nel 2011-2012.

Fatta fuori la vecchia dirigenza, insediatosi Andrea Agnelli, dati pieni poteri a Marotta (Nedved era già nel board bianconero, diventato poi vicepresidente nel 2015), scelto Conte a dispetto di ogni indicazione del momento e tanti consigli amichevoli che puntavano a Walter Mazzarri: Conte, al netto di quanto eviscereremo nel prossimo articolo, era l’allenatore giusto.

Dal mercato arrivarono diverse nuove forze, ma soprattutto Lichtsteiner, Vidal, Vucinic e soprattutto Pirlo, quel giocatore che aveva già vinto, dalla mentalità giusta che oggi all’Inter manca clamorosamente.

Fu scudetto da subito ma, come vedremo, ci fu anche la compiacente compartecipazione degli avversari.

Non so se lo è mai stato, forse sì per qualche breve periodo quando sembrava aver capito che era lui a doversi adattare e non l’Inter, ma Pioli oggi sembra distante anni luce dal mondo Inter e decisamente unfit.

Ad un certo punto, però, ha perso la direzione: a partire dalla Juventus in poi, con gli esperimenti della difesa a 3, con Medel difensore, con cambi cervellotici, Pioli ha realizzato 14 punti in 10 partite, 8 nelle ultime 7.

Come già detto, Pioli potrebbe bastare anche l’anno prossimo, ma le variabili sono troppe e tutte molto pericolose.

Tra i tanti nomi accostati, uno è persistente ormai da diverso tempo.

DIEGO PABLO SIMEONE

Abbiamo parlato di Simeone a novembre, quando si erano fatte più insistenti le voci a causa di alclune battute di Javier Zanetti e della visita di Simeone a Milano, che fece partire una serie di speculazioni sul suo futuro in nerazzurro… salvo poi accorgersi tutti che era in Italia per il figlio. L’articolo in questione è questo:

Quanto c’è di vero nelle speculazioni su Simeone all’Inter

Niente è cambiato rispetto a novembre. Anzi, se possibile, Simeone si è allontanato ancora di più: in una intervista ad As (la potete trovare qui) ha chiaramente detto che ha rifiutato 35 milioni offerti da un altro club (Chelsea? Inter? Difficile pensare ad altre realtà)  e che si sente ancora pienamente identificato con il club e c’è un forte attaccamento alla squadra:

No, no me superó, dije lo que sentía, necesitaba pensar. ¿Es tan grave? Piense que si me hubiera querido ir a otro equipo habría tenido 35 millones de razones. ¡35 millones de razones! Y no me fui porque no quise. Porque no quiero. Porque todavía me siento identificado con lo que hago, con el club, porque todavía tengo un apego enorme con el equipo, y entiendo que todavía estamos vírgenes.

Inoltre, alcuni movimenti di mercato mi sembrano condurre verso una sua conferma. Diego Costa sembra in rotta con il Chelsea e l’unico club in cui può andare è proprio l’Atletico: Simeone ha avuto modo di dire, qualche settimana fa, che per Costa era per l’Atletico quel che Messi era per il Barcellona.

Anche se al momento sembra non proprio fattibile, per quanto mi riguarda, Diego Simeone sarebbe il profilo ideale per l’Inter attuale e futura: e farei follie per portarlo in nerazzurro.

I MERITI DI SIMEONE

L’anno 2010-2011 è un anno strano per l’Atletico Madrid. Parte strappando all’Inter di Benitez la Supercoppa Europea, ma poi in campionato stenta a decollare nonostante una squadra di buona levatura che comprendeva un giovane Aguero, De Gea, Diego Costa, Felipe Luis, Mario Suarez, Raul Garcia, Reyes, Tiago e altri. L’allenatore è Quique Sánchez Flores che però non sembra riuscire a dare un gioco vero a questa squadra, che l’anno successivo passa a Manzano.

