Spalletti: the different one

La nostra “prima volta” con Luciano Spalletti è rintracciabile a questo indirizzo:

Inter, finalmente è finita, finalmente è ricominciata

Nel frattempo è passato qualche altro giorno, con altre dichiarazioni e altre piccole sorprese. Piccole, perché ancora il mercato stenta a decollare nonostante si sia imbastita qualche trattativa. Il problema del tifoso interista è quello di attendersi un mercato stellare, o quantomeno di livello: perché i progressi in fatto di bilancio sono stati importanti, perché c’è uno “scout” d’eccezione come Sabatini, perché gli avversari stanno comunque spendendo (anche se non proprio tutti) e soprattutto perché un’altra stagione di attesa impantanati tra le sabbie molli del nulla sarebbe intollerabile. Anche perché, la domanda sorge spontanea, che senso avrebbe Suning, potenza mondiale, fatturati a innumerevoli zeri, se poi il mercato somiglia a quello fatto dal “Moratti smantellante” e dal peggiore dei Branca/Ausilio?

Società e allenatore sono stati chiari: fino al 30 giugno difficile fare alcunché di importante per ragioni legate all’accordo con la UEFA: se ne dava notizia qui, ovvero pareggio di bilancio entro l’esercizio che si chiude proprio il 30/06/2017. Pertanto, al momento ci sono molti lavori in uscita e non sappiamo esattamente quanto in entrata, se non quello che è sembrato palese anche per le dichiarazioni dell’allenatore.

Su questo spicca il nome di Borja Valero, centrocampista duttile e di grande intelligenza tattica sul quale spenderemo l’articolo di approfondimento come di consueto: la prima impressione è, però, che a queste cifre sia un ottimo colpo. Che, però, sia il colpo capace di cambiar questo centrocampo no, ma qui bisogna vedere che intenzioni ha Spalletti: Gagliardini, Joao Mario e Borja è una buona base di partenza.

L’altro nome è Skriniar, e su questo ci si inceppa un po’ di più. Preciso che in Italia giovani di grande interesse non ce n’erano moltissimi, la Samp ne aveva tre: Torreira, Schick e proprio Skriniar, come si evidenziava in uno scambio su Twitter il 26 maggio, quando ancora non c’era una trattativa vera e propria, benché su questi tre nomi (non per forza tutti e tre insieme) si erano spese attenzioni e parole già a febbraio scorso, anche se aveva fatto più rumore il nome di Muriel.

Quindi che l’Inter si interessi a Skriniar lo reputo un buon segno. Ma a che prezzo? La somma che immediatamente si affaccia alla vista del tifoso è questa: Banega + Jovetic + Caprari = Skriniar.

Apriti cielo.

Il fatto è che questa operazione, che in entrata probabilmente vedrebbe il suo concludersi da luglio in poi per ragioni di bilancio, dà al bilancio stesso una sistematina non indifferente. Caprari, quale che sia il suo valore, porterà una plusvalenza non indifferente. Jovetic dovrebbe essere inserito per il suo attuale valore in bilancio, quindi niente minusvalenza, e Banega (trattativa, pare, agli sgoccioli) porterebbe una plusvalenza per l’intero importo: questo consentirebbe di non cedere nessun big, tantomeno Perisic, e di poter affrontare con più calma, senza “ricatti”, le eventuali cessioni future.

Eventuali altri ragionamenti economici hanno poco senso: Banega a bilancio è zero, e questo conta. Affronteremo in seguito, però, la grande occasione persa.

Per quanto possa essere indigesto, è il male minore. Certo che se poi il Siviglia è pronto a sborsare 22 milioni + 6 di bonus per Muriel…

IL RUOLO E LE PAROLE DI SPALLETTI

Non ci rimane che affidarci alle parole di Spalletti, unica luce in questo mesto, grigio, direi quasi “ragionieristico” giugno di calciomercato. Ha parlato anche di mercato, forse elogiando un po’ troppo gli altri portieri (almeno finché hai Handanovic…), forse individuando sin troppo bene i propri desiderata… però ha insistito su un aspetto fondamentale, che è forse stato il peggiore degli aspetti negativi della scorsa stagione… senza dimenticare i nostri doveri di bilancio:

“Noi ora siamo bloccati dalla regola del FFP: questo fa sì che non si possano fare acquisti, ma ha un valore anche il fatto che i giocatori che ci sono da due tre anni non vogliono andare via. Secondo me sono forti e sanno per primi loro cosa si dovrà fare, perché quando entrerò nello spogliatoio dai primi sguardi capiremo dove si vuole andare: così non si può andare avanti. Se loro vogliono stare qui devono fare qualcosa di diverso: con le stesse cose avresti gli stessi risultati, che ai tifosi non vanno più bene. In questo caso io mi metto dalla parte dei tifosi”.sostieni ilmalpensante.comChi vuole lavorare con me deve sentirsi l’Inter. Non esiste dire sono Candreva, sono Murillo. Devono pensare *io sono l’Inter*“.

