La prima faccia della “medaglia-Totti”

Francesco Totti ha chiuso la sua carriera domenica scorsa. Tra i tanti servizi, articoli, peana, elegie, canti, lodi etc… abbiamo deciso di dedicare non una ma due puntate sul “Pupone” nazionale. Oggi ne analizziamo la “prima faccia della medaglia”, a scrivere è Max Solano, romano, interista…

 

Roma, Piazza Mancini. Capolinea del 200. Ore 14 circa. Posti in fondo all’autobus in attesa che parta per tornare a casa da scuola. Marco, terzino destro, io stopper. Lui con il corriere dello sport bello aperto che legge una notizia.
Marco: “Max, guarda che fortuna questo qui. Ha la nostra età e si sta allenando con i grandi. Pensa che bello se fossimo al posto suo a giocare con Giannini, Caniggia e Rizzitelli a 16 anni”.

Impossibile dirgli che, certo, io avrei preferito giocare con Zenga, Berti e Ruben Sosa, ma sarei stato felice lo stesso.

Invece in quel giorno di marzo del 1993 a giocare con i “grandi” nella partitella del giovedì era stato un ragazzino di nome Francesco Totti.

Sono passati molti anni e quel ragazzino ha appena giocato la sua ultima partita con la maglia della sua squadra. Una maglia indossata per 24 lunghi anni. Quasi un quarto di secolo. Un’eternità in uno sport professionistico. Un’eternità pensando a ciò che era e a ciò che è diventato il calcio. Un’eternità in assoluto.

Totti è l’ultima bandiera ad ammainarsi di un calcio che non c’è più. Per certi versi persino più unica di quelli a cui viene spontaneo paragonarla.

Zanetti e Maldini hanno rappresentato Inter e Milan per dei periodi altrettanto lunghi ma hanno fatto parte di squadre vincenti pieni di altri grandi campioni, sia durante la loro permanenza che in tutta la loro storia. Altri campioni che hanno avuto percorsi simili, che sono stati di esempio e che loro sono stati in grado di eguagliare e di superare. Per Totti non è accaduta la stessa cosa. Nessuno nella Roma era mai stato quello che ha rappresentato lui per la sua squadra.

E mai nessuno si potrà avvicinare a lui in futuro.

Un talento immenso in un ragazzo semplice di un quartiere popolare romano. Strafottente e bonaccione. Simpatico e coatto. Timido e generoso. Schietto ed ingenuo. Un talento che ha incarnato perfettamente i pregi e i difetti della sua città.

La maglietta con la scritta  “Vi ho purgato ancora” ne (de)limitava la grandezza e gli obiettivi al raccordo anche se il suo talento prefigurava una carriera che avrebbe potuto avere ben altri confini.  Ma era solo una questione temporale, con gli anni sarebbe cresciuto ed il derby non sarebbe stato più il centro di ogni stagione, anche se fino a fine carriera lo ha sentito ogni volta molto di più di un qualsiasi altro giocatore.
Un attaccamento alla sua città e alla squadra che ne porta il nome, la squadra che lui ha tifato davvero sin da bambino, che ne ha limitato ma allo stesso tempo ampliato la grandezza. Limitato in termini assoluti ma ampliato per quanto riguarda la longevità. Quella stessa longevità che ha caratterizzato la sua unicità.

Sarebbe potuto andare ovunque se solo lo avesse voluto, ma ha preferito dire di no.

A Florentino Perez per esempio, quando il presidente dei madrileni gli spedì la camiseta blanca con il suo nome.

Oppure quando non si è opposto alla decisione del suo presidente quelle volte in cui si sono presentate offerte irrinunciabili per tutti gli altri ma non per lui.

È così che Moratti di fronte ad un Franco Sensi in difficoltà economiche staccò un assegno in bianco per portarlo in maglia nerazzurra, ma il presidente della Roma rispose così: “puoi chiedermi tutti ma non lui”. No, lui non era in vendita, per nessuna cifra.