L’inizio anno 2011-2012 va così così, ma per poco, ovvero finché non arrivano 5 colpi mortali inferti dal Barcellona. Da quel momento la squadra sbanda terribilmente prendendo un’imbarcata rischiosa persino per la salvezza: 3 vittorie, 3 pareggi e ben 5 sconfitte. Decimo in campionato, 27 gol fatti e 27 subiti, a 21 punti dal Real Madrid in vetta e a soli 7 punti dalla zona retrocessione: quella che eredita Simeone è una squadra in piena crisi di identità, allo sbando, smarrita.

L’intervento di Diego è, però, provvidenziale: la squadra cambia volto poco a poco e a fine anno si piazzerà al 5° posto, facendo meglio di tutte le squadre davanti, fatta eccezione (ovviamente) di Real e Barcellona, arrivando a soli 5 punti dal Valencia terzo e dovendo scontare anche qualche pareggio di troppo (a fine anno saranno 11) non proprio fortunato. In una squadra che non aveva potuto contare su Diego Costa, in prestito al Rayo Vallecano per riprendersi da un serio infortunio subito durante la preparazione.

Ma è in Europa League che l’Atletico fa il capolavoro. Si sbarazza di Lazio, Besiktas, Hannover 96, Valencia e arriva in finale contro l’Athletic Bilbao di Bielsa, schiantato 3-0: filotto pieno di vittorie (con le 3 di Manzano, l’Atletico segnerà il record di 15 vittorie consecutive, prima detenuto dall’Ajax e dal Barca ferme a 11), 15 gol fatti e 5 subiti. Se è possibile segnare sul calendario una data in cui nasce il cholismo è proprio quella.

L’anno successivo, è il 2012-2013, la sua squadra prende forma, 4-4-2 chiaro con due punte straordinarie come Falcao e Costa. Il primo a farne le spese è il Chelsea di Di Matteo: 4-1 con tripletta di Falcao e marcatura di Miranda, e la Supercoppa Uefa in bacheca. In quel periodo in molti dicevano che Simeone e l’Atletico sarebbero durati almeno finché fosse durato quel Falcao che sembrava imprendibile: in due anni ben 70 gol in 91 partite complessive, nonostante un giocatore estremamente condizionante perché non proprio il massimo per sfruttare il tipo di contropiede ambito da Simeone e raggiunto, invece, negli anni successivi.

In campionato esplode come terza forza alle spalle del Real Madrid e del Barcellona, nonostante i “400 milioni di differenza“, per citare lo stesso Simeone. Parte benissimo con 1 pareggio alla prima seguito da 8 vittorie,  Arriva terzo a 76 punti, 9 in meno del Real Madrid di Mourinho, ma con la miglior difesa del campionato: 31 gol subiti, contro i 40 del Barcellona e i 42 del Real. Ma se in campionato ancora non riesce a prendere le misure alle due big (4 sconfitte), in Coppa del Re si prende la rivincita proprio contro Mourinho: in finale 2-1 dopo i tempi supplementare e altro trofeo in bacheca.

Male in Champions, battuto al primo turno post gironi dal Rubin Kazan: sconfitta 2-0 all’andata, vittoria 1-0 al ritorno.

Il 1° giugno del 2013, Radamel Falcao va al Monaco per 60 milioni: in Spagna, ma non solo in Spagna, c’è chi giura e spergiura che sarà la fine del cholismo e dell’Atletico come si era visto negli ultimi due anni.

Si sbagliava Falcao e si sbagliavano tutti, nonostante un mercato estivo scadente con inserimenti poco consoni.

Il campionato comincia a spron battuto, una sola sconfitta (contro l’Espanyol alla nona giornata) e tutte vittorie. Ma non basta, perché il Barcellona corre ancora più forte: sono necessarie 15 partite per vedere le due squadre appaiate in testa alla classifica con 40 punti, una sola sconfitta e un solo pareggio. A stupire sono anche i gol realizzati: 44 dal Real terzo, 42 dal Barcellona e 40 dall’Atletico. In difesa, invece, lucchetto: 9 gol per le due di testa, 17 per il Real Madrid, che aveva perso lo scontro diretto nel derby.