Insomma, non le manda a dire e individua chiaramente la carenza di professionalità esibita da molti calciatori nella stagione appena conclusa. Da una parte è una cosa meravigliosa, che può stuzzicare l’orgoglio e l’autostima di qualcuno, e può essere anche un buon modo per mettere paletti da subito anche con la società: chi non si allinea è fuori. Ricordate? Mai più come l’anno scorso, mai più.

Dall’altra parte, però, questi sono calciatori che hanno imparato una lezione: possono ammutinarsi e la sfangano uguale, l’assegno arriva, nessuno viene punito (NDR: a meno che non sei suggerito da Kia o ti chiami Joao Mario o Gabriel Barbosa). Il senso di appartenenza non si insegna: se non sono capaci di trovarlo, insistere potrebbe essere persino dannoso per l’allenatore stesso: e uno come lui entra facilmente in cortocircuito con certi “spiriti ribelli” dello spogliatoio. Su questo aspetto la dirigenza dovrà essere impeccabile.

SPALLETTI, THE DIFFERENT ONE

Strano che l’appellativo non sia ancora stato usato, eppure il messaggio era chiaro nella prima conferenza stampa ufficiale e, forse, buttato lì non di proposito… perché in effetti Spalletti un po’ paraculo (affettuosamente) lo è: “Non sono più bravo degli altri allenatori, sono differente”. The different one.

In cosa è “differente”? Cosa c’è da dire di un allenatore che conosciamo tutti? Probabilmente quello che abbiamo dimenticato, nel bene o nel male.

Diciamolo subito: Spalletti è un resultadista fortemente innamorato di realismo, anche qui un po’ paraculo, perché in passato le sue squadre hanno giocato anche ottimo calcio e ha spacciato questa caratteristica per sua. La sua continua ricerca del realismo gli ha consentito di sfruttare al massimo certi calciatori, piazzandoli spesso dove rendevano meglio, ma al tempo stesso lo ha talvolta fatto bloccare su posizioni rigide che ne hanno limitato la capacità e la possibilità di vincere di più in relazione al materiale avuto e al gioco espresso.

Questo, almeno, fino a qualche stagione fa.

Nei prossimi giorni il nostro Max approfondirà la parte che riguarda l’ultima, legandola anche alla penultima, quindi io proverò a mantenermi oggi più in generale per poi approfondire nelle prossime settimane.

Di certo le ultime due annate ci hanno raccontato una cosa importante di Spalletti: rispetto al passato sa adattarsi di più, riscoprendo anche vecchi sistemi di gioco che gli erano valse le attenzioni delle big e il primo approdo a Roma, vedi difesa a 3, rispolverata negli ultimi due anni. All’andata contro l’Inter, per esempio, ha mostrato davvero un calcio vecchissimo stampo, lanci lunghi a iosa, spizzate e corsa sullo spazio. Ma era anche l’esigenza di una squadra che doveva ancora trovare misure, ritmi e fisionomia giusta. Sotto vi riproponiamo il link della nostra analisi.

Spalletti è un allenatore che ha dato molto al calcio italiano e all’estero gli viene riconosciuta una maggiore rilevanza che dalle nostre parti: i motivi sono piuttosto oscuri, e non mi riferisco certo al giudizio all’estero.

Si è fatto conoscere a Empoli, quando ha mostrato, con costanza, che anche le piccole squadre possono giocare un bel calcio. Promozione in B e poi in A, poi salvezza raggiunta con un gran numero di gol fatti: 50, nella top ten del campionato, con la Juventus campione a sole 17 reti di scarto. Al punto che i tifosi dell’Empoli gli dedicarono striscion impegnativi come “Sacchi+Zeman=Spalletti“.

Dopo Empoli c’è un periodo fatto di anni bui (4: Sampdoria, Venezia, Udinese e poi in B con l’Ancona) in cui è stato costretto a barcamenarsi tra progetti che non gli somigliano, poco ambiziosi e forse anche qualche presidente troppo ingombrante: anni di esoneri o di subentri in corsa, di sconfitte e idee confuse. Questo è un quadriennio importante perché ne ha caratterizzato in negativo la carriera, soprattutto nella sua evoluzione.

Poi va all’Udinese, dove mostra cose interessanti, coraggio misto a equilibrio: al bel gioco visto a Empoli aggiunge anche molta attenzione. Primo anno, 56 punti, molta più attenzione in difesa (quarta difesa della Serie A dopo Juventus, Milan e Lazio), 1 sola sconfitta in casa, 6° posto e qualificazione in Coppa Uefa.

È una bella squadra, con una rosa che si è poi dimostrata nel tempo essere di ottima fattura: De Sanctis, Sensini, Pizarro, Pinzi, Muzzi, Iaquinta, Jankulovski, Jorgensen tra gli altri. Perfetti per il suo 3-4-3 che si adatta spesso, talvolta 3-5-2, talaltra 4-4-2.

L’anno successivo è di nuovo qualificazione in Coppa Uefa, migliore squadra dopo le “6 sorelle”, anche se non sembra essere la stessa squadra, c’è qualcosa che si inceppa e certamente da migliorare. L’anno successivo 3 innesti fanno la differenza: David Di Michele, Antonio Di Natale, Stefano Mauri. I primi due fanno spesso terzetto davanti con Iaquinta, mentre Mauri è il cosiddetto 12° uomo anche se lo è solo per il minor minutaggio.

