Spalletti: the different one

La nostra “prima volta” con Luciano Spalletti è rintracciabile a questo indirizzo:

Inter, finalmente è finita, finalmente è ricominciata

Nel frattempo è passato qualche altro giorno, con altre dichiarazioni e altre piccole sorprese. Piccole, perché ancora il mercato stenta a decollare nonostante si sia imbastita qualche trattativa. Il problema del tifoso interista è quello di attendersi un mercato stellare, o quantomeno di livello: perché i progressi in fatto di bilancio sono stati importanti, perché c’è uno “scout” d’eccezione come Sabatini, perché gli avversari stanno comunque spendendo (anche se non proprio tutti) e soprattutto perché un’altra stagione di attesa impantanati tra le sabbie molli del nulla sarebbe intollerabile. Anche perché, la domanda sorge spontanea, che senso avrebbe Suning, potenza mondiale, fatturati a innumerevoli zeri, se poi il mercato somiglia a quello fatto dal “Moratti smantellante” e dal peggiore dei Branca/Ausilio?

Società e allenatore sono stati chiari: fino al 30 giugno difficile fare alcunché di importante per ragioni legate all’accordo con la UEFA: se ne dava notizia qui, ovvero pareggio di bilancio entro l’esercizio che si chiude proprio il 30/06/2017. Pertanto, al momento ci sono molti lavori in uscita e non sappiamo esattamente quanto in entrata, se non quello che è sembrato palese anche per le dichiarazioni dell’allenatore.

Su questo spicca il nome di Borja Valero, centrocampista duttile e di grande intelligenza tattica sul quale spenderemo l’articolo di approfondimento come di consueto: la prima impressione è, però, che a queste cifre sia un ottimo colpo. Che, però, sia il colpo capace di cambiar questo centrocampo no, ma qui bisogna vedere che intenzioni ha Spalletti: Gagliardini, Joao Mario e Borja è una buona base di partenza.

L’altro nome è Skriniar, e su questo ci si inceppa un po’ di più. Preciso che in Italia giovani di grande interesse non ce n’erano moltissimi, la Samp ne aveva tre: Torreira, Schick e proprio Skriniar, come si evidenziava in uno scambio su Twitter il 26 maggio, quando ancora non c’era una trattativa vera e propria, benché su questi tre nomi (non per forza tutti e tre insieme) si erano spese attenzioni e parole già a febbraio scorso, anche se aveva fatto più rumore il nome di Muriel.

Quindi che l’Inter si interessi a Skriniar lo reputo un buon segno. Ma a che prezzo? La somma che immediatamente si affaccia alla vista del tifoso è questa: Banega + Jovetic + Caprari = Skriniar.

Apriti cielo.

Il fatto è che questa operazione, che in entrata probabilmente vedrebbe il suo concludersi da luglio in poi per ragioni di bilancio, dà al bilancio stesso una sistematina non indifferente. Caprari, quale che sia il suo valore, porterà una plusvalenza non indifferente. Jovetic dovrebbe essere inserito per il suo attuale valore in bilancio, quindi niente minusvalenza, e Banega (trattativa, pare, agli sgoccioli) porterebbe una plusvalenza per l’intero importo: questo consentirebbe di non cedere nessun big, tantomeno Perisic, e di poter affrontare con più calma, senza “ricatti”, le eventuali cessioni future.

Eventuali altri ragionamenti economici hanno poco senso: Banega a bilancio è zero, e questo conta. Affronteremo in seguito, però, la grande occasione persa.

Per quanto possa essere indigesto, è il male minore. Certo che se poi il Siviglia è pronto a sborsare 22 milioni + 6 di bonus per Muriel…

IL RUOLO E LE PAROLE DI SPALLETTI

Non ci rimane che affidarci alle parole di Spalletti, unica luce in questo mesto, grigio, direi quasi “ragionieristico” giugno di calciomercato. Ha parlato anche di mercato, forse elogiando un po’ troppo gli altri portieri (almeno finché hai Handanovic…), forse individuando sin troppo bene i propri desiderata… però ha insistito su un aspetto fondamentale, che è forse stato il peggiore degli aspetti negativi della scorsa stagione… senza dimenticare i nostri doveri di bilancio:

“Noi ora siamo bloccati dalla regola del FFP: questo fa sì che non si possano fare acquisti, ma ha un valore anche il fatto che i giocatori che ci sono da due tre anni non vogliono andare via. Secondo me sono forti e sanno per primi loro cosa si dovrà fare, perché quando entrerò nello spogliatoio dai primi sguardi capiremo dove si vuole andare: così non si può andare avanti. Se loro vogliono stare qui devono fare qualcosa di diverso: con le stesse cose avresti gli stessi risultati, che ai tifosi non vanno più bene. In questo caso io mi metto dalla parte dei tifosi”.sostieni ilmalpensante.comChi vuole lavorare con me deve sentirsi l’Inter. Non esiste dire sono Candreva, sono Murillo. Devono pensare *io sono l’Inter*“.

Insomma, non le manda a dire e individua chiaramente la carenza di professionalità esibita da molti calciatori nella stagione appena conclusa. Da una parte è una cosa meravigliosa, che può stuzzicare l’orgoglio e l’autostima di qualcuno, e può essere anche un buon modo per mettere paletti da subito anche con la società: chi non si allinea è fuori. Ricordate? Mai più come l’anno scorso, mai più.

Dall’altra parte, però, questi sono calciatori che hanno imparato una lezione: possono ammutinarsi e la sfangano uguale, l’assegno arriva, nessuno viene punito (NDR: a meno che non sei suggerito da Kia o ti chiami Joao Mario o Gabriel Barbosa). Il senso di appartenenza non si insegna: se non sono capaci di trovarlo, insistere potrebbe essere persino dannoso per l’allenatore stesso: e uno come lui entra facilmente in cortocircuito con certi “spiriti ribelli” dello spogliatoio. Su questo aspetto la dirigenza dovrà essere impeccabile.

SPALLETTI, THE DIFFERENT ONE

Strano che l’appellativo non sia ancora stato usato, eppure il messaggio era chiaro nella prima conferenza stampa ufficiale e, forse, buttato lì non di proposito… perché in effetti Spalletti un po’ paraculo (affettuosamente) lo è: “Non sono più bravo degli altri allenatori, sono differente”. The different one.

In cosa è “differente”? Cosa c’è da dire di un allenatore che conosciamo tutti? Probabilmente quello che abbiamo dimenticato, nel bene o nel male.

Diciamolo subito: Spalletti è un resultadista fortemente innamorato di realismo, anche qui un po’ paraculo, perché in passato le sue squadre hanno giocato anche ottimo calcio e ha spacciato questa caratteristica per sua. La sua continua ricerca del realismo gli ha consentito di sfruttare al massimo certi calciatori, piazzandoli spesso dove rendevano meglio, ma al tempo stesso lo ha talvolta fatto bloccare su posizioni rigide che ne hanno limitato la capacità e la possibilità di vincere di più in relazione al materiale avuto e al gioco espresso.

Questo, almeno, fino a qualche stagione fa.

Nei prossimi giorni il nostro Max approfondirà la parte che riguarda l’ultima, legandola anche alla penultima, quindi io proverò a mantenermi oggi più in generale per poi approfondire nelle prossime settimane.

Di certo le ultime due annate ci hanno raccontato una cosa importante di Spalletti: rispetto al passato sa adattarsi di più, riscoprendo anche vecchi sistemi di gioco che gli erano valse le attenzioni delle big e il primo approdo a Roma, vedi difesa a 3, rispolverata negli ultimi due anni. All’andata contro l’Inter, per esempio, ha mostrato davvero un calcio vecchissimo stampo, lanci lunghi a iosa, spizzate e corsa sullo spazio. Ma era anche l’esigenza di una squadra che doveva ancora trovare misure, ritmi e fisionomia giusta. Sotto vi riproponiamo il link della nostra analisi.

Spalletti è un allenatore che ha dato molto al calcio italiano e all’estero gli viene riconosciuta una maggiore rilevanza che dalle nostre parti: i motivi sono piuttosto oscuri, e non mi riferisco certo al giudizio all’estero.

Si è fatto conoscere a Empoli, quando ha mostrato, con costanza, che anche le piccole squadre possono giocare un bel calcio. Promozione in B e poi in A, poi salvezza raggiunta con un gran numero di gol fatti: 50, nella top ten del campionato, con la Juventus campione a sole 17 reti di scarto. Al punto che i tifosi dell’Empoli gli dedicarono striscion impegnativi come “Sacchi+Zeman=Spalletti“.

