L’Inter e la cotoletta alla cantonese

Milano , 27 aprile 1999

L’ultimo paradossale capitolo di una stagione a dir poco grottesca.

Dopo l’ennesima figuraccia (3-1 in casa con l’Udinese), le speranze di salvare la faccia dell’Inter in queste 4 giornate che mancano al termine del campionato, sono affidate, udite, udite, a Roy Hodgson.

Ritorna quindi, dopo due anni, il tecnico inglese sulla panchina nerazzurra. Chiamato da Moratti nel ’95-’96, arrivò in finale di Coppa UEFA la stagione successiva: una sconfitta con lo Schalke 04 e la fine, anticipata, del suo rapporto (sempre abbastanza travagliato) con l’Inter [Raisport].

Eccoci qui, esattamente 18 anni dopo, giorno più giorno meno. Siamo diventati maggiorenni, eppure di maturità e saggezza, a quanto pare, neanche l’ombra.

Esattamente 18 anni fa Massimo Moratti, al culmine della “passione” verso la propria squadra, tirava fuori l’ennesimo colpo ad effetto di una stagione partita con enormi aspettative e terminata nella maniera più balorda possibile.

Quattro allenatori, il primo esonerato con modalità a dir poco squallide, poi un crescendo di idiozie culminate con la notizia di cui sopra: il quarto allenatore della stagione, a sole 4 giornate dal termine.

Sullo sfondo, un nuovo allenatore, un “guru”, già prenotato, già al lavoro per la stagione successiva. Il migliore di tutti. Garanzia di successo.

Infatti…

Diciotto anni sono davvero tanti, e in un lasso di tempo del genere, solitamente, di cose ne cambiano parecchie.

Noi, ad esempio, dal 1999 ad oggi abbiamo cambiato proprietà due volte, abbiamo alzato al cielo 15 trofei e abbiamo scoperto i reali motivi per cui non ne abbiamo alzati almeno altrettanti. Così, per dire.

Abbiamo visto transitare tantissime facce, molte buone, altre meno, molte altre da culo (il famoso guru garanzia di successo cui si accennava prima, ad esempio).

Eppure, diciotto anni dopo, che nel calcio corrispondono a 4 o 5 ere geologiche, la sensazione è la stessa.

Ed è insopportabile.

Che siano milanesi DOC o “nanchinesi di Nanchino” il succo è sempre, irrimediabilmente, lo stesso.

Non voglio entrare nel merito tecnico, capire se Pioli avesse o meno il controllo della situazione, se la squadra stia giocando al meglio delle proprie possibilità oppure se stia volutamente frenando.

Non voglio entrarci perché il punto non è quello. Non può e non deve essere sempre e solo quello. Non possiamo sistematicamente demandare ad un solo uomo tutti gli aspetti, nessuno escluso, di una squadra e di una società.

Possibile che non lo capiamo? Passano gli anni, gli allenatori e siamo sempre a discutere delle solite questioni: Tizio non ha più il comando dello spogliatoio, Caio non riesce a motivare al meglio i suoi, Sempronio tatticamente ha perso la bussola, quell’altro (non conosco altri nomi generici) non sa fare mercato, e così via. Il tutto sempre e solo riferito all’uomo che siede sulla nostra panchina.

Ma cosa si aspettava la dirigenza da un onesto allenatore di provincia, per giunta rimasto a piedi all’inizio della stagione in corso? E cosa si aspettavano i tifosi?

Io faccio parte della vedovanza de Boer, e l’avvento di Pioli l’ho salutato come una delle sconfitte più cocenti e dolorose della storia recente dell’Inter, quindi figurarsi quanto io possa rappresentare un degno avvocato difensore del tecnico italiano. Ma continuare a pretendere la perfezione da uno solo degli ingranaggi di un meccanismo che conta decine di ingranaggi e continuare a cambiare sempre e solo quello non migliorerà in alcun modo il funzionamento della macchina.

“Bisogna mandare un segnale alla squadra, anche fosse solo per pochi giorni”. E quale segnale stiamo mandando alla squadra? A quei meravigliosi calciatori così votati alla nostra causa?

Ve lo dico io. Che se qualcosa non va loro a genio, c’è sempre il capro espiatorio pronto da sacrificare. Fosse anche ad una sola giornata dal termine.

Eccolo il segnale.

Che sia Pioli, de Boer, Mancini, Mazzarri, Lucescu o Castellini, è lo stesso. Che siano bravi tatticamente oppure a motivare gli uomini, che abbiano una dialettica importante davanti ai giornalisti oppure a dare le indicazioni di mercato, c’è sempre qualcos’altro che in loro manca. E che, guarda caso, in quel preciso momento storico è prioritario, decisivo, fondamentale, imprescindibile.

Eh, ma i cinesi sono diversi. Eh, ma loro prima osservano, analizzano e solo dopo, a mente lucida, prendono le decisioni. Eh, ma loro hanno un’altra cultura. Eh, ma loro vogliono vincere.

Lo spero.

Ma io, finora, al netto di tutte le ipotesi, i complotti e la dietrologia (perché per adesso, scusatemi, ma guardo solo i fatti), osservo solo un’intollerabile e fastidiosa sensazione di déjà vu.

Una stagione partita con ottime aspettative e naufragata miseramente. Quattro allenatori, di cui uno mandato via in modo ignobile e un altro mandato via a pochissime giornate dal termine.

Cosa manca per completare il revival?

Ah già, un nome nuovo sullo sfondo, già prenotato e pronto per l’anno prossimo. Un nome che suscita ribrezzo al solo pensiero, che non c’entra nulla con la nostra storia e che arriverebbe con le stimmate del fenomeno.

Loading Disqus Comments ...