L’Udinese è talmente bella e equilibrata che arriva addirittura al 4° posto, qualificandosi per la Champions League, facendo 62 punti e segnando la bellezza di 56 gol, ovvero il 4° attacco della Serie A dietro a Juventus, Inter, Milan e… il Lecce di Zeman (2° attacco della A, ma ultima difesa!).

Spalletti è nel momento migliore per monetizzare un percorso in netta crescita: lo cerca la Roma, lui rinuncia alla Champions con l’Udinese per approdare in una squadra in piena confusione, che aveva cambiato 4 allenatori, Prandelli (per motivi personali), Voeller, Delneri, Conti.

La squadra è buona ma con diverse carenze, oltre che essere sfortunata per via di tanti infortuni. Ma sono proprio quelli che consentono a Lucianone di trovare la chiave per sistemare molti difetti della sua Roma.

FALSO NOVE

In molti pensano che erroneamente il “falso nueve” sia un’invenzione guardiolesca per consentire a Messi di liberarsi da ogni compito tattico. Errore.

Probabilmente il primo ad un certo livello fu Hidegkuti, nell’Ungheria del 1952, strada poi percorsa, pur in maniera diversa, da giocatori che proprio centravanti non erano, tipo Cruyff e Di Stefano. Qualcuno fa risalire “l’invenzione” alla Salernitana, in cui Viani schierò un mediano (Piccinini, il papà di “sciabolata morbida”) come prima punta.

Ma nell’era moderna c’è un allenatore che ha portato il “falso nove” a livello di sistema, con continuità, riadattando completamente la squadra secondo questo dettame: è Luciano Spalletti con Francesco Totti (mentre la definizione di “falso nove” è attribuibile a Gianni Mura, proprio parlando di Di Stefano).

Er Pupone aveva già mostrato di saper fare l’attaccante vero, prima con Capello e poi con Trapattoni, ma la Roma di Spalletti lo reinventa centravanti vero. Cioè, qualcuno dice “falso”.

sostieni ilmalpensante.comSe nella storia del calcio ci sono aspetti tattici che emergono a seguito di studi e di affinamenti nel corso degli anni, quella di Spalletti nasce un po’ come la penicillina di Fleming: casualmente. L’occasione è data dalla… sfortuna: contro la Sampdoria sono indisponibili Cassano, Montella e Nonda. Spalletti deve scegliere se mettere Okaka o adattarsi.

Si adatta. Lui che aveva provato fin lì a perseguire certi percorsi con molta coerenza.

Solo che Totti fa talmente tante cose da centravanti vero che praticamente nessuno spende la definizione di “falso nove”, che poi sarà persino abusata con Messi. Totti, però, si muove con estrema libertà e arretra spesso, la definizione sarebbe decisamente calzante.

In Europa la cosa fa molto rumore e il suo “4-6-0” (definito proprio così) è stato persino definito come uno degli schemi più rivoluzionari della storia del calcio moderno, a torto o a ragione: uno dei siti più interessanti che si occupa di tattica, Zonalmarking, la evidenzia come una delle squadre più interessanti del decennio. L’esperimento ha avuto fasi alterne, ma è certamente uno degli aspetti tattici più interessanti che abbia visto da quando mi interesso di tattica: su questo c’è poco da dire (en passant, strano che il primo che mi venga in mente riguardi comunque la Roma, ma con Capello in panchina). Totti ha raggiunto il suo record di gol proprio negli anni del 4-6-0, nel 2006-2007, talvolta costringendo Vucinic sugli esterni, ma avendo cura di liberare Perrotta “à la Lampard” (8 gol in campionato), talvolta trequartista, talvolta interno, ruolo che oggi viene svolto da Nainggolan.

In quegli anni post-Calciopoli la Roma è l’unica squadra che si oppone seriamente all’Inter. Spalletti commette anche degli errori, come è naturale che sia, talvolta grossolani, ma sembra che sia più l’ambiente Roma ad essere incapace di gestire certe tensioni.

L’esempio più alto della nevrosi giallorossa nell’ultimo decennio (ma non solo, giusto) ce lo restituisce la partita del 25 aprile 2010 contro la Sampdoria, persa per 1-2 e assolutamente decisiva per le sorti dello scudetto, con tutti i pezzi del puzzle al posto giusto per diventare campione: la Roma, con Ranieri in panchina, va in cortocircuito totale alle mosse di Del Neri (per carità, l’errore era la formazione iniziale: la presenza di Guberti, di proprietà della Roma, grida ancora vendetta), che inserisce Tissone e Mannini al posto di Poli e Guberti, se non dopo il pareggio, semplicemente scambiando la posizione di Menez e Perrotta. L’ingresso di Toni per Perrotta e di Taddei per Cassetti sbilancia la Roma e il castello crolla: il gol di Pazzini ne è la naturale conseguenza, anche se i giallorossi hanno avuto le occasioni buone per riportare il match sui propri binari. E quella forse era una Roma migliore di quelle avute da Spalletti.

