La strategia del Milan: parte 2

(con la collaborazione di Alberto Di Vita)

Abbiamo analizzato in ben due articoli la strategia dell’Inter, spiegando un po’ più a fondo anche i meccanismi di bilancio: illustrando, cioè, come si quantifica davvero il costo di un calciatore all’interno di una stagione. I due articoli li trovate qui:

Inter, abbiamo un problema?

La strategia di Milan e Inter: parte 1, i bilanci

Abbiamo, quindi, più elementi per valutare una strategia di mercato. Nell’ultimo articolo abbiamo anche spiegato che ci sono sostanzialmente due vie per soddisfare i parametri Uefa:

  1. Scommettere” sui risultati immediati, alzando il tiro e puntando sui futuri ricavi che deriverebbero dai migliori risultati;
  2. Cercare di dare alla società una struttura e una programmazione tale da rendere gli introiti strutturali.

Per comprendere meglio il concetto, basti pensare al bilancio della Juventus, però tenetevi forte e abbiate pazienza perché la cifra di partenza può traumatizzare i tifosi di altre squadre: la Juventus realizzerà un fatturato 2016-2017 di oltre 500 milioni, probabilmente anche sopra i 550 milioni.

Il risultato diventa importante quando lo si paragona, per esempio, ai risultati 2015-2016 (ufficiali) delle altre big d’Europa: Manchester United 689 milioni, Barcellona 620 milioni, Real Madrid 620 milioni, Bayern Monaco 592 milioni, Manchester City 524 milioni, PSG 520 milioni, Arsenal 468 milioni. La Juventus l’anno prima era ferma a 341 milioni, la Roma a 2018, il Milan 214 e l’Inter di poco sotto i 180 milioni.

Ovviamente il fatturato è solo un indicatore di quanto sia produttiva una società: non è detto che questo si traduca in un utile d’esercizio consistente. Il PSG, per esempio, ha realizzato un utile di appena 10,3 milioni, mentre l’anno precedente di 10,5 nonostante un fatturato più basso (480 milioni).  Questo succede perché, è chiaro, possono aumentare i costi.

Il bilancio della Juventus sta sostanzialmente beneficiando di ottime operazioni in uscita, con grandi plusvalenze (ricordate Pogba a 72 milioni? Quest’anno tocca a Bonucci), al punto che passa da uno zero del 2011-2012 a un +150 milioni l’anno scorso; e soprattutto di diritti tv e ricavi da Champions League: la Juventus nel 2011/2012 ricavava 90 milioni (non era nelle coppe), chiude l’anno scorso con 227 milioni.

L’anno scorso, però, la Juventus ha fatto un mercato rischioso che ha un costo non indifferente per le prossime stagioni: Higuain (quasi 18 milioni di ammortamento), Alex Sandro (oltre 5), Pjaca (5,7), Pjanic (6,4), ai quali si aggiungono i già acquisiti Dybala (6,2) e Mandzukic (5,5). Ergo, possiamo anticipare che la Juventus farà un’altra cessione eccellente l’anno prossimo.

Ma torniamo a noi.

IL FFP DEL MILAN

L’altra squadra di Milano sembra aver decisamente scelto la prima via. Premesso che, da un punto di vista commerciale, il marchio Milan è molto forte (per anni è stata di gran lunga la squadra italiana con il più alto fatturato), purtroppo per loro la caduta in disgrazia degli ultimi anni ha fatto precipitare anche i risultati finanziari, per arrivare, nell’anno 2015-2016, ad essere superata dalla Roma al secondo posto dei fatturati delle squadre italiane, con la Juve irraggiungibile al primo posto come abbiamo visto, e l’Inter staccata comunque da tutte.

Nonostante la base più solida, anche i rossoneri in teoria avrebbero dovuto perseguire politiche del tutto simili a quelle intraprese dal management nerazzurro, ma non è così.

In molti tifosi è nata un po’ di confusione sul FPF, tanto da lamentarsi di cosa fanno City e PSG, senza però verificare i numeri di bilancio: parliamo di fatturati superiori di 3 volte quello dell’Inter.

Anche a fatturato più basso, e nonostante quello che si potrebbe pensare, l’operato del Milan è del tutto “in linea” con i paletti del FFP, perché stanno sfruttando una possibilità che si è aperta in precedenza anche per Inter e Roma, pur con caratteristiche diverse.