Lui che ha preferito rimanere a Roma ed essere la bandiera di una squadra e il simbolo di una città nonostante i pochi successi, non avrebbe mai potuto vestire una maglia diversa da quella giallorossa.

È stato amato come nessun altro, ripagando questo amore con prestazioni degne del suo talento purissimo. La cerimonia dell’altro ieri, perchè questa è stata, ne è la dimostrazione. Non è stata una festa, non è stata l’ultima partita di un grande campione. È stata una cerimonia a cui tutti avrebbero voluto presenziare per rendere omaggio ad una persona che ti ha accompagnato ed emozionato, regalando felicità ed orgoglio, per un lungo pezzo di vita. Una dimostrazione di amore reciproco che probabilmente non si può capire a fondo se non si è uno di loro.

E proprio per questo amore viscerale che è stato giustificato anche quando ci sarebbe stato spazio per una sana critica. È stato difeso anche quando era indifendibile come molto spesso capita con una persona amata a cui viene perdonato tutto invece di essere rimproverata. Un rimprovero che non avrebbe intaccato l’amore che si provava per lui, ma che sarebbe servito a farlo crescere ancora di più, a renderlo ancora più universale di quanto non lo sia stato anche così.

Anche perché Totti non è stato solo il figlio o il fratello di ogni romano e romanista, è stato anche un esempio per tutti i bambini che hanno sognato, sognano e continueranno a sognare di diventare come lui. Lo sputo a Poulsen o il calcio a Balotelli hanno fatto male a tutti quei bambini così come hanno fatto male anche a chi, come me, non era un suo tifoso ma in un certo senso ne era rappresentato in qualità di “romano”. Perché Totti ha rappresentato un’intera città, anche chi non voleva essere rappresentato da lui.

Un romano un po’ macchietta e con la battuta sempre pronta ma che è stato anche un eroe nazionale capace di grandi cose.

Come quando al 93esimo di Australia-Italia, il rigorista designato Andrea Pirlo non se la sentì di tirare un rigore in quel momento decisivo per le sorti della nazionale. Lui non si girò cercando un altro compagno che potesse tirarlo, prese il pallone e con freddezza lo mise alle spalle del portiere australiano.

Parlare delle sue qualità è inutile. Trequartista, prima punta, esterno in un 433. Un giocatore totale come pochi altri ce ne sono stati. Avrebbe potuto fare anche il regista se solo avesse voluto arretrare la sua posizione. O se solo glielo avessero chiesto realmente.

Proprio in quel mondiale, proprio in quella partita, proprio nell’azione decisiva, c’è stata una sua giocata che mi è rimasta impressa persino più del rigore stesso. Totti che arretra a centrocampo a 30 secondi dalla fine del recupero per prendere il pallone, nessuno che si libera per una giocata semplice ma che potesse portare ad un’azione pericolosa. Lui che si gira e si porta il pallone dal destro al sinistro, guarda Grosso sulla fascia sinistra e fa un lancio di oltre 40 metri con il piede che, teoricamente, non era il suo.

Lancio perfetto, al centimetro.

È da quel lancio che è nato tutto quando invece tutto sembrava compromesso. Una vittoria in un mondiale a cui aveva rischiato seriamente di non partecipare per un grave infortunio solo pochi mesi prima, ma anche la sua più grande vittoria dopo la beffa all’europeo del 2000 che lo ha fatto conoscere al mondo con quel cucchiaio a Van der Sar ma con una finale persa nello stesso momento in cui la Francia pareggiò all’ultimo secondo disponibile nel recupero.

L’esordio assoluto a 16 anni grazie a Boskov a Brescia. Il Mazzone che lo cresce con bastone e carota, ben sapendo che a quell’età sarebbe stato molto più facile montarsi la testa e perdersi che maturare e diventare un campione.

Il rapporto difficile con Carlos Bianchi, l’allenatore che portò il Velez Sarsfield in cima al mondo ma che non riconobbe il talento di quel ragazzino.