Ci sono momenti di assoluta disperazione, crolli verticali, inspiegabili implosioni, e su tutti mettiamo il 7-1 di Manchester in Champions League il 10 aprile 2007; così come momenti di gran calcio e prospettive che sembravano portare a grandi successi, come la vittoria contro il Lione in Francia o proprio l’andata contro il Manchester United, così come l’eliminazione del Real Madrid nel 2007-2008.

Una grande incompiuta, un’opera che è rimasta da sgrezzare, che ha raccolto la miseria di 2 Coppa Italia e 1 Supercoppa Italiana: pochissimo in relazione al talento a disposizione e anche al gioco espresso. E su questo rimarrà sempre il dubbio: il problema era il cabotaggio di Spalletti oppure era/è proprio l’ambiente Roma, particolarmente elettrico e facilmente suscettibile di nevrosi?

La quinta stagione non avrebbe avuto senso ricominciarla insieme, ma forse anche la precedente. Il 2007-2008 si era chiuso con il secondo posto dietro l’Inter, a soli 3 punti dai nerazzurri di Mancini (vittoriosi contro il Parma sotto la pioggia), con la Roma che spreca le sue chance nelle due partite più semplici dell’ultimo mese, ovvero Livorno (a Roma, 1-1) e Catania all’ultima (1-1), anche se in questa ultima il gol di Martinez arriva allo scadere, a scudetto praticamente assegnato.

Quella sconfitta avrebbe dovuto consigliare altre strade e invece si sono intestarditi: la Roma parte malissimo, perde la Supercoppa contro l’Inter ai rigori, e un campionato partito come peggio non si potrebbe, sostanzialmente già finito l’8 novembre, dopo il pareggio contro il Bologna che chiude un ciclo con 6 sconfitte, 3 pareggi e sole due vittorie,  con il tonfo clamoroso proprio contro i nerazzurri, 0-4 e umiliazione inflitta dal buon Obinna (1 solo gol all’Inter, proprio contro i giallorossi).

Nonostante una bella vittoria contro il Chelsea in Champions League e il superamento della fase a gironi, la stagione si chiude definitivamente con l’eliminazione ad opera dell’Arsenal agli ottavi. La Serie A si chiude con ben 61 gol subiti e 11 sconfitte, solo 18 vittorie.

L’anno successivo bastano due partite per far prendere la decisione a Spalletti: dimissioni.

RUSSIA

In Russia va decisamente meglio come palmares: 2 campionati vinti, 1 Coppa di Russia, 1 Supercoppa di Russia. Ma Spalletti era stato chiamato per portare a termine il lavoro di Dick Advocaat che nel 2008 aveva vinto la Coppa Uefa: il traguardo vero era la definitiva affermazione in Champions League.

Nel 2012-2013 altro campionato perso per un nonnulla, a soli due punti dal CSKA Mosca. L’anno successivo è il classico anno di crisi: un filotto di risultati negativi lo portano all’esonero, sostituito da Villas Boas (arriverà secondo ad 1 solo punto dal solito CSKA).

ROMA 2.0

Gli ultimi due anni sono i più vicini e ce li racconterà nel dettaglio Max Solano.

La Roma di Garcia parte bene, è anche in testa alla classifica, ma poi implode: perde contro l’Inter (classico 1-0 d’ordinanza per Mancini) e poi vince il Derby, ma affonda.  5 pareggi, 1 vittoria e 1 sconfitta pregiudicano il campionato e fanno propendere la società per la sostituzione con Spalletti.

Per un certo periodo le cose sembrano funzionare a dovere, visto che dopo la sconfitta contro la Juventus la Roma colleziona 9 vittorie (7 consecutive) e 1 pareggio contro l’Inter per arrivare a -8 dalla testa e -5 dalla seconda piazza a 9 giornate dal termine, tutto aperto ma bastano due brutti pareggi con Bologna e Atalanta a castrare ogni velleità: terzo posto e qualificazione in Champions.

Di questa stagione sappiamo tutto.

TATTICA DI IERI E DI OGGI

Spalletti ha mostrato di sapersi reinventare spesso, nonostante abbia avuto, nel corso della sua carriera, due moduli preferenziali: il 3-4-3 della prima parte di carriera e il 4-2-3-1 della seconda parte, con annesse varianti in corso d’opera, come la “mobilità” della difesa negli ultimi due anni.

Nell’ultima stagione ha esasperato alcuni concetti di gioco. La Roma ha sempre sofferto la tendenza a smarrirsi contro avversari dal pressing asfissiante e lui ha cercato la soluzione nei lanci lunghi, soprattutto per Dzeko: scelta che all’inizio della stagione era decisamente più ricercata e voluta, forse anche per riadattare con più calma la squadra e consentirle di crescere con le vittorie. L’abbiamo raccontata così, qui su ilMalpensante.com:

Video: che partita è stata Roma Inter

L’uso del lancio lungo è stato comunque una costante quest’anno, pur essendo la Roma una delle squadre dal più alto possesso palla (55,4%, quarta in campionato, sostanzialmente come Fiorentina, Juventus e Inter): nonostante il 9° posto tra le squadre che fanno più ricorso al lancio lungo (64 di media a partita, la Juventus quarta con 67) i gol su azione manovrata sono la gran parte (58), anche se è prima per gol in contropiede (5)  e prima per rigori (12) . Il tanto possesso palla le ha consentito comunque di alternare le due giocate, soprattutto nella seconda fase della stagione: la media dei passaggi medio-corti è di 459 a partita (tutti i dati sono Opta).