Dopo Empoli c’è un periodo fatto di anni bui (4: Sampdoria, Venezia, Udinese e poi in B con l’Ancona) in cui è stato costretto a barcamenarsi tra progetti che non gli somigliano, poco ambiziosi e forse anche qualche presidente troppo ingombrante: anni di esoneri o di subentri in corsa, di sconfitte e idee confuse. Questo è un quadriennio importante perché ne ha caratterizzato in negativo la carriera, soprattutto nella sua evoluzione.

Poi va all’Udinese, dove mostra cose interessanti, coraggio misto a equilibrio: al bel gioco visto a Empoli aggiunge anche molta attenzione. Primo anno, 56 punti, molta più attenzione in difesa (quarta difesa della Serie A dopo Juventus, Milan e Lazio), 1 sola sconfitta in casa, 6° posto e qualificazione in Coppa Uefa.

È una bella squadra, con una rosa che si è poi dimostrata nel tempo essere di ottima fattura: De Sanctis, Sensini, Pizarro, Pinzi, Muzzi, Iaquinta, Jankulovski, Jorgensen tra gli altri. Perfetti per il suo 3-4-3 che si adatta spesso, talvolta 3-5-2, talaltra 4-4-2.

L’anno successivo è di nuovo qualificazione in Coppa Uefa, migliore squadra dopo le “6 sorelle”, anche se non sembra essere la stessa squadra, c’è qualcosa che si inceppa e certamente da migliorare. L’anno successivo 3 innesti fanno la differenza: David Di Michele, Antonio Di Natale, Stefano Mauri. I primi due fanno spesso terzetto davanti con Iaquinta, mentre Mauri è il cosiddetto 12° uomo anche se lo è solo per il minor minutaggio.

L’Udinese è talmente bella e equilibrata che arriva addirittura al 4° posto, qualificandosi per la Champions League, facendo 62 punti e segnando la bellezza di 56 gol, ovvero il 4° attacco della Serie A dietro a Juventus, Inter, Milan e… il Lecce di Zeman (2° attacco della A, ma ultima difesa!).

Spalletti è nel momento migliore per monetizzare un percorso in netta crescita: lo cerca la Roma, lui rinuncia alla Champions con l’Udinese per approdare in una squadra in piena confusione, che aveva cambiato 4 allenatori, Prandelli (per motivi personali), Voeller, Delneri, Conti.

La squadra è buona ma con diverse carenze, oltre che essere sfortunata per via di tanti infortuni. Ma sono proprio quelli che consentono a Lucianone di trovare la chiave per sistemare molti difetti della sua Roma.

FALSO NOVE

In molti pensano che erroneamente il “falso nueve” sia un’invenzione guardiolesca per consentire a Messi di liberarsi da ogni compito tattico. Errore.

Probabilmente il primo ad un certo livello fu Hidegkuti, nell’Ungheria del 1952, strada poi percorsa, pur in maniera diversa, da giocatori che proprio centravanti non erano, tipo Cruyff e Di Stefano. Qualcuno fa risalire “l’invenzione” alla Salernitana, in cui Viani schierò un mediano (Piccinini, il papà di “sciabolata morbida”) come prima punta.

Ma nell’era moderna c’è un allenatore che ha portato il “falso nove” a livello di sistema, con continuità, riadattando completamente la squadra secondo questo dettame: è Luciano Spalletti con Francesco Totti (mentre la definizione di “falso nove” è attribuibile a Gianni Mura, proprio parlando di Di Stefano).

Er Pupone aveva già mostrato di saper fare l’attaccante vero, prima con Capello e poi con Trapattoni, ma la Roma di Spalletti lo reinventa centravanti vero. Cioè, qualcuno dice “falso”.

sostieni ilmalpensante.comSe nella storia del calcio ci sono aspetti tattici che emergono a seguito di studi e di affinamenti nel corso degli anni, quella di Spalletti nasce un po’ come la penicillina di Fleming: casualmente. L’occasione è data dalla… sfortuna: contro la Sampdoria sono indisponibili Cassano, Montella e Nonda. Spalletti deve scegliere se mettere Okaka o adattarsi.