Come detto, il Milan ha appena subito un cambio significativo di proprietà e questo, unito al fatto che non aveva ancora sottoscritto alcun accordo con la UEFA, gli permette di poter operare “in deroga”, a patto di presentare alla stessa UEFA un piano di rientro a lungo termine credibile, ovvero il Voluntary Agreement. Sub judice, verrebbe da dire.

In cosa consiste il VA? È una opzione che, appunto, permette alle società di operare in deroga, purché:

  1. Si presenti un piano a lungo termine, ma con previsioni ragionevoli e prudenti per il raggiungimento del break-even in 4 stagioni;
  2. Dimostrare di avere risorse e riuscire a finanziarsi autonomamente fino al termine del periodo di accordo;
  3. Il proprietario deve impegnarsi, inderogabilmente, a coprire tutte le perdite che si accumuleranno fino al raggiungimento del break-even. In questo senso, il Milan dovrà stipulare un accordo vincolante e potrebbe essere chiesta dalla Uefa la presentazione di specifiche garanzie finanziarie. Questo significa che il vero costo globale del Milan lo sapremo fra 4 anni, quando scopriremo anche quante perdite sono state coperte fino al raggiungimento del break-even.

Al Milan, oggi, sanno benissimo di essere fuori dai parametri del FPF, non fosse per altro che per le perdite accumulate negli ultimi 3 esercizi (2014, 2015, 2016): 91 milioni, 89 milioni, 75 milioni. Ma c’è questa possibilità del VA: il Milan è stato il primo club a presentare un VA per rientrare nei parametri.

E qui sta il primo nodo: il Milan ha già presentato un piano a Dicembre 2016 ma, a Giugno del 2017, alla richiesta di chiarimenti da parte dell’organo preposto, la società rossonera ha deciso di ritirarlo per presentarne uno nuovo ad ottobre, rimandando così l’appuntamento con l’organismo europeo all’autunno 2017.

Rinvio assolutamente lecito ma, a ben vedere, che affonda le sue ragioni sulla poca credibilità del piano precedentemente presentato, che per certi versi fa impressione:

“[…] i ricavi totali del club dovrebbero salire dai 206,3 milioni della stagione 2015-2016 e 196,2 milioni della stagione 2016-2017, ai 273 milioni di fine 2018, per balzare a 426,2 milioni a fine 2019, a 447,5 milioni nel 2020, a 486,1 milioni nel 2021 per concludere a 524 milioni nella stagione 2021-2022: più che raddoppiando quindi il fatturato rispetto all’attuale. Il vero volano sarà la crescita del mercato cinese, dove è in costituzione la newco Milan China. Già nella prossima stagione ci dovrebbero essere, secondo il business plan, circa 90 milioni di euro in più. Nel 2018-2019 il giro d’affari tra la Grande Muraglia passerà a 183 milioni, a fine 2020 a 196 milioni, a fine 2021 a 213,5 milioni, nel 2021-2022 a 225 milioni”. Trovate tutto qui in questo articolo del Sole24ore.

Avete letto bene: da 196 a 524 milioni in 5 anni. Strano, direte voi malpensanti, che abbiano deciso di ritirarlo.

Ma avevamo detto, ad inizio articolo, che il Milan dal punto di vista del FFP sta provando a sfruttare al massimo l’opportunità che ha, e per certuni questo significa muoversi in maniera intelligente. Infatti, al di là della fattibilità del piano che presenteranno alla UEFA il prossimo ottobre (auguri), l’intesa che la società rossonera siglerà con il massimo organismo calcistico europeo produrrebbe i suoi effetti soltanto a partire dalla stagione sportiva 2018-2019.

Di conseguenza il Milan, con i suoi bilanci, entrerà sotto osservazione della UEFA soltanto a partire dalla prossima stagione. Ed ecco spiegato l’all-in che i vertici rossoneri stanno facendo sul mercato: tutte le sanzioni che le verranno comminate, in particolar modo quelle legate alla limitazione del mercato e/o della rosa, non si applicheranno alla rosa allestita durante la sessione di mercato corrente. Ciò vuol dire che tutti gli acquisti fatti durante questa estate non saranno in alcun modo sanzionabili. E questo è molto importante per una squadra che ha necessità di tornare ad essere competitiva prima di subito ma che partiva da una base di giocatori decisamente deficitaria e che andava quindi stravolta. Anticipare tutti gli investimenti più onerosi nell’unico esercizio che rimarrà fuori dai controlli è sicuramente una mossa intelligente. Rischiosa, rischiosissima (come vedremo poi) ma intelligente: forse l’unica strada possibile se scegli la prima via, tra le due illustrate in precedenza.