Il merito va anche dato ai difensori e centrocampisti dai piedi buoni: la percentuale dei passaggi lunghi di successo supera il 60%, una enormità, e se prendiamo la percentuale di “lanci lunghi chiave” su tutti i  “passaggi chiave” arriviamo al 18,4%: per trovarne un’altra a questo livello si deve andare nella parte destra della classifica. Qualcuno direbbe “gioco più provinciale”, qualcun altro “sano realismo” (ci concedete “spallettismo”?): quella della Roma è una scelta, a differenza di altre squadre (come Inter, Juventus, Roma o Atalanta, per dirne 4) che ne fanno uso solo per necessità contingenti.

Questo segna una delle differenze più marcate rispetto alla sua prima Roma.

All’Inter troverà una squadra non proprio abituata a questo genere di gioco e soprattutto un Icardi che non è Dzeko, ma neanche gli esterni hanno le qualità offensive di uno come Salah, Nainggolan (a meno di non prenderlo…) o Florenzi negli inserimenti. Troverà una squadra abituata a crossare (la Roma è la seconda squadra che ha crossato di più in campionato) ma con prospettive completamente diverse rispetto ai nerazzurri.

In compenso le sue squadre tirano in genere molto in porta (la Roma è prima, con 17,8 tiri a partita) e il suo Dzeko quest’anno è stato rifornito a dovere: a fronte dei 29 gol, c’è una media di 4,8 tiri in porta a partita: per dire, Icardi ne fa 3,2 e quest’anno ha avuto un sostanziale incremento rispetto all’anno scorso.

E, a proposito di palle lunghe, 3,8 duelli aerei vinti a partita (!), secondo dopo Milinkovic-Savic: oltre il 60% dei duelli aerei vinti per tutta la squadra.

Questo genere di gioco ha portato Nainggolan a diventare uno dei migliori, se non attualmente il migliore, giocatore “box-to-box”, una evoluzione che non ci si aspettava così rapida.

Ultimi due aspetti, poi approfondiremo in seguito.

La Roma è stata comunque una squadra che ha concesso moltissimo, quasi 13 tiri a partita nonostante l’alto possesso palla: il merito dei relativi pochi gol subiti è da attribuire soprattutto alle qualità di Szczęsny. La Roma è tra le ultime squadre in serie A per tiri concessi in relazione al possesso palla avversario, ha un potenziale di gol subiti decisamente più alto di quelli effettivamente subiti.

I problemi sono tanti, ma sono dovuti soprattutto alla cattiva disciplina degli attaccanti, non sempre rapidi e precisi nel pressing e nell’aiuto ai compagni. Il tipo di pressing non sempre è stato l’ideale per una squadra di questa ambizione, soprattutto ha dato l’impressione di essere organizzato “a blocchi”, cosa che ha comportato spesso una rotture delle linee in fase di non possesso.

Spesso si è trattato del proverbiale cane che si morde la coda: palla lunga significa squadra lunga, che si riscopre lunga anche in fase di non possesso. E Strootman e De Rossi non sono proprio due fulmini nel ricompattarsi.

Infine, si è spesso vista anche una difesa a 3, talvolta pura, talvolta come l’abbiamo vista all’Inter, quando D’Ambrosio si accentrava e diventava esterno della difesa a tre, cioè il terzo a destra. L’uomo chiave è sempre stato Rudiger (anche se in una prima fase era Juan Jesus), giocatore apprezzatissimo da Spalletti (ma non solo da lui): uno dei motivi per cui lo vorrebbe in nerazzurro.

Se la Roma ha vinto l’ultimo scudetto con Fabio Capello non è una casualità: forse a Roma è davvero necessario un sergente di ferro, dalla disciplina intransigente. Spalletti non ha mai nascosto la più grave carenza della Roma, la mentalità: all’Inter troverà problemi simili, anche per quanto riguarda l’ambiente facile alle depressioni e alle esaltazioni, pur con differenze sostanziali che dovrà imparare a riconoscere.

Un paio di cose di Spalletti sono certe: che si tratta di un allenatore atipico non solo dal punto di vista della comunicazione, ma anche della conduzione della squadra; ed è differente anche perché, ovunque è andato, ha lasciato un segno e spesso tracce di buon gioco, talvolta tracce sparse, talaltra con molta più continuità e intensità. All’Inter troverà la sfida più difficile della sua vita, anche più difficile dell’ambiente romano per tantissime ragioni: dovrà metterci moltissima testa in più, perché potrebbe essere l’occasione per fare quel salto di qualità che fino ad oggi gli è mancato.