È di quel periodo l’unica vera possibilità di allontanamento dalla sua amata città. Il tecnico argentino stravedeva per Litmanen ma non per lui ed acconsentì alla sua cessione alla Sampdoria. Sembrava tutto fatto quando l’8 febbraio del ’96 in un triangolare tra Roma, Borussia Moenchengladbach e proprio l’Ajax del finlandese, il giovane Totti, lasciato a casa dal tecnico dell’Under 21 Giampaglia, regalò magie su magie durante la serata illuminando gli occhi degli spettatori e soprattutto del suo presidente che decise di non cedere il giocatore di Porta Metronia e ricostruire il futuro su di lui.

Futuro che prese le sembianze di Zeman. Un allenatore integralista che sembrava potesse creargli qualche problema per la sua collocazione nel 433, ed invece divenne l’allenatore che lo plasmò affidandogli la maglia numero 10 che ha portato in tutti questi anni in giro per il mondo. E poi il Capello che gli ha regalato la sua unica vittoria in campionato affiancandogli giocatori di livello assoluto come il giovane Samuel e il vecchio Batistuta in una squadra che ha vinto troppo poco per la qualità che aveva.

Qualità che sembrava mancasse quando il tecnico Spalletti, alla guida per la prima volta di una grande si trovò a raccoglierei cocci di una stagione con quattro allenatori ed uno spogliatoio spaccato.

Ed è in quella sua prima stagione a Roma che gli trovò a tempo pieno una collocazione che ne riavviò la carriera portandolo a vincere quei quei pochi trofei che riuscì ad alzare dopo lo scudetto dl 2001.

Perché da quella vittorie in poi nella prima era Spalletti non ha più vinto nulla pur essendoci andato vicino.

Perché di sicuro Totti non era rimasto a Roma pensando di poter vincere chissà quanto.

Era rimasto perché amava Roma e la Roma e ne era ricambiato, molto più di quello che si potesse immaginare come l’ultimo passo di addio ha dimostrato. Ad essere malpensanti si potrebbe dire che l’ha usata per una scelta di comodo perchè della Roma è stato il Re indiscusso, cosa che non sarebbe stato possibile se si fosse messo in gioco in una grande squadra, ma troppo spesso invece lui stesso è stato usato come parafulmine da società assenti o semplicemente impossibilitate a costruire squadre più forti.

Perché con lui in rosa non c’era bisogno di fare acquisti faraonici per portare i tifosi allo stadio, bastava la sua presenza. O almeno, è bastata fino a quando la società americana non ha deciso che lui fosse un problema senza aver capito realmente il legame che c’era fra i tifosi, la squadra e il suo capitano.

Avrebbe dovuto e potuto finire la sua carriera un anno fa, al termine di un trionfo personale dopo aver trascinato la sua squadra ad un terzo posto insperato a colpi di gol ed assist dispensati in quantità nei pochi minuti in cui era stato chiamato in causa. Sarebbe stata la degna conclusione di una carriera straordinaria e costellata da colpi da campione che nessuno appassionato di calcio potrà mai discutere, ma solo ricordare. Sarebbe stato meglio invece di trascinarsi, per colpa di tutti, nessuno escluso, come purtroppo è accaduto quest’anno tra beghe e ripicche che una carriera simile non avrebbe meritato.

Ma così non è stato.

Ed un lungo e malinconico anno è passato fino all’emozionante atto finale che è andato in mondovisione domenica sera e che ha riportato Roma al centro del mondo grazie a quel ragazzino che 24 anni fa invidiavo perchè si stava allenando con i grandi e che per tutta la carriera ho ammirato riconoscendone il talento.

Ora il grande è lui.

Il più grande di tutti per una tifoseria a cui ha dedicato un’intera carriera in cambio di un amore incondizionato e di un orgoglio per quello che ha rappresentato che non avrebbe potuto trovare da nessun altra parte lontano dalla sua città.

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