5 cose che abbiamo imparato dal derby di Madrid

Ronaldo, la classe al servizio dell’etica del lavoro e del sacrificio

Incredibile. Pazzesco. Inumano. Stellare. Più il tempo passa e meno aggettivi rimangono a disposizione per celebrarne il talento.

Talento, certo, assoluto anche, perché certe cose non puoi realizzarle senza. Ma… c’è un ma.

Il calcio vive spesso di dualismi, di confronti tra fazioni e negli ultimi anni la faida è tra chi reputa migliore Messi e chi mette davanti Cristiano. Ho sempre fatto parte della seconda, pur riconoscendo a Messi una eccezionalità anche superiore per certi versi.

Cristiano, però, ha sempre avuto un’etica del lavoro fuori dal comune, cosa che gli è stata riconosciuta praticamente da chiunque. E questo fa tornare alla mente alcuni fuoriclasse, certamente meno dotati, ma che hanno comunque buttato via intere carriere proprio per la mancanza del lavoro in allenamento e di una spasmodica attenzione anche al fisico e alla forma. Il portoghese è, in assoluto, il compagno di squadra che vorrei sempre con me, perché è il primo esempio sempre, per tutti: è il calciatore totale, sa fare tutto, è (a mio avviso) l’atleta in assoluto più compiuto che il calcio abbia visto.

Ad un certo punto della sua carriera sembrava naturale che diventasse un centravanti vero, punto di riferimento centrale della squadra. Gli allenatori, da Mourinho a Zidane, non ne hanno assecondato la tendenza e lo hanno schierato sì da punta, ma esterna, costringendolo ad un lavoro non indifferente: Cristiano ha obbedito e ha continuato a fare quel che sa fare, ovvero segnare, giocare bene e stupirci.

Ci ricorda, quindi, che invertendo i due fattori, mettendo la classe al servizio dell’etica, il risultato può essere non soltanto strabiliante, ma anche e soprattutto longevo.

Ha appena compiuto 32 anni ed è ancora nel pieno della carriera. Anche se non ha più l’esplosività di una volta, anche se non ha più quel dribbling devastante col quale aveva stupito il mondo intero, eppure ha saputo reinventarsi senza mai perdere quella costante che evidentemente gli piace anche: la fatica.

Nelle ultime stagioni di Champions è sempre andato in doppia cifra:

11/12 = 10 gol
12/13 = 12 gol
13/14 = 17 gol
14/15 = 10 gol
15/16 = 16 gol
16/17 = 10 gol

Con il Real Madrid ha segnato la bellezza di 399 gol in 389 partite… sopra la media di 1 gol per partita, una media folle: sono 42, con quello di ieri, gli hat-trick, le triplette. Condendo il tutto con 112 assist.

Da qualunque lo si guardi, fa spavento.

E un giorno potremo dire di avere assistito dal vivo all’era di Cristiano/Messi. Che goduria.

L’ATLETICO NON HA NULLA DI CUI VERGOGNARSI

Il Real Madrid ha il centrocampo più forte del mondo, solo il Bayern può competere: Modric+Casemiro+Kroos è qualcosa di impensabile e che negli ultimi anni può essere affiancato a quel Iniesta+Busquets+Xavi che tanto ha strabiliato l’Europa e il mondo. Kroos soprattutto ha fatto una partita abbagliante: forse poco appariscente per qualcuno, ma di una bellezza e di una precisione, di una qualità talmente alta da essere ai limiti del descrivibile.
La cosa diventa letale se aggiungi il miglior attaccante del mondo e una difesa di grande qualità (Marcelo, per esempio, è diventato con Mourinho uno dei migliori terzini sinistri al mondo, se non il migliore).

Le statistiche della partita sono impietose:

  • 90% dei passaggi totali riusciti;
  • 62% di possesso palla;
  • Kroos 123 tocchi, precisione del 96,2% (!!!);
  • Modric 103 tocchi, precisione del 94%;
  • Isco 79 tocchi, precisione del 98,3% (!!!);

Se a questo aggiungiamo che anche i difensori hanno giocato una partita perfetta in impostazione (Varane 95%, Ramos 91%), possiamo comprendere la natura della prestazione del Real.