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  • Viktor85 (Comprendendo Kondo)

    “Da questo punto di vista, la partita del 25 aprile 2010 contro la Sampdoria, persa per 1-2 e assolutamente decisiva per le sorti dello scudetto, è un esempio di qualcosa che si inceppa: la Roma va in cortocircuito, ma Spalletti non reagisce alle mosse di Del Neri” …. tutto vero…peccato che ci fosse Claudio RANIERI in panca … 🙂

    • Alberto Di Vita

      copincolla sbagliati 🙂

      • Viktor85 (Comprendendo Kondo)

        Siamo tutti vittime delle tecnologie…. 🙂 …. in definitiva, al di la delle questioni squisitamente tattiche, Spalletti è uno dei tanti grandi allenatori (Mou, Conte … tutti … ad esclusione di Wenger) che non può stare in un posto più di 2 max 3 anni…la modernità consuma in fretta i suoi figli

      • Viktor85 (Comprendendo Kondo)

        Siamo tutti vittime delle tecnologie…. 🙂 …. in definitiva, al di la delle questioni squisitamente tattiche, Spalletti è uno dei tanti grandi allenatori (Mou, Conte … tutti … ad esclusione di Wenger) che non può stare in un posto più di 2 max 3 anni…la modernità consuma in fretta i suoi figli

        • Alberto Di Vita

          secondo me sì, tre anni e via. Non è allenatore da lungo corso.
          Non lo metterei accanto a quei nomi perché gli manca ancora quel quid in più per emergere, nonostante la buona vena tattica e le ottime cose viste.
          Magari gliela forniamo noi l’occasione

    • Alberto Di Vita

      se vedi è proprio quando si parla dell’ambiente Roma nel gestire certe tensioni, non avrebbe senso neanche a livello cronologico

  • Alberto Di Vita

    Nella prima versione c’era un riferimento alla Roma del 2010: era per parlare dell’ambiente della Roma, poi nella correzione è rimasto Spalletti invece che Ranieri

  • johannpeter

    Al di là dei copincolla sono resi benissimo i momenti di “nero” di Spalletti, unica preoccupazione secondo me di questa nuova avventura. I 13 tiri a partita di media credo giustifichino la richiesta di Szczesny al posto di Handanovic. Su 13 tiri il buon Handa 3 o 4 li lascia passare voltandosi e poi leggiamo “sui tre gol Handanvic non ha colpe”

    • RanieroB

      a me invece pare che handanovic ci abbia salvato spesso e volentieri e miracolosamente da tracolli vari. mai e poi mai lo cederei.

  • Luca Carmignani

    Posto qui, una precisazione su Alberto Cerruti, visto che nell’articolo precedente si parlava di lui. Chiunque abbia letto qualche mio commento, sa bene che non sono affatto “tenero” con le P.I. e che su questo argomento la penso come ADV. Però, c’è un però, che mi piace condividere con tutti voi, come “monito” per ciascuno di noi, me per primo, naturalmente: cerchiamo di riconoscere chi sa fare il proprio mestiere.