Ma ovviamente c’è il rovescio della medaglia, perché per i discorsi fatti nell’articolo precedente, questi investimenti potrebbero di fatto bloccare, o perlomeno limiteranno pesantemente, il mercato dei prossimi anni. E ciò comporta il rischio, altissimo, di ritrovarsi nel baratro qualora il rafforzamento attuale della rosa non producesse, da subito, gli effetti sperati sul campo. Perché, se da un lato l’ingresso in Champions potrebbe, e diciamo potrebbe, essere abbastanza probabile, alla luce dei 4 posti disponibili a partire dall’anno prossimo, questo non vuol dire però che dalla prossima stagione, con il doppio impegno “serio”, l’attuale rosa sia già attrezzata per rimanere competitiva. C’è chi addirittura afferma che, da un punto di vista meramente tecnico, gli attuali rinforzi non rendano così competitiva la squadra nemmeno per la stagione che sta per cominciare: ecco, se il Milan si dovesse risvegliare l’anno prossimo scoprendo che si trova in rosa i suoi Kondogbia, Jovetic e compagnia invendibile, ma costosa, non ci si dovrà stupire nel vedere il Milan con scarsa capacità di manovra nei prossimi anni… a meno di vittorie di campionati o coppe. Ma questo significa praticamente non avere i suoi Jovetic.

Il nuovo VA non si discosterà molto (si ritiene tra i 450 e i 500 milioni), e una parte del suo “peso” sembra già essere individuata in risultati sportivi (maggiori introiti da tv e da stadio, ma anche merchandising) e soprattutto la quotazione in una borsa orientale, come anticipato già da Fassone. Quanto questo sia credibile agli occhi dell’Uefa lo scopriremo fra qualche mese.

Anche perché, strettamente pensando al bilancio, la situazione potrebbe non essere così catastrofica: attualmente si stima che il Milan, come saldo dei costi (tra ingaggi, rinnovi, minusvalenze, prestiti, nuovi ammortamenti etc…) e ricavi diretti e indiretti (plusvalenze, ingaggi risparmiati, minori ammortamenti, prestiti etc…), abbia un impatto negativo tra i 60 e i 75 milioni di euro (la forbice dipende anche dai bonus: il solo Bonucci può impattare +2 di bonus alla Juventus e +5 di ingaggio lordo)… che, certo, si sommano a una situazione disastrosa (ultimi 3 anni di profondo rosso), ma che potrebbe essere affrontabile in caso, per esempio, di un cammino importante in Coppa Uefa. Il problema è che al momento non si vede la strategia a lungo termine.

Ma in ogni caso, il Milan e i tifosi milanisti non dovrebbero preoccuparsi tanto del FFP, ma di qualcosa di ben più inquietante.

La situazione economico-finanziaria del Milan

E arriviamo quindi all’aspetto cruciale di tutta questa storia. Precisiamo ancora una volta che si tratta di mere ipotesi sulla base delle informazioni, certe ma incomplete, che per forza di cose non possono dare un quadro esaustivo della situazione, e mi riferisco in particolare ai valori degli investimenti effettuati, iscritti a bilancio ma non pubblici e i cui effetti si vedranno alla chiusura dello stesso, e per i quali pertanto ci si basa unicamente sulle informazioni raccolte sui giornali.

Ora, se fossimo tifosi milanisti, già il piano di rientro inizialmente presentato alla UEFA qualche goccia di sudore dalla fronte ce la dovrebbe cavare. Non ci vuole un esperto di economia per capire che si tratta di un piano decisamente ambizioso, per certi versi quasi folle. Ripetiamo, fate un raffronto con la Juve, che da questo punto di vista è attualmente la società italiana più forte, che ha visto crescere il proprio fatturato dai 172 milioni del 2011 ai probabili 550 milioni del 2016-2017.

Numeri simili a quelli proposti dal Milan, ma con moltissime differenze.

Intanto parliamo di un orizzonte temporale di 6 anni anziché 5, poi parliamo di una società proprietaria di uno stadio e soprattutto che tutto ciò è stato reso possibile dagli importantissimi risultati sportivi conseguiti in tutti questi anni, senza soluzione di continuità. Sei scudetti di fila, qualche Coppa Italia, partecipazione costante alla Champions con 2 finali raggiunte negli ultimi 3 anni, a cui si aggiunge una enorme “botta di fortuna” legata al fatto che in questi anni i bianconeri si sono ritrovati a dividere il bottino della Champions quasi sempre con pochissime altre squadre italiane. Infatti una buona fetta degli introiti della coppa per le squadre italiane derivano dal cosiddetto “market pool”, ovvero viene distribuita tra le squadre della stessa nazione che partecipano.