Si adatta. Lui che aveva provato fin lì a perseguire certi percorsi con molta coerenza.

Solo che Totti fa talmente tante cose da centravanti vero che praticamente nessuno spende la definizione di “falso nove”, che poi sarà persino abusata con Messi. Totti, però, si muove con estrema libertà e arretra spesso, la definizione sarebbe decisamente calzante.

In Europa la cosa fa molto rumore e il suo “4-6-0” (definito proprio così) è stato persino definito come uno degli schemi più rivoluzionari della storia del calcio moderno, a torto o a ragione: uno dei siti più interessanti che si occupa di tattica, Zonalmarking, la evidenzia come una delle squadre più interessanti del decennio. L’esperimento ha avuto fasi alterne, ma è certamente uno degli aspetti tattici più interessanti che abbia visto da quando mi interesso di tattica: su questo c’è poco da dire (en passant, strano che il primo che mi venga in mente riguardi comunque la Roma, ma con Capello in panchina). Totti ha raggiunto il suo record di gol proprio negli anni del 4-6-0, nel 2006-2007, talvolta costringendo Vucinic sugli esterni, ma avendo cura di liberare Perrotta “à la Lampard” (8 gol in campionato), talvolta trequartista, talvolta interno, ruolo che oggi viene svolto da Nainggolan.

In quegli anni post-Calciopoli la Roma è l’unica squadra che si oppone seriamente all’Inter. Spalletti commette anche degli errori, come è naturale che sia, talvolta grossolani, ma sembra che sia più l’ambiente Roma ad essere incapace di gestire certe tensioni.

L’esempio più alto della nevrosi giallorossa nell’ultimo decennio (ma non solo, giusto) ce lo restituisce la partita del 25 aprile 2010 contro la Sampdoria, persa per 1-2 e assolutamente decisiva per le sorti dello scudetto, con tutti i pezzi del puzzle al posto giusto per diventare campione: la Roma, con Ranieri in panchina, va in cortocircuito totale alle mosse di Del Neri (per carità, l’errore era la formazione iniziale: la presenza di Guberti, di proprietà della Roma, grida ancora vendetta), che inserisce Tissone e Mannini al posto di Poli e Guberti, se non dopo il pareggio, semplicemente scambiando la posizione di Menez e Perrotta. L’ingresso di Toni per Perrotta e di Taddei per Cassetti sbilancia la Roma e il castello crolla: il gol di Pazzini ne è la naturale conseguenza, anche se i giallorossi hanno avuto le occasioni buone per riportare il match sui propri binari. E quella forse era una Roma migliore di quelle avute da Spalletti.

Ci sono momenti di assoluta disperazione, crolli verticali, inspiegabili implosioni, e su tutti mettiamo il 7-1 di Manchester in Champions League il 10 aprile 2007; così come momenti di gran calcio e prospettive che sembravano portare a grandi successi, come la vittoria contro il Lione in Francia o proprio l’andata contro il Manchester United, così come l’eliminazione del Real Madrid nel 2007-2008.

Una grande incompiuta, un’opera che è rimasta da sgrezzare, che ha raccolto la miseria di 2 Coppa Italia e 1 Supercoppa Italiana: pochissimo in relazione al talento a disposizione e anche al gioco espresso. E su questo rimarrà sempre il dubbio: il problema era il cabotaggio di Spalletti oppure era/è proprio l’ambiente Roma, particolarmente elettrico e facilmente suscettibile di nevrosi?

La quinta stagione non avrebbe avuto senso ricominciarla insieme, ma forse anche la precedente. Il 2007-2008 si era chiuso con il secondo posto dietro l’Inter, a soli 3 punti dai nerazzurri di Mancini (vittoriosi contro il Parma sotto la pioggia), con la Roma che spreca le sue chance nelle due partite più semplici dell’ultimo mese, ovvero Livorno (a Roma, 1-1) e Catania all’ultima (1-1), anche se in questa ultima il gol di Martinez arriva allo scadere, a scudetto praticamente assegnato.