Ma basta guardare le due formazioni per comprendere quando in realtà sia l’Atletico ad essere il vero miracolo della Champions: l’unico giocatore dell’Atletico che sarebbe titolare nel Real è Griezmann, e dovrebbe pure vincere la concorrenza degli avversari con tutti gli effettivi (mancava Gareth Bale).

In molti, quest’anno, hanno preso sottogamba questo Real che invece si è rivelato molto concreto e solido, poco spettacolare ma efficacissimo.

Simeone e i suoi hanno poco da rimproverarsi: la disparità di qualità è davvero enorme. Aggiungiamoci anche che ogni assenza tra le file del Real contano relativamente (a meno che non ti manchi proprio Ronaldo…), mentre quelle dell’Atletico pesano enormemente: senza Juanfran, Gimenez e Vrsaljko ha dovuto affidarsi al giovane Hernandez, di grande prospettiva, ma non certo il meglio per opporsi a Cristiano…

SIMEONE E L’ATLETICO: CICLO FINITO?

Due finali perse, tre semifinali in 4 anni, un titolo di Liga vinto: per come stanno le cose oggi, per come stanno le due grandi avversarie, troppo grandi per questo Atletico, è difficile pensare che ci siano le condizioni per andare avanti.

Già dopo la finale di Milano, Simeone aveva dato segnali di allontanamento, salvo poi tornare sui suoi passi e stringere persino patti di ferro con società e, si vocifera, con Griezmann.

Il problema è che da questo Atletico sembra davvero impossibile tirare fuori più di quel che è già stato estratto: ogni passo avanti, agli occhi estranei, sembra una forzatura.

Se la dirigenza colchoneros non deciderà di investire pesantemente, per dare più qualità e più profondità a questa rosa, è difficile pensare a cosa si possa fare di meglio: vero che c’è una ossatura relativamente giovane, ma è anche vero che alcuni andranno a fine contratto a breve, mentre altri sembra abbiano dato già il massimo, come Godin (31 anni), Filipe Luis (31), Gabi (33), Torres (33), Juanfran (32), e sono la spina dorsale del cholismo colchoneros.

E questo ragionamento vale anche se dovesse riuscire nel miracolo di rimontare e vincere la Champions.

Quale che sarà la scelta di Simeone, le opzioni non gli mancano: in giro ci sono pochissimi allenatori di livello appetibili e liberi.

FUORICLASSE O ORGANIZZAZIONE? LA QUESTIONE NON MUORE MAI

È meglio un calcio organizzato, magari allo spasimo come quello di Simeone, oppure puntare di più sui fuoriclasse, perché poi alla fine decidono loro? Se si guardasse solo a questa partita non si avrebbe dubbi: vincono i fuoriclasse. Ma la Juventus ha da poco battuto il Barcellona del trio-delle-meraviglie, e lo ha fatto con grandissima organizzazione pur avendo, nel complesso, una formazione dotata di minor talento.

L’Inter del Triplete ebbe la meglio di un Barcellona ancora più stellare dal punto di vista della dotazione tecnica, e al contempo una delle formazioni più e meglio organizzate della storia.

La verità, come in moltissime cose, sta nel mezzo. Come vedremo a breve, il Real ha trovato assetto e organizzazione nuovi e di qualità, non è soltanto un guazzabuglio di talento buttato in campo e gestito. L’attuale Barcellona è in fase di profondo cambiamento ed è esposta a difetti piuttosto evidenti (al di là del percorso in Liga).

La verità è che il talento senza organizzazione può realizzare un exploit, due, cinque, ma non può durare nel tempo: il persistere della competitività è garantita da un aspetto fondamentale e che in molti (allenatori, dirigenti, tifosi, giornalisti) tendono a sottovalutare, ed è l’identità.

L’Atletico ha perso soprattutto perché è sembrato lontano dall’essere sé stesso, lontano dall’essere una squadra di Simeone: del famigerato cholismo poca presenza, se non nulla. E questo prescinde anche dagli avversari: il tipo di pressing, l’atteggiamento in campo, la voglia… l’Atletico è una delle squadre che più di tutte ha lavorato sull’identità, ma ieri è sembrata smarrirsi proprio su personalità e identità, forse anche per l’aspetto psicologico di trovarsi davanti, per l’ennesima volta, il nemico più odiato, l’avversario più forte, quello più ostico di tutti, che oltre alla fatica fisica ti impone anche un certo stress mentale.