E in questi anni, tra Roma, Napoli e Lazio, quasi sempre la terza classificata non ha preso parte alla Champions, mentre l’altra squadra rimasta non è mai andata oltre gli ottavi di finale (quando non è uscita direttamente al girone). Tutto ciò si è tradotto in un aumento esponenziale dei premi percepiti dalla Juventus (nell’anno della finale col Barcellona, persino più ricavi del Barcellona vincente), importo però che, oltre ad essere difficilmente replicabile nei prossimi anni, a causa della presenza certa di 4 squadre ai gironi, non è in alcun modo preventivabile. E i business plan non possono in alcun modo reggersi su ipotesi di questo genere: ricordate, previsioni ragionevoli e prudenti.

La Juve ha beneficiato di tutto ciò senza averne stretta esigenza: non era sotto osservazione da parte della UEFA, non era esposta con banche o fondi di lucro di alcun genere, non aveva fretta, e si è ritrovata con tutte le avversarie più forti in fase di ristrutturazione, cambio societario o crisi economica, o in fase di crescita ancora troppo acerba: vedi Inter e Roma, Fiorentina o Milan, oppure  l’astro nascente Napoli.

Questo le ha consentito di pianificare in tutta tranquillità, certa che se le cose non fossero andate così bene, i risultati raggiunti non avrebbero prodotto danni di alcun genere sulla solidità della società, ma ne avrebbero “soltanto” rallentato il percorso di crescita. O al limite avrebbero dovuto effettuare operazioni diverse per un anno o due: più che puntare su Higuain, cercare un profilo tipo Milik: avrebbero vinto comunque il campionato e perso la Champions. Sarebbe accaduto anche con Zaza in attacco, a dire il vero. Oppure risparmiarsi un Pjaca.

E parliamo comunque di una società i cui ricavi sono ancora troppo legati agli introiti della TV (come tutte le squadre italiane: capite il terrore sacro di vedere i diritti tv svenduti?) e ai risultati sportivi, pur essendo anni luce avanti a tutte le altre, grazie anche al significativo apporto dello stadio di proprietà (che comunque frutta meno del previsto, ne parleremo a parte), inaugurato nel 2011.

Ma soprattutto ancora legata, come spiegato in precedenza, a doppio filo alle plusvalenze, ovvero alla necessità di alleggerire ogni anno il monte ammortamenti, cedendo un big (da Vidal a Bonucci passando per Pogba), che, finché hai una rosa competitiva e vincente, puoi attuare abbastanza facilmente ma che rappresenta un grosso rischio in quanto è necessario non sbagliare mai un colpo nel rinnovo della squadra ad ogni stagione. O almeno, devi essere sicuro di azzeccarne, e bene, 2/3.

Una situazione, quindi, decisamente migliore delle altre ma ancora non del tutto perfetta, ma a cui il Milan attuale non si avvicina neanche di striscio.

E che dovrebbe effettuare lo stesso, medesimo percorso per poter anche solo attuare il piano di rientro da presentare alla UEFA per il FFP.

E poi, con quali soldi?

Già, perché come detto, c’è anche quest’altra piccola questione. Con quali soldi il Milan sta finanziando il folle mercato di queste settimane, con quali Yonghong Li ha finanziato l’acquisto delle quote societarie, e con quali finanzierà il piano di rientro (qualunque esso sia) da presentare alla UEFA?

Perché se, da una parte, è vero che il “peso” in termini di utile/perdita/pareggio (o, per parlare di FPF, in termini di break-even)  si calcola in base agli ammortamenti, ma abbiamo visto che la parte finanziaria/patrimoniale è faccenda distinta e separata: fisicamente i calciatori si devono pagare, chi in una, chi in due, qualcuna in tre rate. E questo dipende da accordi con le società.

Molti di voi hanno già sentito parlare del fondo Elliott. Trattasi di un cosiddetto hedge fund americano, ovvero un fondo di investimento a carattere speculativo. Il termine inglese “hedge”, alla lettera “siepe” sta a significare che si tratta non di un singolo fondo, ma di più fondi diversi e viene perciò detto anche “fondo dei fondi”. Esso si riferisce alle tecniche di hedging, ovvero alle strategie di copertura e protezione usate per ridurre i rischi e la volatilità dei portafogli, con l’intento di gestire il patrimonio eliminando in gran parte il rischio di mercato. Per questo motivo la traduzione italiana di “hedge” in “speculativo” non è completamente corretta, poiché tali strategie rendono in realtà in molti casi le gestioni dei fondi molto meno aggressive di quanto l’aggettivo “speculativo” lascerebbe intendere” [fonte Wikipedia].