La prima volta in vetta in quella stagione alla 22esima giornata, quando il Barcellona inciampa in casa contro il Valencia: la classifica dice 57 Atletico, 54 le altre due grandi. Una corsa folle del terzetto e in Spagna non si godevano uno spettacolo così da tempo.

Sembra, però, un fuoco fatuo: perché la classifica cambia poco dopo: alla 26esima il Real è in testa a 64 punti, Barcellona a 63 e Atletico a 61. Nello stesso periodo saluta la Coppa del Re proprio nel derby, perso sia all’andata che al ritorno: 5 gol subiti e 0 realizzati. Anche qui in molti pensano sia l’inizio della fine.

Ma Simeone sembra cavare sangue anche dalle pietre e infila 9 vittorie consecutive: mentre vince la prima delle 9, vede cadere il Barcellona contro il Vallalolid, alla terza il Real proprio contro il Barcellona (partita epica da rivedere, 3-4 a Madrid) e vetta riconquistata.

Alla 35esima giornata sembra tutto deciso o quasi: Atletico 88, Barcellona 84 e Real Madrid 83. Ma tra la 35esima e la 36esima giornata l’Atletico si gioca un appuntamento cruciale con la storia: sfida il Chelsea di Mourinho in semifinale di Champions. All’andata uno 0-0 persino prevedibile, con due squadre in gran parte speculari nell’atteggiamento, anche se era il Chelsea a giocare più coperto: il risultato finale era lo specchio della summa di una filosofia vista da due angolature diverse.

Mourinho, però, non aveva tenuto conto della necessità, al ritorno, di giocare una partita totalmente diversa: ed è lì che Simeone piazza la sua tattica, magistrale, recuperando il gol di Fernando Torres (allora ai blues) e completando la partita sull’1-3. Madrid diventa la capitale europea del calcio, con le due squadre in finale.

La Champions diventa macigno sulle gambe dei colchoneros che perdono contro il Levante: le inseguitrici non ne approfittano, si inceppano tutte, soprattutto il Real alla penultima: l’ultima giornata vede Barcellona contro Atletico.

Il Barcellona segnava uno score di 99 reti contro 32 subite, l’Atletico 76 gol fatti e 26 subiti. Questa sorta di spareggio si gioca a Barcellona ed è il 17 maggio, 7 giorni prima della finale di Champions. Uno di quei momenti che qualunque sportivo vorrebbe vivere ma che, da dentro, sarebbe capace di far tremare le gambe praticamente a chiunque. Forse anche a Simeone, che era in campo 18 anni prima, data dell’ultima Liga vinta dall’Atletico.

In pochi scommettevano sulla vittoria degli uomini di Simeone e praticamente nessuno lo pronosticava a inizio stagione, dopo la cessione del miglior attaccante a disposizione. Guardando le formazioni non sembra esserci neanche storia.

I Colchoneros sono 11 in campo, qualcuno in panchina e appena 500 tifosi: gli unici disponibili sui 99.354 posti del Nou Camp.

I primi minuti sono tragici e sembrano il prologo ad un crollo epocale: al 15esimo si ferma Diego Costa, 7 minuti dopo Arda Turan, due dei leader in campo. Come se non bastasse, la mente va alla finale contro il Real Madrid: il precipizio è lì, ad un passo.

Il Barca va in vantaggio con Sanchez e si va all’intervallo, con tantio giornalisti troppo frettolosi a scrivere gli articoli celebrativi: al 90esimo in tanti hanno dovuto riscrivere tutto da capo.

Quello che torna in campo è un altro Atletico. Dopo meno di un minuto è David Villa a colpire un palo, e pochi secondi dopo sciupa per troppa insicurezza. Un minuto dopo c’è un calcio d’angolo, una delle tante armi di Simeone: Koke batte e Godin insacca di testa.