    Alberto Cerruti è un giornalista “vecchia maniera”, (e per me “vecchia” è un elogio). Di quelli con la schiena dritta, che possono guardare chiunque negli occhi, senza dover abbassare i propri. Scrive per la Gazzetta dello Sport dal 1974 ed è stato inviato a otto mondiali e sette europei: una leggenda del giornalismo sportivo.
    Lo conosco, da lettore, praticamente da quando ho iniziato a leggere la Gazzetta dello Sport quindi da almeno 40 anni. Il Fato ha voluto che, scrivendo “Simoni si nasce, tre vite per il calcio”, abbia avuto la fortuna (e l’onore) di poterlo conoscere di persona. Egli infatti è amico di Gigi Simoni (e già questo fatto “depone” a Suo favore, perché Gigi conosce moltissimi giornalisti, ma quelli che chiama “amici” non sono molti) ed è per questo che, proprio a lui è stato chiesto di scrivere la prefazione del libro.
    Ricordo distintamente il timore, reverenziale, che avevo la prima volta che gli scrissi una mail. Lui ha sempre risposto, gentile, sincero, professionale. Poi alla prima presentazione del libro (a Pisa) ebbi modo di conoscerlo di persona e l’impressione che ne derivai la posso esprimere così: un vero signore.
    Di lui, potrei raccontare molti episodi che attraversano il tempo e potrei riportare molti articoli, da lui scritti, nei quali criticava
    (anche aspramente, talvolta) la squadra per cui simpatizza (che non rivelo e comunque non è la Juve). Questo per dire, non solo lui non guarda in faccia nessuno, ma non si lascia guidare, nello scrivere le proprie opinioni, neppure dalle proprie simpatie sportive.
    Serve altro per descrivere (brevemente) chi è Alberto Cerruti?
    Ciò premesso, vorrei scrivere una precisazione (non una replica, n.d.r.), a proposito dell’articolo di Cerruti sulla primavera
    dell’Inter. Appena ho letto ciò che aveva scritto Alberto Di Vita (il nostro ADV), ho pensato di chiamare Cerruti per capire ed approfondire, il motivo è semplice: un mio amico viene chiamato in causa e ritengo doveroso da parte mia, provare a chiarire le cose. Cerruti, gentile come sempre, mi risponde ed approfondisce il concetto.
    Beninteso, ADV non ha scritto assolutamente nulla di anche solo lontanamente offensivo (non lo fa mai), ma ha coinvolto nel “mare magnum” degli scrittori che si dilettano a non riconoscere i successi dell’Inter, anche Cerruti. Quindi, mi vedo costretto a dire la mia, ben sapendo che Alberto (Di Vita), oltre che una persona intelligente è ben felice di ascoltare le opinioni altrui.
    Cerruti, nel proprio articolo, vuole evidenziare un concetto: a cosa serve il settore Primavera di una squadra (o se vogliamo a
    cosa servono le giovanili)?
    Per lui i giovani giocatori, sono un fine, non un mezzo. Spesso infatti essi (i giovani) vengono utilizzati dagli allenatori, come un
    trampolino di lancio per poter andare ad allenare le prime squadre; dunque i giovani sono un mezzo. Per Cerruti invece dovrebbero essere un fine e dunque gli sforzi dell’allenatore dovrebbero essere rivolti soprattutto a far sì che i calciatori abbiano un futuro… da calciatori … professionisti nella massima serie, possibilmente nella stessa squadra in cui sono cresciuti. Se la vittoria di trofei e campionati nelle giovanili poi non si concretizza con il passaggio in prima squadra di qualche giocatore, rimane piuttosto fine a se stessa.
    In questa ottica cita (spesso) come esempio, Daniele De Rossi e Florenzi che provengono dal vivaio della Roma e nella Roma ci giocano, rammenta il padre di Daniele, Alberto De Rossi, che ha dedicato la propria carriera sportiva al settore giovanile ed elogia anche Stefano Vecchi (quindi: Roma ed Inter).
    Certo, Cerruti sa benissimo, che anche se il giovane non approda alla prima squadra, si rivela (il più delle volte) comunque un
    investimento economico, ma questo aspetto è, a suo parere, secondario, in quanto non “finalizzato” al futuro del giocatore.
    Cosa c’è di male in tutto questo? Ed è basandosi su questo pensiero che, alla vittoria delle giovanili dell’Inter, fa notare come, al momento, da molti anni (troppi) nessun giocatore della nostra primavera è poi approdato, stabilmente in prima squadra. Lo fa notare comportandosi (quasi) da tifoso nerazzurro: infatti lui indica una strada, che visti i numerosi successi delle giovanili dell’Inter, potrebbe e dovrebbe essere seguita con più decisione.
    Ecco: ho finito. Adesso, anche Alberto Cerruti, conosce “il malpensante”. Questo blog è sempre più “famoso” ed uno dei “segreti” è che qui le opinioni di tutti sono rispettate.

    • Augusto Carta

      Lo dico io per chi tifa Cerruti? 🙂

  • Nunziocity

    Spalletti, ha vinto 2 campionati in Russia oltre le coppe di quel paese, 2 campionati esaltanti con la Roma, ma parla troppo, in conferenza stampa sembra saper tutto lui, non mi piace il suo…”filosofare”. Ho conosciuto questo sito da poco, per dire che PIOLI è un pallone gonfiato, cosi De Bouyre, così Benitez. PIOLI non è da Inter società blasonata che mi meravigliai quando lo scelsero, pensai non avranno trovato di meglio che PIOLI, infatti. PIOLI,è allenatore da Brescia, Modena, Mantova, Carpi, reggiana ecc.ecc. con tutto il rispetto di queste squadre. Mi sto ancora facendo la croce con la mano sinistra che la Fiorentina abbia chiamato PIOLI, vedrete farà la fine di questi sopracitati, non arriverà a Natale, un mediocre come lui ha dimostrato.

  • Alessandro Cattin

    Scrivo prima di leggere l’articolo.
    Spalletti è il secondo Allenatore che ci capita negli ultimi 5 anni, abbiamo già sprecato un occasione con DeBoer, non ripetiamo l’errore con lui.
    Simpatico o antipatico, bello o brutto, capace o incapace, lasciamolo lavorare e stiamo al suo fianco uniti, succeda quel che succeda, fidiamoci di lui. Se dio vuole un certo modo di “fare inter” è finito e si apre una nuova era.
    #InterIsComing

  • RanieroB

    un errore secondo me la cessione di banega, uno dei pochi intelligenti ed estrosi all’inter. senza banega e palacio la squadra ha meno chances di uscire dal consueto piattume della manovra.
    ma spero di sbagliarmi. ora c’è questo allenatore, ci sono questi dirigenti, lasciamoli lavorare in pace e giudichiamoli poi, in base a un lavoro completato, immagino conoscano il loro mestiere meglio di me…

  • RanieroB

    …ma poi banega a 9 milioni? non erano “un po’ pochini”? e sarà vero?
    e perché quelli che vendiamo, anche se campioni, li vendiamo sempre a numeri a una cifra e se andiamo a comprare noi con meno di 25 milioni non ci danno nemmeno il massaggiatore in seconda della sambenedettese?