Yonghong Li, per poter procedere con l’acquisto delle quote societarie, ha sottoscritto un prestito di 303 milioni con il suddetto fondo: 180 sono serviti per garantire il closing, 73 sono stati destinati alle banche creditrici e 50 per lo sviluppo del club. Tale prestito va onorato in soli 18 mesi e in unica soluzione. Gli interessi, di una certa portata trattandosi di un’operazione ad alto rischio, sono dell11,5% sui 180 milioni in carico a Rossoneri Lux (la società, con sede in Lussemburgo, proprietaria del Milan) e del 7,7% sui 123 in carico al Milan. Inoltre il nuovo Milan ha presentato a Elliott un business plan dettagliato in cui viene illustrata la strategia di crescita. Altro punto focale: l’obiettivo non è solo evitare il depauperamento del valore del club, ma investire. In caso contrario Elliott considererebbe a rischio l’intera operazione. In altre parole, il prestito non può essere restituito, alle brutte, facendo cassa con la merce pregiata del club.

Yonghong Li ha immesso 200 milioni di capitali propri (più altri 60 per il mercato), 300 milioni, come detto, dal fondo americano Elliott Management Corporation alla Rossoneri Sport Investment Lux, quest’ultima una delle holding inizialmente create per l’acquisizione del Milan anche se poi non utilizzata nell’acquisizione del club rossonero, visto che la catena di controllo è stata in seguito creata interamente offshore, mentre altri 240 milioni sono stati anticipati da China Huarong ma con garanzia risorse personali di Yonghong Li. Garanzie, però, bloccate in Cina a causa della stretta sull’esportazione di capitali.

Yonghong Li, riepilogando, ha a disposizione due alternative per restituire il prestito di 303 milioni al fondo Elliott. La prima è quella di quotare il Milan alla Borsa di Hong Kong, la seconda è quella di riuscire a sbloccare i fondi bloccati dal governo cinese. Nel caso non riuscisse a restituire il prestito, Mr. Li sarebbe di fronte ad un ulteriore bivio: cedere il club ad un altro compratore oppure potrebbe essere lo stesso Elliott a passare la società ad un’altra proprietà.

Esiste ovviamente una terza via, che è la rinegoziazione dei debiti: per certi versi è la situazione peggiore, ma è anche la più probabile.

E non è un caso che Fassone, nei giorni scorsi, abbia addirittura apertamente parlato di un possibile “rischio default”:

Elliott? Sono previsti controlli periodici sui conti del club, che inizieranno a novembre con cadenza bimestrale. Certo, il rischio default esiste come sempre in questi casi, ma lo considero un evento molto ipotetico, è un debito che ritengo rifinanziabile abbastanza facilmente.

Voluntary agreement? Siamo grati alla Uefa. Abbiamo inoltrato altri piani, garantendo che in autunno ci presenteremo con cose concrete e non solo progetti. Il voluntary ci darà un anno di ossigenoMarco Fassone

Una frase che avrebbe dovuto inquietare pesantemente per due ragioni: la prima è che (come era lecito attendersi) il prestito non sarà pagato ma sarà rifinanziato; la seconda è che c’è un rischio default. Che, per chi non lo sapesse, significa fallire.

In tutto questo si inserisce il The Guardian, noto quotidiano britannico, che a Maggio 2017 pubblica un’inchiesta proprio sul nuovo proprietario rossonero. Il tabloid inglese spiega, attraverso le parole di Alain Wang, giornalista del quotidiano cinese Titan Sport: “Il governo ha posto delle restrizioni sugli investimenti all’estero, perché ha il timore che possa essere una scusa per spostare capitali fuori dai confini. Nel caso di una società di calcio, poi, realizzare profitti dopo l’acquisto è impossibile: l’unica spiegazione è che si tratti di un’operazione volta a sfruttare il marchio Milan per investire in realtà nel mercato immobiliare”. E continuando: “Fin dall’inizio dell’operazione il mio giornale ha scritto considerazioni totalmente opposte a quelle riportate dalla stampa italiana. Che solo ora comincia ad avere qualche sospetto sulla vera consistenza di questo progetto. Ma la realtà ci dice che sarà il fondo Elliott a diventare a breve il proprietario del Milan, mentre dietro Yonghong Li ci sono molti investitori cinesi con altri interessi e non si possono rivelare i loro nomi”.