La ragnatela blaugrana si inceppa di fronte alle due mura da 4 uomini a protezione di Courtois, forse quell’anno il miglior portiere in Europa. C’èè chi comincia a spulciare l’almanacco: il duopolio Real-Barcellona resisteva dal 2003-2004, quando era stato il Valencia di Benitez a interrompere l’egemonia, così come aveva fatto due anni prima; nel 99-00 il Deportivo, nel 95-96 lo stesso Atletico Madrid. Negli ultimi 29 anni, soltanto 4 volte c’era stato un vincitore diverso dalle due big di Spagna: questa era la portata dell’impresa.

Al triplice fischio nessuno pensa che quel titolo sia immeritato.

A Lisbona contro il Real Madrid, nonostante le iniziali speranze, non ce la fa Arda Turan: c’è invece Diego Costa, curato con placenta di cavallo, inefficace, visto che esce dopo 8 minuti. L’azzardo di Simeone non paga, ma Costa era troppo determinante per non fare un tentativo serio.

Nonostante questo, la tattica di Simeone è perfetta e mette in soggezione gli uomini di Ancelotti, forse anche appesantiti dalla responsabilità di portare a casa la decima. La gabbia biancorossa funziona a meraviglia: il Real Madrid non riesce mai a essere efficace di fronte alla straordinaria organizzazione degli avversari.

Non che l’Atletico faccia molto, ma quella è la sua partita e tatticamente la domina. Sul gol di Godin, per esempio, sbaglia Casillas.

Una partita in cui l’Atletico mostra organizzazione difensiva, ma anche gestione della palla quando serve, ripartenze e tanto altro, con un Gabi monumentale. Il Real produce, ma sembra che ci sia uno scudo di fronte alla porta di Courtois: quando non sono i compagni, sembra una mano invisibile… uno, due, tre, quattro tiri fuori.

Sembra tutto vano, sembra tutto scritto.

Ma a un minuto dalla fine è Sergio Ramos a trovare il colpo di testa giusto per l’1-1 che porta tutti ai supplementari. Un risultato bugiardissimo che scippa l’Atletico di una coppa stra-meritata.

Il gol annienta letteralmente la resistenza dell’Atletico: finisce 4-1 per il Real, tanti festeggiamenti per la decima e per Ancelotti, ma il campo aveva raccontato altro.

L’anno successivo (2014-2015) si ricostruisce di nuovo: via Diego Costa (Chelsea), Filipe Luis e Adrian Lopez tra gli altri (non rinnovato il contratto di Villa), via anche Courtois per la fine del prestito. Stavolta, però, Simeone ottiene un mercato riparatore, che vede Mario Mandzukic a sostituire Costa, ma soprattutto Antoine Griezmann dal Real Sociedad, e un Alessio Cerci che sembrava destinato a spaccare il mondo (sarà un fallimento).

L’anno comincia con grandi speranze e soprattutto un trofeo, la Supercoppa di Spagna: nel doppio confronto contro il Real Madrid. In campionato le cose vanno diversamente, con un finale di stagione tremendo (3 pareggi e 1 sconfitta) che mette a repentaglio il risultato finale. Riuscirà ad arrivare terzo, ma nettamente staccato dal Barcellona vincitore e con Valencia e Siviglia distanti solo 1 punto e 2 punti.

In Champions di nuovo il Real ai quarti: si chiude con uno 0-0 in casa, il ritorno 1-0 per il Real. Rimane comunque una buona stagione, con Griezmann sugli scudi (22 gol).

Anno 2015-2016 e nuova ricostruzione: tante cessioni e qualche acquisto, purtroppo anche sbagliato (vedi Jackson MArtinez).

Dopo una brutta partenza, l’Atletico arriva anche in testa alla classifica. Ma la Primera División spagnola è un posto dove non puoi permetterti troppi errori e l’Atletico inciampa tre volte tra 21esima e 25esima: due pareggi e una sconfitta intervallati da due vittorie: il Barcellona inanella 11 vittorie consecutive e si porta al comando.