Quella sconfitta avrebbe dovuto consigliare altre strade e invece si sono intestarditi: la Roma parte malissimo, perde la Supercoppa contro l’Inter ai rigori, e un campionato partito come peggio non si potrebbe, sostanzialmente già finito l’8 novembre, dopo il pareggio contro il Bologna che chiude un ciclo con 6 sconfitte, 3 pareggi e sole due vittorie,  con il tonfo clamoroso proprio contro i nerazzurri, 0-4 e umiliazione inflitta dal buon Obinna (1 solo gol all’Inter, proprio contro i giallorossi).

Nonostante una bella vittoria contro il Chelsea in Champions League e il superamento della fase a gironi, la stagione si chiude definitivamente con l’eliminazione ad opera dell’Arsenal agli ottavi. La Serie A si chiude con ben 61 gol subiti e 11 sconfitte, solo 18 vittorie.

L’anno successivo bastano due partite per far prendere la decisione a Spalletti: dimissioni.

RUSSIA

In Russia va decisamente meglio come palmares: 2 campionati vinti, 1 Coppa di Russia, 1 Supercoppa di Russia. Ma Spalletti era stato chiamato per portare a termine il lavoro di Dick Advocaat che nel 2008 aveva vinto la Coppa Uefa: il traguardo vero era la definitiva affermazione in Champions League.

Nel 2012-2013 altro campionato perso per un nonnulla, a soli due punti dal CSKA Mosca. L’anno successivo è il classico anno di crisi: un filotto di risultati negativi lo portano all’esonero, sostituito da Villas Boas (arriverà secondo ad 1 solo punto dal solito CSKA).

ROMA 2.0

Gli ultimi due anni sono i più vicini e ce li racconterà nel dettaglio Max Solano.

La Roma di Garcia parte bene, è anche in testa alla classifica, ma poi implode: perde contro l’Inter (classico 1-0 d’ordinanza per Mancini) e poi vince il Derby, ma affonda.  5 pareggi, 1 vittoria e 1 sconfitta pregiudicano il campionato e fanno propendere la società per la sostituzione con Spalletti.

Per un certo periodo le cose sembrano funzionare a dovere, visto che dopo la sconfitta contro la Juventus la Roma colleziona 9 vittorie (7 consecutive) e 1 pareggio contro l’Inter per arrivare a -8 dalla testa e -5 dalla seconda piazza a 9 giornate dal termine, tutto aperto ma bastano due brutti pareggi con Bologna e Atalanta a castrare ogni velleità: terzo posto e qualificazione in Champions.

Di questa stagione sappiamo tutto.

TATTICA DI IERI E DI OGGI

Spalletti ha mostrato di sapersi reinventare spesso, nonostante abbia avuto, nel corso della sua carriera, due moduli preferenziali: il 3-4-3 della prima parte di carriera e il 4-2-3-1 della seconda parte, con annesse varianti in corso d’opera, come la “mobilità” della difesa negli ultimi due anni.

Nell’ultima stagione ha esasperato alcuni concetti di gioco. La Roma ha sempre sofferto la tendenza a smarrirsi contro avversari dal pressing asfissiante e lui ha cercato la soluzione nei lanci lunghi, soprattutto per Dzeko: scelta che all’inizio della stagione era decisamente più ricercata e voluta, forse anche per riadattare con più calma la squadra e consentirle di crescere con le vittorie. L’abbiamo raccontata così, qui su ilMalpensante.com:

Video: che partita è stata Roma Inter

L’uso del lancio lungo è stato comunque una costante quest’anno, pur essendo la Roma una delle squadre dal più alto possesso palla (55,4%, quarta in campionato, sostanzialmente come Fiorentina, Juventus e Inter): nonostante il 9° posto tra le squadre che fanno più ricorso al lancio lungo (64 di media a partita, la Juventus quarta con 67) i gol su azione manovrata sono la gran parte (58), anche se è prima per gol in contropiede (5)  e prima per rigori (12) . Il tanto possesso palla le ha consentito comunque di alternare le due giocate, soprattutto nella seconda fase della stagione: la media dei passaggi medio-corti è di 459 a partita (tutti i dati sono Opta).