Ma i due partiti avranno comunque ancora molto, moltissimo seguito e ciascuno troverà occasioni e partite per dire che la propria posizione è quella giusta.

ZIDANE È UN GRANDE ALLENATORE

Ammetto la colpa: appena insediato, la mia prima reazione è stata quella della quasi totalità del mondo pallonaro. Ovvero che Zidane era una sorta di raccomandato, messo lì da Florentino Pérez perché l’unico in grado di gestire tanti fuoriclasse, con il pieno appoggio della società e, anzi, persino con la predisposizione ad essere pilotabile.

Sbagliato.

Profondamente sbagliato.

Già da diverso tempo ne avevo apprezzato la concretezza e la lungimiranza, rinnegando le mie prime reazioni: stava dimostrando grande valore.

La dimensione del Real è particolare: nonostante i successi e l’approvazione della stragran parte del tifo, era riuscito a piallare personalità di livello come quelle di Mourinho e Ancelotti. Che avevano fatto bene, ma erano spesso guardati con sospetto, talvolta dai tifosi, spesso dai media, molto più spesso da Florentino stesso. Un lavoro di certo estenuante e logorante.

Zidane è entrato persino in punta di piedi ma intervenendo con decisione. Quasi tutti ci aspettavamo il replicarsi del Madrid dei Galacticos che lo aveva visto come protagonista in campo: ci sbagliavamo. Squadra dal baricentro più basso, con atteggiamento spesso diverso: l’ultimo Real di Ancelotti produceva quasi 20 tiri a partita, quello di Zidane quest’anno non arriva a 18, abbassando il possesso palla non tanto nella quantità, ma nella qualità e nella finalità; quello subiva 11 tiri a partita, questo è stabilmente sotto i 10.

All’inizio forse sentiva di essere in dovere di dimostrare qualcosa: la prima partita contro il Barcellona ha perso 4-0 schierando tutta la batteria di talenti a disposizione (Ronaldo, Benzema, Rodriguez, Bale) con i soli Modric e Kroos a cercare di mettere toppe; al ritorno, lezione appresa, modulo diverso e Casemiro schermo davanti alla difesa.

In una delle prime occasioni in cui schierò Casemiro, ricordo la dichiarazione di un famoso giornalista che, a precisa domanda, disse che Zidane poteva permettersi di fare qualunque cosa, non solo di mettere mediani, senza che Florentino fiatasse: “perché Zidane è Zidane, punto.

L’evoluzione della squadra è stata notevole, le scelte tattiche precise e funzionali, anche con ottime letture in campo. Il rombo a Madrid non è stato granché battuto, ma lui lo propone, con molte varianti da partita a partita: basterebbe osservare i movimenti di Modric contro il Bayern Monaco per comprenderne la finezza tattica. Per inciso, se il Real andasse in finale, è dai tempi del Porto di Mourinho che una squadra arriva a questi livelli con il rombo in campo.

Per molti giornalisti spagnoli la domanda è sempre la stessa: il Real sta davvero sfruttando al massimo le sue potenzialità? Qualcuno dice di no, ma anche qui basta osservare meglio: raramente hanno bisogno di spingere al massimo, perché spessissimo serve molto meno. I tifosi del Napoli ancora ricordano con orgoglio “li abbiamo messi sotto“, ma al Real non interessava dominare, non l’ha cercato: voleva vincere e ha vinto. Quando ha voluto vincere l’ha semplicemente fatto.

La partita di ieri fa eccezione: il senso di dominio sembra essere stato totale, anche quando l’Atletico riusciva ad affacciarsi per qualche minuto provando a prendern il controllo della partita. Il tutto sfruttando al massimo ogni singola debolezza dell’avversario: là dove c’era una piaga, Zidane ha piantato coltelli e messo sale.

La definitiva laurea gli è arrivata battendo il Bayern, e ieri ha messo su una specializzazione. Dovesse arrivare in finale e vincere, difficile trovare altri detrattori… anche se nessuno, nello sport, è mai in grado davvero di convincere tutti. Anche perché il prossimo step è quello più interessante: è possibile esportare lo stesso metodo in squadre meno talentuose, con meno protezione societaria, là dove la sua figura non avrà la stessa sacralità che ha a Madrid? Chissà, potremmo scoprirlo prima di quanto pensiamo.

 

Loading Disqus Comments ...