La classifica alla 36esima giornata (a 2 dal termine) però recitava Barcellona in testa assieme all’Atletico di Madrid, secondo il Real a 84. Ma se fa spavento la differenza reti tra le squadre (Real 105 gol, Barcellona 104, Atletico 60), fa ancora più spavento, ma di segno opposto, la classifica dei gol subiti: Barcellona 29, Real Madrid 32, Atletico 16!

Forse anche qui le fatiche della Champions si fanno sentire. Il percorso dell’Atletico è bestiale: girone facilino (Benfica, Galatasaray e Astana), ottavo abbordabile (PSV Eindhoven), ma quarti di finale e semifinale di fuoco.

Prima il Barcellona, che l’Atletico elimina dopo aver perso la prima partita per 2-1: il ritorno è 2-0.

Poi il Bayern Monaco. All’andata, in casa, vince per 1-0 con gol straordinario di Saúl.

Poi c’è il ritorno. Sono due filosofie a confronto, Guardiola contro Simeone. Il primo tempo dovrebbe essere rivisto per comprendere quanto possa significare un allenatore e l’organizzazione in campo: nonostante il Bayern pressi furiosamente e tenga possesso palla, l’Atletico gli rende la vita un’inferno e i tedeschi sono costretti a produrre quasi nulla, e segna soltanto su punizione deviata. Il primo tempo si chiude sull’1-0, col Bayern che sciupa un rigore.

Sembra tutto scritto, come spesso accade a Simeone. Ma, come spesso gli succede, Simeone cambia e dopo neanche 8 minuti raccoglie i frutti meritati. Torres lancia in profondità Griezmann che parte sul filo del fuorigioco e segna. Il Bayern carica a testa bassa e trova il gol del 2-1 con Lewandowski di testa.
Simeone prova a coprirsi e tira fuori Griezmann: piccolo errore, perché poco dopo c’è un rigore che Torres sbaglia. Poi, però, l’Atletico rischia solo su tiraccio da fuori di Alaba.

Qualche giorno dopo c’è la sfida di campionato contro il Levante ultima in classifica e, clamorosamente, l’Atletico perde, e con questa partita ogni possibilità di vincere il campionato. Nell’ultima vincono tutte e tre e la classifica recita Barcellona 91, Real 90, Atletico 88.

C’è, però, la straordinaria oppportunità di vendicarsi del Real in Champions League, a Milano.

Il Real segna dopo 15 minuti e Zidane imposta la partita come meglio crede: molta difesa e tanto contropiede. Simeone è costretto a giocare “fuori casa”, ma l’Atletico gioca una gran partita e un gran calcio: Koke e Gabi fanno una partita gigantesca, il Real soffre, concede e il possesso è tutto dell’Atletico. Se possibile, questa Coppa l’avrebbe meritata ancor di più della precedente.

Ma dopo il pareggio di Carrasco si va ai supplementari e poi ai rigori, dove si registra l’errore di Juanfran. Simeone, a fine partita, sembra proprio avere voglia di abbandonare tutto.

Ma non è così e in questa stagione sta mostrando ancora i muscoli, nonostante i 10 punti di distacco dal Real Madrid e l’uscita dalla Coppa del Re ad opera del Barcellona.

Ma in Champions ha mostrato il meglio: primo nel girone davanti al Bayern Monaco, ha superato già il Leverkusen e il Leicester.

E I NUMERI

Nonostante il costante confronto con due delle più ricche e più dotate squadre del mondo, le numerose cessioni e la continua ricostruzione, i risultati di Simeone sono impressionanti.

È partito con la stessa rosa che stava affondando con Manzano, poi ha visto cedere prima Falcao e poi Diego Costa, poi ha dovuto accontentarsi di Fernando Torres: in questi anni ha davvero dovuto rifare spesso la squadra.