Il The Guardian riporta anche le parole di un giornalista cinese, Alain Wang (Titan Sports), che dice:

Quando la famiglia Glazer ha acquistato lo United con un finanziamento (ndr: 850 milioni di dollari!) si trattava di un flusso di entrate garantito. Ma Milan e Inter sono diversi, perché ogni anno perdono un sacco di soldi – per esempio l’anno scorso il Milan ha perso 90 milioni di euro. Suning è un grande gruppo in cina e quindi lo si può usare per aiutare con cose come la pubblicità, anche se ancora non sembra siano stati così frettolosi nell’aprire una rete commerciale in Europa.

Ma le persone del Milan sono state così riservate. Sono sicuro che dietro Li Yonghong ci sono molti altri investitori cinesi che non riveleranno mai il loro nome“.

Di sicuro, poi, non aiutano a mettere tranquillità le numerose vicende delle quali Yonghong Li si è reso protagonista in Oriente: nel 2010 il quotidiano Shanghai Zhengquan lo accusò di essere al centro di una cosiddetta truffa piramidale che costò a 800 investitori la bellezza di 90 milioni di sterline complessive. Il padre e lo zio dell’attuale presidente del Milan vennero addirittura condannati al carcere, prima di mettersi in salvo fuggendo ad Hong Kong. Nel 2013, invece, anni in cui la China Securities Commission lo multò per aver prima nascosto la cessione e poi rinunciato alla vendita di pacchetti azionari alla Shanghai Duolun Industry Co, colosso nel campo immobiliare. Eppure sono le uniche notizie sulla nuova proprietà cinese, avvolta da un alone di mistero [Fonte Il Milanista].

Uno scenario suggestivo

Insomma, pur in un contesto smaliziato (e per certi versi anche intelligente, pur rischioso) relativo al FPF, emerge un quadro complessivo decisamente poco rassicurante. Di sicuro noi siamo malpensanti, ma è indubbio che l’immagine di una società del calibro del Milan non ne esca rinforzata da tutte queste storie, voci e pettegolezzi, soprattutto dopo un closing a dir poco grottesco e soprattutto alla luce di una politica di mercato così aggressiva. Certo, in Italia la situazione sembra essere molto diversa, ma questo è dovuto a un “parco media” amico da sempre e refrattario a ogni forma di analisi reale: all’estero non è così.

E abbiamo anche tralasciato le parole del proprietario cinese dell’Aston Villa Tony Xia, che ad Aprile twittava così: “Preoccupato per il gioco d’azzardo. Un sincero in bocca al lupo al Milan e ai suoi tifosi”.

Perché tutta l’operazione Milan sembra essere un grande gioco d’azzardo, difficile sapere su cosa sia basato. Dal punto di vista sportivo è chiaro, non dovrà sbagliare quasi nulla e gli acquisti dovranno risultare super-azzeccati: è una corsa sul filo, un gioco di equilibrismo che, per quel che ci riguarda, ringraziamo Zhang per non avere avuto la tentazione di provarlo.

 

sostieni ilmalpensante.com

 

 

Nota a margine:

Sono di oggi le parole di Andrea Traverso, responsabile FPF della Uefa. Sono parole piuttosto chiarificatrici che fanno da perfetto corollario ai nostri ultimi tre articoli.

 

Il Milan non sarà un eccezione al fair play Uefa perchè nessun club gode di eccezioni, ma il fair play fa i controlli a posteriori. Non possiamo dire cosa fare e cosa no: ognuno è libero, poi ci sono conseguenze. Certo il Milan non può fare quello che vuole: se compra è perché prevede un rientro. Il voluntary è per nuovi azionisti: 4 anni per sistemare i conti invece di 3. Le società devono muoversi sulla strada del risanamento. Se vanno all’opposto, l’Uefa farà le valutazioni. Se non ci sono le condizioni il voluntary può non essere concesso. Non conosciamo i conti nel dettaglio perché trasferimenti andranno a bilancio nel 2018. Le differenze con l’Inter? Capisco sia una situazione difficile da spiegare per le differenze fra Inter e Milan. Ma una, il Milan, non era nelle coppe e quindi non era soggetta al fair play, l’altra, l’Inter, sì. Poi quando ti qualifichi devi rispettare le regole. Il mercato non è finito, le somme si tirano alla fineAndrea Traverso
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