Il merito va anche dato ai difensori e centrocampisti dai piedi buoni: la percentuale dei passaggi lunghi di successo supera il 60%, una enormità, e se prendiamo la percentuale di “lanci lunghi chiave” su tutti i  “passaggi chiave” arriviamo al 18,4%: per trovarne un’altra a questo livello si deve andare nella parte destra della classifica. Qualcuno direbbe “gioco più provinciale”, qualcun altro “sano realismo” (ci concedete “spallettismo”?): quella della Roma è una scelta, a differenza di altre squadre (come Inter, Juventus, Roma o Atalanta, per dirne 4) che ne fanno uso solo per necessità contingenti.

Questo segna una delle differenze più marcate rispetto alla sua prima Roma.

All’Inter troverà una squadra non proprio abituata a questo genere di gioco e soprattutto un Icardi che non è Dzeko, ma neanche gli esterni hanno le qualità offensive di uno come Salah, Nainggolan (a meno di non prenderlo…) o Florenzi negli inserimenti. Troverà una squadra abituata a crossare (la Roma è la seconda squadra che ha crossato di più in campionato) ma con prospettive completamente diverse rispetto ai nerazzurri.

In compenso le sue squadre tirano in genere molto in porta (la Roma è prima, con 17,8 tiri a partita) e il suo Dzeko quest’anno è stato rifornito a dovere: a fronte dei 29 gol, c’è una media di 4,8 tiri in porta a partita: per dire, Icardi ne fa 3,2 e quest’anno ha avuto un sostanziale incremento rispetto all’anno scorso.

E, a proposito di palle lunghe, 3,8 duelli aerei vinti a partita (!), secondo dopo Milinkovic-Savic: oltre il 60% dei duelli aerei vinti per tutta la squadra.

Questo genere di gioco ha portato Nainggolan a diventare uno dei migliori, se non attualmente il migliore, giocatore “box-to-box”, una evoluzione che non ci si aspettava così rapida.

Ultimi due aspetti, poi approfondiremo in seguito.

La Roma è stata comunque una squadra che ha concesso moltissimo, quasi 13 tiri a partita nonostante l’alto possesso palla: il merito dei relativi pochi gol subiti è da attribuire soprattutto alle qualità di Szczęsny. La Roma è tra le ultime squadre in serie A per tiri concessi in relazione al possesso palla avversario, ha un potenziale di gol subiti decisamente più alto di quelli effettivamente subiti.

I problemi sono tanti, ma sono dovuti soprattutto alla cattiva disciplina degli attaccanti, non sempre rapidi e precisi nel pressing e nell’aiuto ai compagni. Il tipo di pressing non sempre è stato l’ideale per una squadra di questa ambizione, soprattutto ha dato l’impressione di essere organizzato “a blocchi”, cosa che ha comportato spesso una rotture delle linee in fase di non possesso.

Spesso si è trattato del proverbiale cane che si morde la coda: palla lunga significa squadra lunga, che si riscopre lunga anche in fase di non possesso. E Strootman e De Rossi non sono proprio due fulmini nel ricompattarsi.

Infine, si è spesso vista anche una difesa a 3, talvolta pura, talvolta come l’abbiamo vista all’Inter, quando D’Ambrosio si accentrava e diventava esterno della difesa a tre, cioè il terzo a destra. L’uomo chiave è sempre stato Rudiger (anche se in una prima fase era Juan Jesus), giocatore apprezzatissimo da Spalletti (ma non solo da lui): uno dei motivi per cui lo vorrebbe in nerazzurro.

Se la Roma ha vinto l’ultimo scudetto con Fabio Capello non è una casualità: forse a Roma è davvero necessario un sergente di ferro, dalla disciplina intransigente. Spalletti non ha mai nascosto la più grave carenza della Roma, la mentalità: all’Inter troverà problemi simili, anche per quanto riguarda l’ambiente facile alle depressioni e alle esaltazioni, pur con differenze sostanziali che dovrà imparare a riconoscere.

Un paio di cose di Spalletti sono certe: che si tratta di un allenatore atipico non solo dal punto di vista della comunicazione, ma anche della conduzione della squadra; ed è differente anche perché, ovunque è andato, ha lasciato un segno e spesso tracce di buon gioco, talvolta tracce sparse, talaltra con molta più continuità e intensità. All’Inter troverà la sfida più difficile della sua vita, anche più difficile dell’ambiente romano per tantissime ragioni: dovrà metterci moltissima testa in più, perché potrebbe essere l’occasione per fare quel salto di qualità che fino ad oggi gli è mancato.

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