    • Alberto Di Vita

      sono circa 6 milioni di plusalenza e siamo “costretti” a cedere. O quello o Perisic 🙂

      • Pier

        alberto come vedi di maria?

      • RanieroB

        e 32 milioni per skrinjar? io non so che giocatore sia, ma mi dà l’idea di essere “un po’ tantino”…
        e mi sa che perisic lo perdiamo lo stesso.

      • Vincenzo Sgandurra

        Caro Alberto, sono sempre il tifoso del Napoli che Malpensa, ho preso spunto da un’altro tifoso che me lo ha fatto tornare in mente… non ti sembra “strano” che Bonucci abbia lasciato la Juve dopo che i media lo hanno dipinto come una mela marcia (ovviamente su commissione Juve, e che oggi addirittura chiedono chi ci abbia guadagnato) responsabile della sconfitta di Cardiff. Perché a Cardiff la Juve ha perso per cinque-dieci minuti (arriveremo anche a tre minuti) di distrazione causa Bonucci, non perché non ha uno stralcio di gioco…

  • BlueFry

    Spalletti a me piace ed è sempre piaciuto (tecnicamente parlando). Spero possa lavorare con tranquillità ed avere a disposizione le pedine giuste già per l’inizio di agosto.
    Tra l’altro oggi si fa un gran parlare di Di Maria (palesemente una vaccata, non verrebbe mai senza Champions), però mi piacerebbe un giocatore simile, che possa ricordare quello che ha fatto con Salah alla Roma, mancino che rientra da destra e dialoga centralmente. È una cosa che ci manca tantissimo.

  • MATRIX61

    Spalletti l’allenatore giusto per l’Inter? Non lo so, lo diranno i risultati. Però tra quelli disponibili sul mercato, è senz’altro uno con caratteristiche che si adattano bene al pianeta Inter. Innanzitutto non è mai stato “milanista o rubentino” nella sua carriera, ha carattere, idee e non si lascia prendere in giro dai media né dai calciatori e, soprattutto, non si lascia intimidire da nessuno. Cosa che è fondamentale per un’allenatore dell’Inter, società dove spesso il mister è stato lasciato in pasto alla stampa/tv senza la minima ombra di difesa (De Boer ad esempio..). E poi, sinceramente, sembra partito con il piede giusto, niente proclami ma vari richiami all’attaccamento ai colori e all’appartenenza al club, cose che non si sentivano da molto tempo. RIcordiamoci, inoltre che, da buon toscano, è abbastanza permaloso e non le manda a dire a nessuno, quindi chi si comporta male è avvisato….. di qualunque categoria faccia parte. Per quanto attiene al gioco, di solito le sue squadre fanno divertire ma il risultato mi risulta venga sempre salvaguardato. Perciò mi sembra sia il caso di stargli vicino e credo che anche la società dovrebbe farlo perché, di certo, non appena inizieranno i ritiri, i nostri “amici” media ci faranno scoprire mal di pancia vari, dolori di panca di giocatori, dirigenti delusi etc. etc.. Spero che stavolta, con un personaggio come Sabatini al timone, vengano eliminati i problemi evidenziati lo scorso anno, soprattutto quelli di “management” dei calciatori e che, ove necessario, voli qualche calcio in più nei bassifondi (figurato ovviamente) a chi se lo merita. E devo dire che, per il momento, la gestione “lavorare in silenzio”, palesemente in contrasto con la vita mediatica di qualche elemento della rosa, mi piace veramente molto. Ma più che “ora et labora” in silenzio, preferirei “labora et vinci”. E chissà che più avanti il nuovo allenatore dell’Inter non diventi INTERISTA, qualità fondamentale per vincere all’Inter. Amala.

  • met

    ciao a tutti sono nuovo ma è molto che leggo gli articoli di Alberto sempre molto puntuali e a fuoco…sia sulla tattica che sul marciume del calcio italiano.
    Piaceva molto anche a me la versione Roma 4-6-0 ed essendo un ammiratore del calcio totale olandese degli anni ’70, per me sarebbe fantastico vedere giocare una squadra di tuttocampisti! Due centrali che giochino sulle marcature e sulle coperture preventive e che sappiano far ripartire dal basso l’azione (mi piacerebbe acquistassero Laporte dell’Athletic). Due terzini che sanno fare anche i centrocampiasti tipo Henrichs del bayer e Raphael Guerrerio del Dortmund. Quattro centrocampisti diversi ma comunque associativi(Gagliardini, Joao Mario Verratti e Eriksen il mio sogno) e due punte che sappiano giocare sia in ampiezza che senza spazio dietro. So che è utopia per la nostra Inter, ma mi fido delle persone che lavorano per l’Inter ora (non parlo dei giocatori della rosa 2016/2017 di cui farei tabula rasa tranna Gaglia, JM GABI e D’ambrosio come riserva jolly tappabuchi) e quindi #interiscoming ragazzi!!!