Eppure, nonostante il tourbillon di nomi in campo di anno in anno, la filosofia e l’impianto di gioco è sempre rimasto questo. Anche quando si è trattato di imbastire squadre meno dotate tecnicamente.

Nelle coppe i numeri sono importanti: 14 vittore, zero pareggi e 3 sconfitte in Europa League, con 30 gol fatti e 12 subiti; mentre in Champions 9 sconfitte, 9 pareggi e 28 vittorie (85 gol fatti e 42 subiti), ma con un gran record in casa: ha vinto ben 17 incontri dei 22 disputati in casa con Simeone in panchina, con una sola sconfitta.

Oltre ad avere vinto una Supercoppa e una Europa League e ad avere raggiunto due finali (e avrebbe meritato di vincerle entrambe), con 3 semifinali negli ultimi 4 anni.

In campionato alcuni numeri hanno ancora maggior peso. Ha superato le 200 partita con l’Atletico, 131 vittorie, circa il 64%, con una media che produrrebbe costantemente 81 punti.  A partire dal 2012 in poi (primo anno da inizio stagione, però compreso quest’anno) non è enorme il divario punti con le due grandi avversarie: ad oggi Barcellona 444 punti (3 stagioni sopra 90!), Real 429 (2 stagioni sopra 90) e Atletico 397.

Il bilancio dei gol fatti è clamoroso, ma imparagonabile la dotazione tecnica tra le tre squadre: 331 gol dei colchoneros contro 517 del Real e 528 del Barcellona. Ma a fare da contraltare c’è la statistica dei gol subiti: 153 Barcellona, 185 Real Madrid e soltanto 128 Atletico Madrid, con un campionato completato a 18 gol subiti.

Il 19 marzo la partita col Siviglia era la 100esima in casa: 74 vittorie, 16 pareggi, 10 sconfitte, 216 gol fatti, 62 subiti con ben 57 clean sheet.

Se non bastasse questo, due campionati argentini, uno con il River Plate e l’altro con l’Estudiantes, e ottimi mesi a Catania, con una proiezione di oltre 50 punti.

L’UOMO GIUSTO

Vedremo se sarà possibile affrontare anche l’aspetto più tattico della vita di Simeone all’Atletico, proprio per comprendere come si adatterebbe alla perfezione con la storia dell’Inter.

L’Inter ha tentato una nuova strada con Frank De Boer ma tutta una serie di ragioni l’hanno resa impraticabile: tra cui l’immaturità (per non dire connivenza) dell’ambiente mediatico italiano, una società impreparata a gestire un cambiamento radicale, calciatori non funzionali ad un certo tipo di gioco, mancanza di vere prospettive tecniche, ma soprattutto l’assenza di pazienza… alla fine l’Inter chiuderà indietro in classifica con un cambio allenatore che non sarà servito a nessuno.

Una strada che, pertanto, sarebbe impensabile ripercorrere nel prossimo anno. Fallito il rinnovamento con De Boer, Simeone è l’estensione naturale di quello che abbiamo visto con Mourinho… il che non significa “difesa e contropiede” come da più parti raccontato: fatta eccezione per qualche partita contro un certo tipo di avversarie, l’Inter di Mou era anche molto propositiva e produceva moltissimo.

Così lo è anche l’Atletico, che però si discosta dalle squadre di Mourinho per diverse scelte tattiche. C’è una predilezione, certo, ad un certo tipo di gioco, c’è molta attenzione, spasmodica, verso l’organizzazione e la fase difensiva, ma questi non sono limiti, anzi: si sposano perfettamente con la tradizione interista.

Se l’obiettivo è puntare al massimo e far rendere al meglio tutto il comparto tecnico Simeone è l’uomo giusto e conosce già l’ambiente. Fare follie per lui sarebbe un investimento sicuro, in grado anche di far sognare una piazza che ne ha un bisogno incredibile.

 

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